L’immagine di una città

Barbara Czarniawska, docente di fama all’università di Goteborg, ha parlato a Venezia della costruzione sociale dell’immagine della città. L’immagine di una città è un oggetto sfuggente: è il risultato di un processo che coinvolge cittadini, politici, amministratori, artisti, turisti in cooperazione e in competizione fra loro. L’immagine di una città non è mai unica: le immagini sono diverse a seconda di chi interroghiamo (residenti, city users occasionali, turisti). Non è detto che riconciliare queste rappresentazioni sia necessariamente una priorità, anche se a volte aiuta, soprattutto se la posta in gioco sono investimenti sul futuro.
Il dibattito che ha seguito la presentazione della Czarniawska ha messo in luce due modi diversi di pensare il problema. Il primo è quello degli urbanisti politically correct: l’immagine della città è il risultato di un percorso di partecipazione. Si chiede ai cittadini di articolare un pensiero su ciò che la città è e ciò che dovrebbe essere. Si mette in moto una procedura partecipativa, si animano dei gruppi di discussione, si raccolgono i pareri dal basso e si porta il tutto a sintesi in appositi formulari. Il secondo modo di pensare la costruzione dell’immagine della città parte da presupposti diversi: non nega la possibilità che vi sia un processo di ascolto, ma enfatizza il ruolo del politico nel decidere una strategia e nel proporla all’attenzione dell’opinione pubblica: Assisi città della pace, Porto Alegre città della trasparenza, Roma città della cultura. In questo secondo caso, le città hanno un loro “marchio” (e il marchiare richiede necessariamente un gesto d’imperio).
Il caso veneziano ha suggerito qualche passaggio ulteriore. L’esperienza veneziana (al pari di quella di altre città simili) dimostra quanto sia difficile costruire un’immagine forte in assenza di grandi interventi sul territorio. Senza grandi opere e senza momenti collettivi di partecipazione (come le olimpiadi a Torino e a Barcellona) è difficile intervenire sul percepito che una comunità locale ha di se stessa e sull’immagine che proietta al di fuori di sé (nel caso specifico il brand di Venezia è oggi solo turistico). Il sospetto è che l’identità di una città stenti a trovare il suo fondamento nelle righe dei piani di sviluppo (per quanto concertati) e abbia bisogno di segni visibili (edifici, luoghi, opere pubbliche) in grado di esprimere il senso di grandi sforzi collettivi. Proprio queste opere sono lì a ricordarci quanto il singolo individuo abbia bisogno di una comunità più ampia per dare forma al suo destino.

Stefano

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13 Responses to L’immagine di una città

  1. Sul percepito dall’esterno di Venezia direi “città bomboniera”. Il rischio di una simile situazione, se la percezione è corretta, è legato all’immobilità e al “vecchiume” (non trovo termine migliore) di una bomboniera bella e impolverata, cara a tutti e affettivamente inamovibile ma altrettanto statica. Forse non è una bella immagine ma non è agevole essere studente prima e lavoratore poi in una città che non pensa ad offrire servizi per chi viene dall’esterno e non nasconde un’antipatia endemica per gli stessi “ospiti”. Vivere una città che si adatta a te (padova?) e doversi adattare ad una città che si impone è di certo cosa differente, Venezia “si salva” per la sua unicità ma non è detto che una bomboniera resti per sempre inamovibile, le persone sono e restano l’ingrediente di base dei luoghi.

  2. Valentina dicono:

    Concordo sul fatto che Venezia si ferma ad uno stereotipo di città turistica, tutta S. Marco e Canal Grande.
    Tuttavia, vorrei aggiungere un altro spunto polemico e quello di Giorgio. Perchè questa immagine che sta stretta ai Veneziani, veri o acquisiti, sta stretta anche ai turisti, che sempre più cercano di alloggiare fuori città e portarsi un fast lunch da fuori. Poco possono le ronde pro decoro in piazza S. Marco che vietano di mangiare seduti sui gradini o sotto il porticato di Palazzo Ducale finchè la città sarà così costosa (per il turista medio almeno), nnonchè scomoda e “standard”(quanti turisti ammirano qualcosa di più che San Marco e Rialto??).
    Ben venga allora un immagine unica della città, quella di città turistica, che Venezia si merita sicuamente tutta, purchè sia supportata da servizi specifici a riguardo. Servizi che, specialmente se si guarda a quanto fatto da altre città europee, latitano da troppo tempo.

  3. Alberto Cellotto dicono:

    Forse è opportuno operare delle distinzioni per ragionare meglio. Si dice “città” ma questo è ormai un termine passpartout, col quale ci si può riferire a Shanghai, Venezia o Bilbao. Ogni città è un unicum, difficile è applicare delle regole o il benchmarking.

    Concordo sul fatto che le città (così come le nazioni) si propongano come brand e quindi con una certa identità, immagine… merchandising.
    Ma questi ragionamenti forse interessano più quando si vende il prodotto-città all’esterno.
    Nei momenti di profonda ridefinizione delle città, dei loro requisiti, della loro immagine sociale, probabilmente è auspicabile il ritorno ad una riflessione terra-terra: l’origine del termine “città”, i valori che porta (architettonici, civili). Quali di questi valori dobbiamo conservare nelle nostre riflessioni sull’immagine? Anche qui poi non ci si distanzierebbe molto dal modo di operare dei brand…
    Non credo che basti comunque un Frank O. Gehry o uno scalo Ryanair (come si è discusso recentemente) per cambiare il volto a Bilbao o a un’intera regione. Serve forse ripensare la “coralità” che ha reso possibile certe imprese e città del passato e che mi pare anche il termine adatto per riassumere la corretta conclusione dell’intervento di Stefano Micelli.
    Da ultimo, per affrontare questi ragionamenti, avviciniamoci con un bagaglio ricco che preveda l’urbanistica, l’antropologia, l’arte e le scienze sociali. Ma non dimentichiamo una materia che purtroppo è spesso stata fraintesa e collegata a programmi scolastici in maniera poco proficua: la geografia, che nelle riflessioni dei suoi maggiori esponenti sa aprire scenari di pensiero fecondi sulle città e il loro sviluppo storico.

  4. Ludovico dicono:

    Negli ultimi mesi ho avuto l’occasione, anche grazie alla mia permanenza a Shanghai, di approfondire il tema della costruzione dell’immagine della città contemporanea. Proprio Barbara Czarniawska, nel suo libro “A tale of three cities”, sottolinea uno degli elementi fondamentali di questo processo: la costruzione dell’identità e dell’alterità di una metropoli rispetto ad altre realtà.
    Ora, Venezia mi sembra abbia già un’identità decisamente marcata che la rende unica al mondo (e che spesso porta a sconfinare negli stereotipi).
    La Czarniawska sottolinea come “le tradizioni sono compilate con elementi di un repertorio esistente combinati selettivamente in una versione coerente che serve un fine pragmatico: organizzare, legittimare, ri-inquadrare.” Ciò che mi sembra manchi a Venezia sia in particolar modo quest’ultima attività: ri-inquadrare, non considerare un’identità, seppur importante e prestigiosa come quella veneziana, sempre come scontata ed inalterabile, porsi ciclicamente di fronte alla realtà in evoluzione e riconsiderare obiettivi strategici, modalità ed aree di intervento (la scala non è affatto un elemento secondario).

    Concordo pienamente con Stefano: le grandi trasformazioni ed eventi sono fondamentali nel processo di costruzione dell’immagine di una città. Poi, riguardo a come questi siano percepiti dalla popolazione (ovvero, tutte le discussioni sull’utilità dell’urbanistica partecipata), molto dipende da come queste trasformazioni sono quotidianamente gestite. Il caso delle Olimpiadi a Barcellona è sicuramente un esempio positivo ( per quanto riguarda la recente trasformazione dell’area del Forum la mia opinione è un po’ diversa…); in altri casi, come ad esempio la realizzazione attuale dell’Expo del 2010 a Shanghai, l’effettivo coinvolgimento della popolazione lascia un po’ a desiderare…

  5. vladi dicono:

    Premetto che sono a digiuno di urbanistica e che vedo lo spazio (veneziano nello specifico) da viaggiatore, in particolare da terrafermicolo pendolare.

    Pur condividendo i contenuti del post di Stefano e le successive considerazioni, mi stavo chiedendo: hanno senso finchè la storia futura della città di Venezia continua ad essere raccontata come una storia di due città? Mi spiego. Vedo impossibile una trasformazione fisica di Venezia, visti i vincoli di natura storico/architettonica che la caratterizzano. Vada per il ponte di Calatrava, ma innalzare una torre in qualche campo o fondamenta mi pare fantascienza.
    Questo finchè si considera il centro storico. Se si considerano i confini più ampi di Venezia allora il discorso può quadrare. Mestre, Marghera a me paiono, oggi, enormi spazi in cui ri-progettare e ri-definire l’identità ed il senso della città anche e soprattutto attraverso interventi sul territorio. Oggi sono solo due porte disadorne e, a mio parere, senz’anima che introducono a Venezia (in alcune zone paiono succursali molto busy di Via Anelli di Padova). Dei passaggi, niente piu’: cosi’ li interpreto ogni giorno.
    Mi piace pero’ pensarle come due fogli bianchi su cui ridisegnare un senso per Venezia e sfruttare le occasioni possibili (turistiche, insediative, culturali) su un’area più ampia.
    Certo non è semplice in una prospettiva di distacco tra il centro storico e le sue porte in terraferma quale quella che Venezia ha per lungo tempo voluto per se stessa. Pero’ ci si puo’ pensare: che ne dite?

  6. marco dicono:

    Sono d’accordo con Vladi, i problemi di Venezia paradossalmente non si risolvono da Venezia ma all’interno di una scala metropolitana più ampia. Che comprende sicuramente Mestre/Marghera e anche, direi, la famosa patreve (Padova-Treviso-Venezia). Ragionare a scala metropolitana offre una prospettiva più interessante perchè si ha a che fare con uno spazio che non ha un’immagine pregressa legata ai fasti del passato (è uno spazio urbanistico nuovo) e che offre maggiori possibilità di intervento anche in termini di grande opere (penso a tutta la terra di mezzo della patreve). Ed è a questo livello che un intervento con un progetto di punta in grado di trascinare l’entusiasmo e l’interessa della popolazione può essere più incisivo. Come Veneto e nordest abbiamo tremendamente bisogno di una nuova immagine che non può essere solo e sempre la somma delle belle città che caratterizzano il nostro territorio.

    Marco

  7. Fabrizio dicono:

    Dingpolitik, La politica delle cose: c’è questo interessante neologismo che qualche anno fa è stato messo in circolazione da Bruno Latour, sociologo dell’innovazione (almeno all’inizio). E che a me sembra utile per aggiungere sostanza (letteralmente) alle considerazioni di Stefano sui processi di costruzione dell’immaginario urbano, di Venezia in particolare. Latour ci invita a ripensare i processi di scelta collettiva, la politica in generale, restituendo un ruolo da protagonisti ad una particolare categoria di attori: le cose. L’invito riprende e tematizza in chiave politica l’ormai consolidata antropologia simmetrica che vede “umani” e “non umani” interagire, collaborare, scontrarsi, allearsi per fabbricare risultati materiali o immateriali. Gli oggetti, gli edifici, le infrastrutture, gli artefatti, le tecnologie non sono solo utili ancelle della vita sociale, docili protesi della volontà umana, esisti disciplinati della deliberazione politica: le cose occupano gli sguardi e le menti, incorporano ideali, incidono sulla vita e sulle scelte degli umani; bel al di e di fuori del loro controllo. Lo si vede, l’abbiamo fatto notare l’altra sera a Barbara Czarniawska, anche ricostruendo i percorsi che portano a costruire o ricostruire i le immagini delle città. I contesti urbani sono impensabili senza le cose che in essi vivono e le trasformazioni delle città sono molto spesso segnate dall’apparizione di manufatti che richiamano su di se attenzioni, critiche, dibattiti ed a modo loro “fanno politica”. Parigi, con la Tour Eiffel ed il Centre Pompidou, è forse la città in cui meglio si manifesta questa capacità dei non-umani di lasciare il segno, di reclamare un’eloquenza con la quale spesso gli umani non riescono a competere, di “marchiare” anche violentemente lo spazio fisico e culturale e di continuare a farlo nel tempo. Si tratta di un branding che solo adesso, nella ricostruzione sanitarizzata del marketing contemporaneo, riconosciamo come tale. Ma che all’origine vede la prepotente e lacerante presenza di un oggetto nella società, di una cosa nella vita pubblica. Accogliere le cose nel dibattito politico riporta, curiosamente, all’origine il concetto di res publica. Possiamo parlare della “cosa pubblica”, agire in una “repubblica” senza prendere sul serio “le cose”? Ruskin avrebbe detto di no. Ci avrebbe fatto partire dalle pietre, sorta di non-umani primari. Venezia, la Venezia di fine ‘900, sembra invece rispondersi che si, è possibile. Che gli umani hanno il primato sui non-umani e che lo devono difendere. Che le trasformazioni urbane sono soprattutto processi sociali e politici centrati sull’interazione, la partecipazione, la negoziazione tra umani e riversati in forma di “decisione” su non-umani docili e pazienti. I loro fantasmi aleggiano, promettenti o minacciosi, sui discorsi e sulle immagini di Venezia ma senza accesso ad un confronto che resta “umano, troppo umano”. E se invece si provasse a “rendere le cose pubbliche”? come potrebbe essere una Dingpolitik a Venezia (e in Veneto)?

  8. Stefano dicono:

    Il caso veneziano, nella sua specialità, ha tutte le credenziali per rendersi particolarmente antipatico (o suscitare ingiustificata benevolenza). La cronaca di questi giorni, per per una volta, ci offre la possibilità di guardare altrove. Il caso del tram di Firenze dà da pensare: un’infrastruttura voluta e concertata fin dal lontano 1993 diventa oggetto di polemiche asprissime non appena i cantieri assumono una qualche visibilità. Un progetto discusso e condiviso diventa inammissibile quando le rotaie diventano manifeste. Non so bene se il tram sia una risposta alle necessità di mobilità dei fiorentini: è stupefacente lo scarto fra la condivisione di un progetto sulla carta e le reazioni che vengono messe in moto da un cantiere. I protagonisti “non umani” delle nostre città sono tutt’altro che docili, alle volte.
    La torre Eifell, per riprendere il caso citato da Fabrizio, è stata un gesto di imperio; lentamente ci siamo abituati alla sua figura fino al punto di considerarla l’immagine di Parigi. La concertazione in salsa fiorentina sembra sortire effetti opposti: un manufatto destinato a rinnovare la vita e l’immagine della città, dopo concertazioni e negoziazioni viene rifiutato non appena la sua sagoma si rende visibile.
    s.

  9. A livello teorico mi sembra che il rapporto tra luoghi e persone possa essere un interessante spunto di discussione. Le persone come chiave del successo delle città, un successo però mediato dai luoghi e dai manufatti che a questi danno essenza e sostanza, quasi un circolo vizioso di luoghi che attraggono persone che popolano luoghi.

    A livello pratico la sfida patreve e la metropoli (cosi come il grande politecnico di cui più volte si è qui discusso) sono argomenti davvero interessanti ma le domande si spostano tutte sulla fattibilità e la volonta di fare. Di certo si potrebbe fare davvero molto e il ripensare i luoghi al servizio delle persone potrebbe essere davvero il driver del cambio di marcia.

  10. Valentina dicono:

    Il caso di Venezia è degno spunto di questa discussione su uomini, cose e il loro rapporto.

    Non unica nel suo genere, la città di Venezia, il luogo dove sono localizzati i suoi manufatti e le sue res è uno specchio fedele di quello che è lo spirito dei cittadini: unico, elitario, un po’ retro. Gli uomini producono edifici e monumenti perché protraggano nel tempo un idea o un ricordo che sentono vivo nel momento in cui decidono i lavori. Così quando ammiriamo Ca’ D’oro mentre il vaporetto ci porta a lavoro fantastichiamo non solo sulla sua bellezza architettonica ma anche sulla vita e la società dell’epoca, impresse anch’esse tra le pietre, come un fossile nell’ambra.

    Ma allo stesso tempo avviene anche il processo contrario: non solo l’uomo influenza le cose ma anche le cose influenzano l’uomo. Perchè nel tempo, i veneziani si sono identificati in quei palazzi e in quelle corti, sviluppando appunto un identità parimente unica ed esclusiva, che li porta a considerare tutto l’esterno come un alter (caricatura? forse, ma non troppo…). Mestre&C. comprese.

    Così, se pur mi trovo d’accordo con chi auspica un identità di Venezia che racchiuda anche le limitrofe Mestre e Marghera, mi viene difficile credere che questo possa divenire, risultato di un processo partecipativo allargato. Perchè non solo fattori storici e urbanistico/architettonici dividono le due realtà, la città storica dalle sue porte d’ingresso commerciali e industriali, ma anche fattori di identità sociale di chi quei luoghi li abita.

    Riuscirà la mobilità cittadina (esodo Venezia->Mestre e oltre) e ridurre il gap tra questi due mondi??

  11. Giancarlo dicono:

    L’immagine della città mi ricorda alcune letture giovanili di Kevin Lynch, studioso che insisteva sull’importanza del “tempo” nel dare qualità allo “spazio” urbano. Senza qualità è più difficile che la città fornisca quelle risorse di identità che fanno del luogo in cui si abita una comunità in cui abbia senso vivere. Il tempo, secondo Lynch, aiuta ad interiorizzare nella nostra cultura le forme degli edifici e degli spazi delle città, restituendoci quel senso di equilibrio e piacere che proviamo anche quando ammiriamo un paesaggio naturale. Il tempo della città, come quello della natura, non assomiglia affatto ad una vecchia fotografia, sempre uguale a se stessa se non perché diventa ogni volta più ingiallita. E’ piuttosto un film in perenne lavorazione, in cui si succedono tante storie diverse (nessun “centro storico” è stato mai costruito in blocco). Ogni nuova sequenza parte dalla precedente, e l’innovazione si rifarà alla tradizione nella misura in cui riconosce ad essa un valore. Altrimenti la cancella. L’immagine delle città è dunque l’esito di un processo storico di selezione e integrazione continua, un intreccio di creatività e rispetto per il passato. Venezia, da questo punto di vista, è un caso emblematico. Dove sta il suo limite? Che il film si è fermato a registrare storie di un passato lontano. E’ il destino delle “città turistiche”, condannate ad essere sempre uguali a se stesse. Ma se non si rinnova, una storia diventa solo folclore o parodia: magari continua a divertire tanti, ma con sempre minore interesse.

  12. Gino dicono:

    Ma per contralto al caso del tram fiorentino, a cui per molti aspetti si può accostare il nostro, e per cui evidentemente i processi di partecipazione non hanno creato condivsione, mi permetto di osservare che altre non enormi trasformazioni (ben tangibili però) creano in questi anni senso di appartenenza nella nostra città, dunque identità. Purtroppo non toccano il centro storico, ma Mestre. Che ha visto crescere recentemente un patrimonio di parchi urbani che comincia a far invidia a più di qualche centro maggiore, che ha un bosco un via di espansione, che recupera il campo trincerato. Luoghi che piano piano forniscono coscienza identitaria all’agglomerato urbano di terraferma. La mancanza sta nel fatto che non ne toccano la sfera produttiva.

  13. Fabrizio dicono:

    Robert Tavernor, direttore del cities programme della London School of Economics ha parlato a Venezia di visualizzazione della città. Di Londra, in particolare, ma ponendo questioni che interessano quasi tutte le città europee. Almeno tutte quelle che affrontano il duplice imperativo: conservare la propria identità storica e nel contempo fare spazio alla contemporaneità. L’uso dello spazio è spesso l’occasione in cui si manifesta questo dilemma. L’espansione delle aree produttive, la costruzione di nuovi edifici “moderni”, la tendenziale verticalizzazione dello skyline, sono spesso viste come una minaccia per i centri storici. Tavernor è partito da Canaletto, illustre cervello in fuga dal Veneto al Regno Unito, che con la sua veduta da Somerset House verso St Paul’s Cathedral consegna ai posteri una certa immagine di Londra: quella che piace al Principe Carlo, per intenderci. Ma altri dipinti ci mostrano come la modernità che segue non abbia pietà di quell’immagine. La rivoluzione industriale popola di ciminiere e gasometri i dintorni della cattedrale e nel secondo dopoguerra i grattacieli per uffici diventano l’icona della City, il centro finanziario mondiale cresciuto attorno alla cattedrale ed affamato di spazio. Il contemporaneo invade lo spazio dell’antico e del tradizionale e pone di fronte all’osservatore una nuova immagine della città. Il Gherkin di Norman Foster sfida la cattedrale come edificio simbolo e dall’altra parte del fiume si sta per innalzare il grattacielo di Renzo Piano, il più alto d’Europa. Il cambiamento quindi passa (anche) attraverso la fisicità degli edifici ed i valori di cui sono portatori. Gli umani che hanno una visione delle città si alleano con i non umani che ne sono la visione. La possibilità di costruire il futuro di uno spazio urbano è strettamente legata al modo in cui siamo disposti a vederlo nel presente, alle rappresentazioni che condividiamo. Nel caso di Venezia quello che notiamo è l’assenza pressoché totale di immagini che mettano assieme la città storico-artistica con quella economico-industriale. Una foto della Salute con Marghera sullo sfondo veicola un messaggio apocalittico; la vista di Venezia da S. Giuliano sembra un’allucinazione. Possiamo fare l’integrazione delle Venezie senza averne prima prodotto e condiviso delle immagini? Si può avere una vision senza essere una vision? Londra ci dice di no. La trasformazione domanda immagini nuove e la capacità di socializzare nuovi punti di vista. Si può condividere una nuova veduta di Londra dall’ultimo piano della Tate Modern (un ex-edificio industriale). Una nuova veduta di Venezia è disponibile dalla King Tower suite dell’Hiton Stucky (un ex-edificio industriale): a 3.700 euro.

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