La scommessa dei Radiohead

La stampa di questa settimana offre due spunti interessanti sull’industria discografica. Il primo: i Radiohead, rock band di culto, hanno annunciato l’imminente uscita del loro nuovo disco “In rainbows”. Lo distribuiranno autonomamente attraverso il web ed il prezzo lo decideranno gli ascoltatori: per il download dell’album si potrà pagare qualsiasi cifra, anche zero euro (yes sir!). I fan più affezionati potranno comprare una deluxe edition, questa sì fisica e decisamente costosa (40 sterline): un CD, due vinili, un libro di fotografie e testi scritti dal gruppo. Per i meno informati: non siamo di fronte ad un gruppetto qualsiasi. Per qualità e numeri siamo di fronte ad uno dei gruppi più importanti del panorama rock contemporaneo.
Il secondo spunto: Rick Rubin, leggendario produttore americano, è stato chiamato al capezzale di Columbia Records (Sony) in qualità di presidente per risollevare le sorti e la redditività del gruppo. Rubin non è per le mezze misure: “Il sistema attuale è morto e sepolto” e “troppe decisioni delle etichette non hanno niente a che fare con la musica. Sono miopi e disperate.”. La ricetta per uscire dalla crisi? Offrire la musica su abbonamento (6/7 dollari al mese per l’accesso ad interi cataloghi) e concentrarsi su business solidi come i live, il merchandising ed il licensing.
Non serve ripetere analisi già ben sviluppate da altri sull’evoluzione della discografia e dell’editoria, tema visitato con frequenza anche qui su FD. Mi soffermerei invece su un dettaglio che passa sottotraccia in queste due notizie ma che mi pare cruciale per i ragionamenti che spesso facciamo sull’economia della conoscenza e dell’immateriale. Paradossalmente questi due punti a favore della musica “digitale” riportano in gioco la fisicità. I Radiohead hanno fatto una scommessa che trovo entusiasmante: non è vero che i CD (o i vinili) sono in via d’estinzione. La fisicità della deluxe edition del loro album è visibile e forte. Il download a costo zero è una porta d’entrata verso una passione per la loro musica che porterà il nuovo ascoltatore a diventare collezionista, a comprare i dischi fisici e soprattutto a partecipare ai loro concerti. La storia che ci racconta Rubin è la stessa: la fisicità di magliette, gadget e concerti ricrea quel valore che la musica nella sua forma digitale ha perso.
Che cosa abbiamo da imparare dai Radiohead e dalle considerazioni di Rubin?
1.Che non è morto il CD. E’ morto il CD standard, dozzinale, sotto i colpi del download, legale ed illegale. Guarda un po’ anche il vinile ritrova un senso in questa prospettiva.
2. Che l’ascoltatore oggi riconosce alla musica un valore molto elevato, e guarda caso ancora una volta alla sua manifestazione fisica: il live. Questione di nuovi approcci e predisposizioni al consumo di musica.
3. In tutto questo la musica digitale assume una funzione specifica: è una commodity, un prodotto che serve a rendere possibili i business delle deluxe edition e dei concerti dal vivo (e il merchandising, i videoclip … ). Quanto senso ha in tutto questo continuare ad accapigliarsi sulla pirateria e su una concezione di copyright vecchio stile che segna chiaramente il passo di fronte a questi eventi?

Ne parlano: Luca De Biase raccoglie diversi link alla discussione sui Radiohead; il blog di Wikinomics; Minimarketing; Soundsblog; Against Monopoly e molti altri.

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