Tra industria e servizi

Venerdì scorso, si è tenuto a Venezia il convegno Ailog su logistica e ICT. Più che parlare di operations e produzione, le relazioni della mattinata sono state dedicate alle nuove strategie d’impresa e alle opportunità che la logistica evoluta offre alle imprese innovative. Ne è emerso un profilo di impresa industriale molto simile all’impresa di servizi, con implicazioni immediate sul futuro della nostra economia.
Provo a sintetizzare a partire da qualche numero emerso dalla relazione di Giorgio Merli (IBM). Oggi un’impresa che produce automobili fa un mestiere molto diverso rispetto a quello che faceva vent’anni fa. Fatto cento il valore del prodotto finale il 60% è imputabile ad attività di tipo industriale: il 10-15% spetta alla rete commerciale, il 15-25% alla logistica (costi di distribuzione e di tutta la logistica necessaria alla supply chain produttiva). Rispetto a questo 60% oggi un’azienda automobilistica evoluta controlla internamente solo una piccola parte del valore; l’acquistato raggiunge ormai l’85% del costo industriale. In altre parole un’impresa automobilistica gestisce all’interno del proprio perimetro proprietario tra il 10% ed il 20% del costo finale del prodotto. La quota parte rimanente (80-90%) è svolto da terze parti fortemente integrate fra loro. Che attività gestisce l’impresa capofila? Gestisce il concept e l’attività di progettazione, comunica il brand e il prodotto, organizza la filiera attraverso sistemi informativi all’altezza delle necessità.
E’ sufficiente focalizzare le proprie competenze su attività a valore aggiunto? No. Il vero salto di qualità si compie nel passaggio dalla vendita di prodotti alla vendita di servizi. Oggi vendere automobili è vendere servizi (anche se non sembra): chi vende l’auto low cost è chiamato a gestire assortimento e puntualità per portare il prodotto là dove il cliente lo chiede; per chi vende la classica berlina la sfida è gestire flotte aziendali in concorrenza con i noleggiatori consolidati; per chi vende il lusso la scommessa è vendere esperienze irripetibili come l’appartenenza a un club esclusivo o i corsi di guida veloce in qualche circuito sportivo. Il passaggio dalla vendita di prodotti alla vendita di servizi non riguarda sole le automobili: è una tendenza generalizzata. Riguarda il software (non compriamo più le licenze d’uso ma paghiamo il noleggio di piattaforme on line), riguarda le macchine utensili (non compriamo più impianti chiavi in mano ma ore di lavoro di centri produttivi), riguarda persino gli aerei militari (non si compra più il velivolo – pare .- quanto le ore di volo effettive).
Il passaggio dalla produzione ai servizi richiede un cambio di paradigma: il cliente diventa il baricentro di una serie di attività che vanno costantemente ricombinate fra loro. Le componenti tradizionali del processo produttivo diventano tanti pezzetti di Lego da assemblare sulla base delle richieste della domanda. Va da sé che questo processo di ricombinazione non è possibile senza un’adeguata infrastruttura tecnologica e terze parti logistiche.
Per il futuro del nostro sistema industriale le indicazioni sono abbastanza chiare: le nostre piccole e medie imprese sono state da sempre capaci di governare (nei casi più evoluti) o di inserirsi in filiere produttive in continuo cambiamento. I distretti sono stati, in questo senso, un’ottima palestra. Considerazioni diverse a proposito del tema servizi. La nostra è ancora oggi una cultura prevalentemente manifatturiera, spesso ancorata all’idea del prodotto “ben fatto”. Dietro alle difficoltà storiche nell’utilizzare in chiave strategica le nuove tecnologie c’è una resistenza nel rivedere i presupposti dell’idea di qualità e di valore. E’ difficile immaginare che un’accelerazione in questa direzione passi esclusivamente attraverso un miglioramento delle pratiche manageriali nelle imprese già consolidate. Le testimonianze di venerdì mattina dimostrano che la crescita di nuovi operatori specializzati costituisce un ingrediente essenziale per la competitività dell’economia nel suo complesso.

Stefano

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