Quarantenni all’esame di maturità politica.

Cosa rimane del secondo meeting dei quarantenni del Nordest svolto nei giorni scorsi al Cuoa? Se l’anno scorso si trattava di verificare l’esistenza di una domanda trasversale di rappresentanza e partecipazione politica da parte di una generazione rimasta un po’ nell’ombra, questa volta la sfida era più difficile. Bisognava infatti capire se questa domanda è espressione di persone, competenze e relazioni che hanno la capacità di affermarsi per quello che di buono sanno fare, non solo per quello che riescono a rivendicare in quanto “categoria generazionale”. Il tema scelto quest’anno – costruire la metropoli – non lasciava, del resto, molto spazio a discussioni astratte: come uscire dalla gabbia del localismo per realizzare adeguate infrastrutture della mobilità, della conoscenza e della sicurezza che ci aiutino a vivere meglio e competere alla pari con le altre regioni europee. La sfida, in questo senso, non è stata (ancora) vinta. Tuttavia, non si è nemmeno trattato di un’occasione persa. Il confronto è stato comunque importante per affinare un linguaggio comune, per allineare le rispettive agende politiche e, soprattutto, per prendere meglio le misure su chi può avere, effettivamente, i numeri per candidarsi a guidare il processo di modernizzazione del Nordest.
Sono stati tre, in particolare, i momenti attorno ai quali il meeting ha messo meglio in luce questi aspetti. Il primo è stato con la relazione di apertura di Stefano Micelli, che ha indicato subito gli elementi sui quali verificare la capacità dei “quarantenni” di essere classe dirigente: riconoscere la nuova scala “metropolitana” entro cui collocare problemi e soluzioni per una regione più competitiva; capire che i processi di riposizionamento dell’economia del Nordest non portano, necessariamente, al vecchio modello della grande impresa manageriale, quanto al rafforzamento del suo potenziale imprenditoriale; essere tuttavia consapevoli che questo potenziale imprenditoriale ha oggi un bisogno vitale di nuove infrastrutture economiche e sociali attorno alle quali organizzarsi: imprese leader, università, utilities, sistemi della mobilità, sicurezza. Stefano ha anche indicato un tema, su tutti, che potrebbe simbolizzare (ma, allo stesso tempo, dove si dovrebbe anche concretizzare) l’idea metropolitana di Nordest: la nuova città di Marghera, intesa come polo tecnologico, logistico, turistico e residenziale di qualità a servizio di tutto il Veneto.
Il secondo momento topico del meeting è stata l’intervista di Paolo Possamai a Innocenzo Cippolletta (da un anno presidente FS). Le domande incalzanti di Paolo hanno trasformato il confronto in una vera e propria negoziazione collettiva sulla rete ferroviaria. E hanno messo a nudo le responsabilità della classe politica veneta nel non essere riuscita a costruire soluzioni che non solo in Europa, ma anche nel resto d’Italia sono oramai in gran parte realizzate. Cippolletta ha infatti ricordato come l’Alta capacità ferroviaria sia una infrastruttura fondamentale per liberare sulla rete tradizionale spazi per traffici metropolitani. Il Veneto, secondo Cippolletta, è l’unica area del paese che non ha mostrato un interesse politico concreto nei confronti di questa infrastruttura, al punto che FS non ha ritenuto di riservare nei propri bilanci nemmeno un euro per progettare (figuriamoci per realizzare) la tratta Verona-Padova e il proseguimento a est di Mestre. Interesse politico concreto, per capirci, non significa fare convegni o scrivere qualche documento fantasioso sull’argomento (come la proposta dei vicentini per costruire, a spese di tutti, 40 km di galleria in pianura!), quanto riuscire a creare il consenso su un progetto infrastrutturale credibile e coerente.
Il terzo momento è stata la tavola rotonda conclusiva, introdotta da una ben documentata relazione di Daniele Marini sull’evoluzione delle identità del Nordest. A discutere sono stati chiamati Alessandro Profumo (Unicredit), Roberto Maroni (Lega Nord) e Enrico Letta (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio). Impietosa è stata soprattutto l’analisi di Letta: dopo Tangentopoli il Nordest non è più stato in grado di esprimere una classe dirigente nazionale, non solo nel sistema politico ma anche nelle organizzazioni sociali e, soprattutto, in Confindustria. Difficile, su questo, dare torto a Letta. Al punto che se c’è una conclusione che possiamo trarre da quanto si è visto e sentito nel secondo Meeting dei quarantenni, è che i “mondi vitali” da cui può nascere una nuova classe dirigente del Nordest non sono quelli tradizionali dell’impresa. Il che potrebbe risultare in contraddizione con il modello di società imprenditoriale che proprio il Nordest sembra incarnare. In realtà, è la conferma che l’imprenditorialità è oggi una dimensione trasversale, e che possiamo trovare, perciò, nel mondo della cultura, dell’informazione, della politica almeno quanto nell’economia. Ma è anche la conferma che il Nordest sta cambiando davvero, e che la sua identità produttiva è solo una faccia, probabilmente nemmeno quella più importante, del suo modo di riconoscersi e presentarsi al mondo.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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10 Responses to Quarantenni all’esame di maturità politica.

  1. sf dicono:

    Oltre alle considerazioni di Giancarlo che ben ha fotografato gli esiti del meeting aggiungo un’altro fotogramma.
    Nonostante tra i temi ci fosse anche l’immigrazione, le sessioni plenarie hanno sostanzialmente evitato le questioni sociali legate alla costruzione di una metropoli del nordest. Entusiasmano le infrastrutture, materiali e immateriali, le eccellenze, l’innovazione, mentre la coesione sociale rimane nello sfondo.
    Una metropoli che attende trentamila stranieri l’anno nei prossimi anni non può non mettere tra le sue priorità le azioni di inclusione. C’è il rischio, ma è già più di un rischio, che il corpo sociale li rigetti, che domini la chiusura e la paura. Ma con la paura e la chiusura non si anticipa il futuro, semplicemente lo si rifiuta.
    La coesione sociale è stata un tema debole del meeting, eppure l’innovazione si fa anche nelle politiche sociali. Senza queste ultime la “testa” del nordest correrà certamente avanti ma un mattino sarà un terribile mal di pancia a risvegliarci.
    Ci sono buone idee e buone pratiche purchè gli si riconosca dignità quanto a quelle, a dire il vero poche, espresse dalle categorie più forti e dinamiche dell’economia.

  2. Stefano dicono:

    Le osservazioni di sf sollevano un problema più generale, ovvero la scarsa presenza di politici fra i quarantenni che hanno partecipato all’incontro. Senza di loro, la discussione sui tanti temi proposti (infrastrutture, competitività, metropoli, etc.) rischia un’inesorabile deriva tecnocratico-manageriale. Sf solleva il problema degli immigrati e della coesione sociale. Immagino che la produzione del consenso ne implichi anche degli altri, senz’altro da discutere.
    Conoscendo gli organizzatori, suppongo che gli inviti siano stati spediti. Non mi è chiaro il perché delle assenze.
    Stefano

  3. Giancarlo dicono:

    @ sf: hai ragione, il tema della coesione sociale non ha avuto l’importanza che sicuramente merita. In realtà, chi più si è soffermato sul problema è stato Alessandro Profumo nella tavola rotonda conclusiva. L’ad di Unicredit ha posto il tema delle politiche attive di integrazione degli immigrati (ha citato espressamente il dramma dei nomadi) come condizione per creare un ambiente sociale adatto allo sviluppo. Se non si promuove l’integrazione sociale, ha sostenuto Profumo, non si riuscirà nemmeno ad attirare il capitale umano e creativo più qualificato. Ci si può chiedere, a parziale discolpa della sottovalutazione che c’è stata nel meeting, quanto il tema delle politiche di integrazione sia da collocare nel nuovo “spazio metropolitano”, e quanto, invece, continui a rappresentare un argomento da trattare più propriamente in ambito locale. Anche questo non è un aspetto banale da discutere.
    Gc

  4. marco dicono:

    Registro che sulla stampa il meeting non ha avuto lo spazio che avrebbe meritato. In un territorio che per anni è stato considerato incapace di esprimere una classe dirigente all’altezza, in due soli edizioni si è riusciti a raggiungere una agenda comune delle priorità di intervento (competitività, innovazione, metropoli, infrastrutture) e l’arrivo di molti nuovi volti sulla scena. Mi sembra una notizia. Evidentemente la scarsa presenza di politici non ha aiutato. Ma, forse, serve anche un nuovo modello comunicativo che riesca a far maturare queste idee nella società. Il format andrebbe ripensato: il meeting dovrebbe diventare itinerante (ogni anno in una città diversa del nordest) ed essere meno “generazionale” aprendosi maggiormente (perchè non coinvolgere anche i trentenni ad esempio?). Lo stesso meccanismo di costruzione dell’agenda dell’evento potrebbe essere maggiormente partecipativo e anticipato da una discussione (online) dei temi sui quali puntare, fermo restando il diritto degli organizzatori di dare un’impronta precisa. Si tratta di cambiamenti di natura incrementale che potrebbero accrescere la visibilità del meeting, attraendo maggiore interesse. E allora sì i politici farebbero a gara per venire all’evento.

    Marco

  5. Matteo dicono:

    Ho fatto una breve ricerca tra i materiali postati a proposito del meeting. Non appaiono una sola volta i termini ambiente, sostenibilità, energia. Non è proprio stato toccato l’argomento? Forse nelle singole sessioni se ne è parlato, e anche il riferimento a Marghera può vagamente richiamare i concentti. Ma per un’aspirante classe dirigente di un’aspirante metropoli, situata in uno dei territori più inquinati al mondo e dipendente all’80% dalle ormai in via di esaurimento fonti fossili, credo che il tema debba avere una qualche rilevanza. La California, partendo dal problema di inquinamento, ne sta facendo un motore di sviluppo. Qualcosa di simile sta cercando di fare, molto più in piccolo, il Trentino (approfitto per segnalarvi un sito di riferimento, http://www.dttn.it).

  6. Giancarlo dicono:

    @ Matteo: giusto quanto dici, salvo il fatto che anche parlare di alta velocità significa affrontare il tema della mobilità sostenibile. Inoltre, credo ci sia un problema da parte di alcuni ambientalisti (non tutti, certo) nel sentirsi, davvero, classe dirigente, che comporta la disponibilità a confrontarsi con altri e individuare terreni comuni di dialogo. In ogni caso, quello dello sviluppo sostenibile mi sembra un tema interessante per il prossimo meeting.
    Gc

  7. Didi Steiner dicono:

    Perdonate l’intromissione, ma quelli del “CUOA” non potevano pensare ad un nome che non sembrasse un esercizio da riabilitazione logopedica?

  8. matteo quero dicono:

    Ero presente al meeting e concordo con le analisi di Giancarlo. Mi permetto di fare un’ulteriore “piccola” considerazione ovvero di quale metropoli stiamo parlando? Per costruire una metropoli è necessaria una volontà comune, una sorta di socialità che ci aiuti ad individure un obbiettivo che si ritiene comune. Ebbene, ho partecipato insieme al Prof. E.Micelli e Flavio Albanese al gruppo di lavoro che doveva prefiguare un futuro urbanistico (e non solo) a questa metropoli e di un sentire comune se ne è avuta la percezione solo quel per che riguarda il lato economico. Poco o per nulla è stato trattato il tema della socialità che dovrebbe essere il vero “cemento” che unisce il territorio. nell’intervenire mi sono permesso di citare K.Popper e il titolo del suo testo piu’ famoso: “La società aperta ed i suoi nemici”, ma sicuri che “i suoi nemici” non siamo Noi?
    Noi, che costruiamo abitazioni tanto comode, ipertecnologizzate e supersicure da indurci a non uscirne piu’, se non per necessità.
    Noi, che pur di non dover prendere i mezzi pubblici ci “facciamo” la seconda auto con targa pari/dispari per evitare i blocchi temporanei del traffico.
    Noi, che lasciamo gli spazi pubblici “vuoti” e che li facciamo “riempire” dagli “altri”, salvo poi lamentarci per il forte senso di insicurezza che abbiamo quando li percorriamo.
    Noi, che siamo permeati del piu’ becero ed antico degli individualismi (quello del campanile, del proprio mq o del “ghe pensi mi”) e che dimostriamo di essere in possesso di un grande “deficit culturale” nei confronti della contemporaneità.
    Noi, che non riusciamo a fare sinergia tra pubblico e privato per realizzare joint venture al fine di abbattere i costi di energia, i costi della congestione del traffico da e per i luoghi di lavoro, che non riusciamo a conciliare i tempi di vita e di lavoro.
    Noi, che… non ci saremo?
    matteo

  9. Gino dicono:

    Effettivamente sentire che nel dibattito manca il tema della sostenibilità dello sviluppo del nostro territorio è abbastanza singolare.
    Credo innanzitutto non sia necessario che per costruire un progetto di Nord Est “integrando” l’ambiente si aspetti che gli ambientalisti (non tutti..) si facciano classe dirigente: una coscienza e una preparazione su tematiche ambientali è ormai imprescindibile per ciascun attore significativo, una caratterizzazione solo su tematiche ambientali credo sia riduttiva…

  10. Matteo dicono:

    Certi ambientalisti (ad esempio quelli del no all’eolico perchè deturpa) fanno male allo stesso ambientalismo, oltre che alla società. Non li metterei sullo stesso piano di altri ambientalisti, quelli del no al nucleare (sul quale concorda, ad esempio, anche il Ministro per lo Sviluppo Economico, perchè economicamente il nucleare di oggi non è conveniente) o del no agli inceneritori (ci sono altre alternative più intelligenti, e comunque gli inceneritori non eliminano il problema delle discariche). In questi termini sono d’accordo con Giancarlo.
    Ma concordo pienamente anche con Gino sulla necessità di una certa preparazione a riguardo delle scienze ambientali da parte di tutti. E su questo tema siamo noi economisti a non essere pronti. La gran parte dell’economia, e delle ricette che propone, continua a dare per scontato l’assenza di limiti fisici del Pianeta, e questa è a mio avviso la pecca e il problema più grande, che va rimosso al più presto, perchè fa più danni di un certo ambientalismo.
    L’economia standard vede il mondo come uno spazio vuoto, entro cui ci si può espandere all’infinito, è il mantra della crescita. Purtroppo (o per fortuna) non è così. I processi economici e produttivi devono svolgersi entro precisi confini ambientali. Anche Picasso o gli Impressionisti hanno creato opere straordinarie e inimmaginabili restando entro i limiti della tela e dei colori a loro disposizione.

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