I libri tra mercato e cultura

Il botta e risposta tra Umberto Galimberti ed una libraia sul femminile di Repubblica dello scorso sabato offre alcuni interessanti spunti di riflessione sul mercato dei libri e rispolvera la vecchia opposizione mercato vs. cultura (se c’è l’uno l’altra soccombe). La libraia si lamenta della liberalizzazione del prezzo dei libri imposta dal Decreto Bersani. Il ragionamento è efficace: liberalizzare i prezzi finirà per favorire le grandi catene e produrrà una forte concentrazione del settore a vantaggio dei grandi editori, unici in grado di giocare la partita degli sconti. Di più: il dominio dei bestseller ucciderà la varietà del mercato ed i piccoli editori.
Galimberti condivide e rilancia. Sui bestseller, in particolare, è tranchant: “espressione che serve a segnalare i peggiori libri in circolazione”. E ancora: “oggi i migliori libri li pubblicano le piccole case editrici […] che non possono competere sulla liberalizzazione dei prezzi”. Infine, i piccoli librai spariranno, “e con loro quanto la cultura ha di pregevole, secretato in quei libri che non sono un evento di massa ostentato in sei vetrine consecutive”.
Parlo della mia esperienza di lettore: frequento con egual intensità Feltrinelli a Padova e una piccola libreria dalle mie parti. A seconda del mio obiettivo scelgo l’uno o l’altra: se so già che cosa voglio vado da Feltrinelli, a cercare il probabile sconto e sicuro che troverò il libro. I libri del piccolo editore, infatti, li trovo con più facilità nella grande catena, per una semplice questione di metri quadri: più scaffali e spazio da riempire, maggiore varietà. Se invece non ho idee precise, vado dalla mia cara libraia che da richieste vaghe e umorali sa costruire percorsi di lettura e consigliarmi e generalmente mi svuota il portafogli. Insomma, la specializzazione ed il servizio mi paiono le armi con cui i piccoli possono sopravvivere con – o nonostante – i grandi. Tra i librai indipendenti, alcuni (molti) hanno cominciato a muoversi in questo senso, con iniziative come la Scuola per i librai italiani di Orvieto (ALI), destinata a creare librai competenti e capaci di leggere e seguire il mercato.
Nessuna tragedia, quindi. Il presupposto di questa coesistenza è una domanda sostenuta e appassionata di libri ed è questo il punto su cui c’è più da riflettere. Un mercato pieno di lettori appassionati farebbe il bene di piccoli e grandi, distributori ed editori: la specializzazione del piccolo è riconosciuta – pagata- da un consumatore assiduo che ha sviluppato sensibilità e richieste differenziate ed articolate. I dati ISTAT e AIE dimostrano che i lettori medi e forti prediligono le grandi superfici (oltre i 100 mq. con oltre 10 mila titoli a magazzino) proprio perché reclamano scelta, altro che appiattimento sui bestseller. Questi lettori sono ancora pochi: secondo ISTAT 20 milioni di italiani non leggono, metà dei lettori legge meno di tre libri l’anno, solo 3 milioni leggono un libro al mese. L’effetto combinato di sconti e bestseller potrebbe avvicinare i non lettori al mondo dei libri e creare dinamiche virtuose: Moccia, la Rowling hanno avvicinato migliaia di giovani non lettori (o lettori casuali) al mondo della letteratura. Ora sta al settore (editori e distributori), accompagnarli e stimolare curiosità e voglia di varietà.
Ciò che colpisce di più dello scambio tra Galimberti e la libraia è l’intransigenza dei due: da una parte i buoni (i piccoli editori e librai ed i lettori di libri “seri”), dall’altra i cattivi (grandi editori e catene il mercato), con il bestseller come incontrovertibile prova della vittoria del male sulla cultura.
Il mondo dei libri è sicuramente in una fase di transizione che richiede attenzione e delicatezza, ma anche la capacità dei suoi operatori e commentatori di ripensare sé stessi ed il mercato. Paventare tragedie e difendere un’idea anacronistica seppur romantica della cultura non mi paiono il modo migliore per cominciare.

Vladi

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