Università in gara

Alcune settimane fa il settimanale Newsweek ha dedicato un numero speciale alla competizione fra le migliori università a livello globale. Il titolo The race is on è tutto un programma: le università di tutto il mondo hanno cominciato a darsi battaglia per reclutare e formare i migliori talenti. Alla gara, secondo Newsweek, non partecipano solo le solite prime della classe (le migliori università americane e inglesi), ma anche grandi università asiatiche intenzionate a diventare un’alternativa credibile a Harvard e al Mit sulla base di un programma di finanziamenti assolutamente impressionante.
Le tesi avanzate e le statistiche cui fa riferimento sono di una certa utilità per il dibattito italiano sul futuro dell’università. Newsweek dice per esempio che esiste una crescente domanda di mobilità fra gli studenti di talento (anche quelli americani), che i percorsi formativi saranno sempre più ricchi dal punto di vista geografico (le partnership fra università nei diversi continenti crescono) e che un paese che ambisce a essere qualcosa nella competizione internazionale deve impegnarsi nel formare una quota di studenti internazionali e trattenerli una volta terminati gli studi. Newsweek ci informa anche che il governo americano ha pubblicizzato per la prima volta le proprie università con una serie di spot già visti da oltre 180 milioni di cinesi e che le graduatorie internazionali stilate da Jiao Tong University e dal Times Higher Education Supplement stanno diventando un punto di riferimento per molti giovani in cerca di destinazione.
Era lecito immaginare che una qualche discussione lo speciale di Newsweek l’avrebbe sollevata. E invece nulla. In attesa delle valutazioni dell’Anvur, si poteva discutere – per esempio – del posizionamento internazionale delle nostre università. Prendiamo le università del Veneto di cui si è molto parlato in questi mesi in vista della creazione di un ipotetico Politecnico del Nord Est. La prima e unica citata nelle graduatorie è Padova, al 191esimo posto. Le due università veneziane e quella veronese non sono menzionate. Se è vero che la gara è iniziata, ad alcuni non è stato dato nemmeno un pettorale. C’è di che preoccuparsi.
Il ministro Mussi ha avviato di recente l’ennesima riforma dell’università. Maggiore standardizzazione dei corsi di laurea, ritorno a una didattica più tradizionale. Tutte cose utili, non c’è dubbio. E tuttavia l’impressione che si ricava dalla lettura di Newsweek è che qui serve dell’altro. Da studioso di economia delle imprese suggerisco una strategia in tre punti. 1. Aumentare la dimensione degli atenei. Se guardo ai tre poli di Padova, Venezia e Treviso la fusione delle tre strutture aumenterebbe la visibilità internazionale e garantirebbe una razionalizzazione delle strutture a livello amministrativo. Perché non scommettere su un’Università Galileo Galilei con tre sedi operative? 2. Concentrare le risorse su ricerca e didattica e abbandonare il business dell’immobiliare. Oggi una parte rilevante delle risorse degli atenei è finalizzata alla gestione degli immobili: scorporiamo e diamo in gestione a operatori specializzati. Il guadagno sarebbe immediato e i servizi potrebbero migliorare (senza servizi gli studenti stranieri non vengono). 3. Comprare talenti sul mercato. Mi pare difficile che i nostri atenei possano crescere in modo organico nella ricerca fino a scalare le classifiche delle migliori università. Con i soldi risparmiati al punto 1) e al punto 2) decidiamoci ad ospitare professori stranieri (con molti titoli di ricerca) in grado di attirare studenti da tutto il mondo. Troppo complicato?

Stefano

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12 Responses to Università in gara

  1. Paolo R. dicono:

    Molto giusto, molto interessante. La concertazione, se non fusione, tra i tre atenei potrebeb essere davvero la pietra miliare – finalmente sostanziale e non stupidamente politicizzata – della creazione di una learning region metropolitana.
    Chi fosse interessato, mi chieda per e-mail (antonio.russo@urv.cat) un articolo da me recentemente pubblicato sulle relazioni tra università, sviluppo urbano e impresa. saluti a tutti,

  2. Marco DA dicono:

    Condivido appieno le tesi di Stefano. Pongo solo un quesito: pensate veramente che gli organi di governo delle nostre Università (rettori e consigli di ateneo in testa) sarebbero disponibili a rimettere il loro mandato per costruire un organo di governo unico, con indirizzi didattici, organizzativi, ecc unici ?

  3. Molto d’accordo. Aggiungerei che, oltre alla standardizzazione dei corsi, sarebbe opportuno una revisione delle discipline, con un occhio più attento alle trasformazioni del mercato. Berkley sta rinnovando i corsi di ingegneria:
    http://archidata.typepad.com/chez_asa/2007/09/il-modello-berk.html

  4. marco dicono:

    La fusione tra università è una proposta molto convincente e, allo stesso tempo, sfidante. La convergenza dei tre poli universitari all’interno di una entità comune non sarà una passeggiata. Va fatta però. E si può cominciare da subito partendo dalla definizione del nome che potrebbe essere utilizzato in tempi brevi da tutti e tre gli atenei. Stefano propone Università Galileo Galilei. Non mi convince molto: troppo sbilanciato sul passato e su Padova, in più fa torto ai molti altri grandi passati da quelle parti. Perchè non Università del Veneto? Più semplice, estendibile a termine anche a Verona, e soprattutto indicativo della volontà del nordest di guardarsi in faccia e di lanciare sfide per il futuro.

    Marco

    P.s. @ Paolo perchè non metti il link dove scaricare il tuo paper?

  5. L’interessante proposta strutturale andrebbe a mio avviso completata da una piattaforma anche nazionale di “apprendimento centralizzato”. In questo blog e in molti altri si è discusso sul concetto di apprendimento 2.0, studenti che innovano (a volte più dei docenti?) e particolari iniziative che rendono l’apprendimento più divertente, operativo e utile. La grande distanza dalle università straniere è anche didattica, il gap può però essere colmato con meno fatica rispetto al passato se si pensa alla quantità e soprattutto alla qualità delle risorse presenti in rete. Posso oggi accedere senza fatica ai materiali di un corso avanzato del MIT, cosa non pensabile poco tempo fa. All’università il “solo” compito di fornire una serie di strumenti per comprendere, non anche le fonti (spesso univoche) del sapere. Sarebbe molto bello se si potesse scegliere cosa imparare, probabilmente sarebbe un gioco a somma positiva, con vantaggi per tutti. Sul tema della democrazia dell’apprendimento ho scritto un articolo per il giornale universitario veneziano, lo invio agli amministratori di questo blog per non intasare i commenti.

  6. Giorgio De Michelis dicono:

    Venezia ha una situazione talmente privilegiata per le note ragioni, che potrebbe sviluppare un programma di fellowship internazionali con cui ospitare periodicamente ricercatori di prima grandezza per uno o più mesi garantendo a chi studia e lavora nelle sue Università un ambiente ricco di stimoli e di possibilità.
    E’ nelle altre Università, site in città che non hanno l’appeal di Venezia, che il problema è difficile, ma si potrebbe cominciare a pensare come attrarre persone di qualità da subito.
    Ho fatto questo esempio per indicare che potremmo ancora cominciare a muoverci con creatività e usando le risorse che l’Italia ha nascoste qui e lì, per avere tempo di lanciare programmi credibili di maggiore spessore.

  7. Stefano dicono:

    @ GDM I privilegi di cui gode Venezia sono, ahimé, anche la sua condanna. E’ vero: la città potrebbe richiamare professori e studenti da tutto il mondo, ma questo a condizione di offrire strutture ricettive adeguate (a prezzi di mercato) e un’offerta didattica in inglese. Nessuna delle due condizioni, a oggi, è soddisfatta. Nonostante il richiamo della città, l’offerta veneziana (in particolare ca’ foscari) si è tarata su un mercato provinciale (nel senso stretto del termine): in un’aula di economia la percentuale degli studenti che viene dall’area Padova Venezia Treviso di solito si attesta sull’85%.
    Altro problema veneziano è la mancanza di una forte componente scientifica fra le proprie facoltà. Difficile emergere nelle graduatorie internazionali senza ingegneria e scienze (è sufficiente dare un’occhiata ai pesi relativi su cui si costruiscono i ranking a scala internazionale).
    Il ragionamento cambia completamente nell’ipotesi di un unico ateneo con due sedi operative distinte. In questo caso sarebbe possibile sviluppare una maggiore attrattività dell’ateneo nel suo complesso e immaginare una divisione del lavoro più chiara fra le sedi, magari enfatizzando una specializzazione sull’internazionale in Venezia centro storico.
    Concordo assolutamente con te sulla necessità di usare le risorse che abbiamo con maggiore creatività. Direi anche con con maggiore determinazione.

  8. Giancarlo dicono:

    La proposta di Stefano è interessante e tutt’altro che da catalogare nel capitolo delle “provocazioni”. Fino a qualche anno fa le Università sembravano immuni dalla concorrenza internazionale. Anzi, sembravano immuni da ogni forma di concorrenza. Che, invece, si è iniziato a sentire appena le risorse trasferite dallo Stato sono diventate scarse e quando, paradossalmente, è cresciuta la domanda di formazione avanzata. Infatti, nel momento in cui tutti (o quasi) hanno una laurea, la laurea tende a perdere il suo valore generale di segnalazione, e acquista invece significato il valore dello specifico percorso di apprendimento. Lo stesso valore di segnalazione dipende, semmai, dalla reputazione dell’ateneo, che si costruisce investendo con continuità e rigore su risorse umane e di ricerca. Stefano, dunque, vede bene le sfide di un processo di crescita delle Università del Veneto destinato a diventare sempre più importante. Il punto, allora, è come procedere. Può anche essere che la soluzione più efficace sia quella di unificare subito i tre atenei. Un’unica struttura amministrativa e un unico governo delle attività didattiche e di ricerca creerebbe indubbie economie di scala, i cui ritorni potrebbero essere investiti nella crescita qualitativa del sistema. Tuttavia, per essere più realisti, potremmo pensare di avviare un processo di aggiustamento al margine, premiando tutte le nuove iniziative che si muovono nella direzione dell’integrazione. Pensiamo ai master, ai dottorati di ricerca, alla riorganizzazione delle nuove lauree. Ogni progetto costruito in forma cooperativa fra atenei del Veneto potrebbe godere di un incentivo specifico. Anche l’idea di unificare la gestione del patrimonio immobiliare va in questa direzione. Così come quella di pensare a servizi amministrativi e agli studenti comuni. Ma la cooperazione fra atenei non basta. Ciò che serve è anche una governance più aperta dell’Università, in cui gli attori economici e sociali possano entrare, investendo risorse proprie nello sviluppo delle attività didattiche e di ricerca. La sfida forse più difficile è questa.
    Giancarlo

  9. Valentina dicono:

    Tutti gli studenti che abbiano frequentato un università qui in Veneto e abbiano avuto l’occasione di entrare in contatto con un università estera non potranno che concordare sulla necessità di un cambiamento del sistema.

    Quello che più urge secondo me è un adattamento dei curricola alle necessità concrete del mercato del lavoro. Come Giancarlo, penso che il modo migliore per raggiungere maggiore visibilità internazionale e una migliore qualità della didattica in tempi e modi relativamente realisti, sia il partire dai livelli più alti dell’istruzione e della ricerca. Quello a cui sto pensando in primis, sia per interesse personale che perchè ritengo siano lo specchio della capacità di produrre ricerca di un università, è il dottorato di ricerca.

    Attualmente ogni università lotta con unghie e denti contro la mancanza di fondi ministeriali, per riuscire ad attivare corsi per un numero bassissimo di dottorandi. D’accordo che l’apprendimento ne guadagna con un basso tasso di studenti per professore, ma lo stesso non si può per la qualità e la varietà della didattica. Se le varie università venete riuscissero a concordare delle scuole di dottorato unificate si otterrebbe il duplice risultato auspicato da Stefano di raggiungere una maggiore visibilità internazionale ma anche una migliore possibilità di ottenere fondi anche da strutture private, così da attivare una spirale positiva visibilità-finanziamenti-qualità-flessibilità.

    E chissà che in questo modo non si riescano anche ad attivare dei dottorati più flessibili, specializzati e aderenti alle necessità e interessi contemporanei, abbandonando curricola che approfondiscono materie basilari e generaliste che si basano sul percorso di studi del primo anno di uno studente universitario. Gli studenti, di sicuro, ringrazierebbero, e magari sarebbero più invogliati ad accorrere negli atenei veneti anche se provenienti da lontano.

  10. Luca dicono:

    Interessante la proposta di creare l’Università del Veneto attraverso la fusione di tre atenei, senza chiedere risorse aggiuntive (in particolare alle istituzioni locali) ma recuperando risorse attraverso un processo di razionalizzazione della spesa e di valorizzazione del patrimonio immobiliare (se non ricordo male il dibattito sul Politecnico del Nord Est era maturato su altri presupposti).

    Questa ipotesi di partenza oltre ad essere una sfida stimolante di fatto rimette in gioco il rapporto con le amministrazioni locali del nostro territorio per troppo tempo viste e vissute dal mondo universitario solo come “sponsor” di singoli progetti di ricerca spesso di competenza dei singoli professori piuttosto che partner di un progetto di sviluppo organico, di sistema e condiviso. La questione onestamete non mi sembra semplice, e d’immediata risoluzione, ma provo a fornire delle idee sulle caratteristiche di questa nuova partnership tra l’Universita’ del Veneto e le amministrazioni locali del Veneto:
    – continuativa, ovvero costruire spazi e monenti di dialogo ed interazione continuativi tra la nuova università e le istituzioni locali favorendo finalmente il dialogo non solo tra i “vertici” ma tra le direzioni e le strutture operative delle istituzioni locali con i singoli dipartimenti universitari;
    – interdisciplinare, la domanda di ricerca, analisi e supporto che esprimono le nostre amministrazioni locali richede sempre più spesso una risposta interdisciplinare fornita da gruppi di lavoro interdipartimentali;
    – non amministrativa, ovvero superardo una approccio valutativo spesso troppo imperniato sulla rendicontazione amministrativa (sicuramente esasperata nell’ambito dei progetti europei) dove spesso la “buona gestione amministrativa” prevale sulla reale valutazione dei risultati e dei benefici prodotti dal singolo progetto.

  11. Thomas dicono:

    Sono d’accordo sulle proposte avanzate da Stefano e sarei d’accordo anche sul nome dell’ipotetico polo universitario, se non fosse che a Padova già esiste una Scuola Galileiana di Studi Superiori (una sorta di Normale patavina). Anzi, mi spingo ancora più in là in questo senso. L’Università di Padova è considerata la “migliore” del Veneto e, stando alle ultime ricerche del Ministero dell’Università anche la prima a livello nazionale per qualità della didattica e della Ricerca; sta rafforzando il programma di Visiting Professors e può contare sulla disponibilità di numerose borse di studio per i dottorati di qualsiasi disciplina. Sembra aver “superato” Venezia anche su materie storicamente appannagio di Ca’ Foscari come le scienze economiche.
    Quali sarebbero, allora, i vantaggi per l’Università di Padova di unire (disperdere) le forze. L’unica sinergia che mi verrebbe da ipotizzare è con lo IUAV, non avendo Padova una facoltà di Architettura (e alla luce del surplus di finanziamenti ricevuti da questo Ente).
    Attendo con fiducia di essere smentito.

  12. Thomas dicono:

    Scusate, volevo dire “appannaggio”…

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