Le basi di un patto fiscale

Nelle ultime settimane ha preso forma su diversi giornali veneti un dibattito sulla questione fiscale che ha provato a superare due pericolosi stereotipi: il primo è quello di una sinistra che vuole comunque aumentare le imposte, lasciando alla destra il merito di ridurle; il secondo è quello di un Veneto in cui sarebbe radicata una atavica avversione verso lo stato e, di conseguenza, contro ogni forma di prelievo. Su questo dibattito sono intervenuti diversi esponenti politici. Tre temi, su tutti, meritano di essere ripresi.
Il primo è quello dell’evasione fiscale, che per la sinistra rappresenta la vera emergenza nazionale. Se tutti facessero il proprio dovere fiscale, è facile concludere che, allora, le tasse potrebbero essere ridotte. Tralasciando questioni piuttosto controverse sul piano politico e morale – se l’evasione va condannata, non significa che è giusto qualsiasi livello di tassazione – il dibattito sull’evasione tende a non riconoscere alcuni elementari aspetti della realtà economica. Innanzitutto che il gettito potenzialmente recuperabile (in Italia le stime più accreditate lo fissano stabilmente attorno al 15% del Pil) non è una variabile indipendente: quando l’evasione viene colpita, tende a ridursi e in alcuni casi a scomparire la base imponibile sottostante. Il prezzo dei beni e dei servizi che si vuole fare emergere cresce per definizione, e questo riduce la domanda; di conseguenza, l’imponibile non potrà essere interamente recuperato. In alcuni casi, l’emersione è un vincolo all’attività, come per molti pensionati che, se scoperti, smettono di lavorare. Collegato a quest’ultimo aspetto è il fatto che la metà del gettito evaso è attribuibile al lavoro nero, un problema molto grave nel Mezzogiorno, dove gli occupati irregolari sarebbero il 22% dell’occupazione (con punte in Calabria, Sicilia e Campania), ma del tutto fisiologico al nord. Secondo l’Istat, il Veneto è, assieme a Emilia Romagna e Lombardia, la regione più virtuosa. Se la sinistra, soprattutto quella sindacale, vuole seriamente affrontare il problema dell’evasione, dovrebbe allora operare su due piani. Uno è quello dell’innalzamento dell’età pensionabile, poiché in questo modo si riduce una vasta area di sommerso. L’altro è quello del federalismo contrattuale, perché il lavoro nero non è altro che la reazione del mercato all’imposizione di uno standard salariale nazionale in presenza di forti dislivelli di produttività. Perché la sinistra politica e sindacale non comincia a fare chiarezza su questi punti?
La seconda questione è quella del debito. L’Italia si trascina un elevato debito pubblico (il 106% del Pil, contro una media UE del 65%) che costa oltre 70 miliardi di euro di interessi all’anno (il 10% della spesa pubblica corrente). In questo modo vengono bloccate risorse che sarebbero altrimenti impiegabili per investimenti o, appunto, per ridurre il prelievo fiscale. Il problema è oggi aggravato dalla prospettiva di innalzamento dei tassi di interesse. Ma come ridurre il debito? Una linea è certamente quella dei surplus correnti che si possono raggiungere tramite una disciplina fiscale: in altre parole, più tasse e meno spese. Un’altra linea è quella della crescita economica, che tuttavia si scontra con politiche fiscali restrittive. In realtà, come dimostrano le esperienze di Irlanda, Regno Unito e anche Germania, una riduzione della pressione fiscale può favorire una crescita del Pil che, alla fine, risolve anche i problemi di bilancio pubblico. La terza linea, che negli ultimi anni sembra caduta in disgrazia, è quella delle privatizzazioni. Eppure, questa terza strada potrebbe essere la più logica e promettente dal punto di vista economico: vendere parte del patrimonio pubblico (quello statale ma anche degli enti locali), costringerebbe il sistema politico-amministrativo italiano a svolgere quel ruolo di regolatore a vantaggio dei cittadini che, invece, ha spesso tralasciato a beneficio di improprie funzioni di gestione. Oltre a ridurre gli oneri sul debito, si potrebbero così aprire spazi di investimento in aree molto importanti per la vita civile e ed economica – si pensi alle utilities, all’ambiente, alla mobilità urbana – creando incentivi all’innovazione oggi limitati da posizioni di rendita.
La terza questione è quella del federalismo. Come non vedere che il centralismo politico e istituzionale è sempre più causa, invece che soluzione, del dualismo nazionale? Com’è possibile che in Italia permangano ancora differenze così marcate su quasi tutti i campi della vita economica e sociale? Non solo nei livelli di reddito e nei tassi di occupazione, ma anche nella qualità delle infrastrutture, dei servizi sanitari, dell’ambiente, delle prestazioni di scuole e università. In nome di una malintesa idea di solidarietà, si è di fatto mantenuto un sistema di sussidi al sud che ha alimentato irresponsabilità diffuse, clientelismo e, di fatto, la criminalità. Per rompere questo meccanismo perverso bisogna trovare il coraggio di introdurre in modo progressivo ma deciso elementi di autonomia e federalismo su molti settori. La gestione regionale della sanità, nonostante i dubbi iniziali, ha dato buona prova in quasi tutto il Centro-Nord. Un sistema analogo potrebbe venire esteso alla scuola e all’università. Ma affinché il gioco funzioni e generi incentivi alla responsabilità anche al Sud, è necessario che la fiscalità venga progressivamente portata a livello regionale, smettendo di impiegare criteri di trasferimento basati sulla “spesa storica”.
Un nuovo patto fiscale fra cittadini e stato è quanto mai necessario. Ma un patto si costruisce e può reggere se entrambe le parti danno segnali di fiducia. L’aumento del gettito può essere interpretato come un segnale dei cittadini. Adesso tocca allo stato.
Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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