Elogio del subprime

Leggo gli articoli della stampa italiana sulla crisi dei mutui subprime (ultimo quello di Ilvo Diamanti ieri su Repubblica) e non riesco a trattenere la mia simpatia per il protagonista cattivo della vicenda. E’ vero: la crisi dei mutui ha scosso profondamente i mercati finanziari e contribuisce ad erodere le nostre certezze sulle fondamenta del risparmio. Ma perché nel nostro paese si agita tutta questa ansia da catastrofe? Perché questo richiamo semi-automatico alla crisi del ‘29? Perché parlare necessariamente di un mondo che sgretola certezze lasciando “individui soli e vulnerabili ad affrontare il mondo”?
Le ragioni per cui i mutui subprime sarebbero ontologicamente cattivissimi sono diverse. Alcune hanno avuto ampia trattazione dalla stampa. La principale è che il rischio dei titoli di credito viene ripartito grazie a strumenti finanziari derivati che vengono negoziati sui mercati a livello globale. E qualche volta i titoli “salsiccia” rischiano di essere indigeribili, cosicché il risparmiatore di Conegliano scopre che parte delle sue attività finanziarie dipendono dalla capacità di un disoccupato del Minnesota di onorare il suo mutuo. E’ così terribile? In realtà la possibilità di trattare sul mercato i rischi che nascono dall’immobiliare ha i suoi vantaggi. Giavazzi e Giovannini ci hanno spiegato sul Corriere che mercati finanziari più ampi hanno consentito di ridurre il costo del capitale e che i benefici di questo allargamento sono state soprattutto le famiglie, in particolare quelle che non avevano accesso al credito.
Altro capo d’accusa: il subprime avrebbe sedotto e abbandonato milioni di compratori di case. La crisi, secondo le stime più allarmate, costringerebbe un paio di milioni di americani a cedere l’abitazione che hanno acquistato. Dubito fortissimamente che il governo e il sistema finanziario americano permettano una simile cretineria in nome del credo liberista (gli annunci dell’amministrazione Bush di questi giorni vanno in questa direzione). Per alcuni sarà dura, ma alla fine prevarrà il buon senso: la crescita dei consumi negli Stati Uniti è stata finanziata, lo ha spiegato bene il NYTimes, dalla crescita dell’immobiliare e nessuno potrebbe permettersi di vedere il prezzo degli immobili scendere più del 1-3% previsto nel 2007-2008. Quello che i numeri ci dicono, piuttosto, è che un numero molto elevato di soggetti al margine (fra cui donne sole con figli, immigrati di prima generazione) hanno avuto negli Stati Uniti la possibilità di comprare casa senza portare particolari garanzie patrimoniali e di reddito. Di ciò andrei fiero nel mio paese.
In realtà, dietro alla produzione di articoli ad alto tasso ansiogeno mi pare di cogliere un’insicurezza molto nostrana rispetto al futuro del capitalismo attualmente in costruzione su scala globale. Un’insicurezza che nasce principalmente dalla difficoltà di riconoscere la qualità dei processi di auto-regolazione di cui le nostre economie sono effettivamente capaci e che trovano il loro presupposto proprio nella diffusione di quelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione spesso accusate di essere l’origine di una crescita mondiale sgangherata e incontrollabile.
Per questo i mutui subprime mi sono simpatici: perché testimoniano di una fiducia nel futuro che a noi manca. Secondo Schumpeter, il credito – ricchezza che non è stata ancora accumulata – è il tratto distintivo del capitalismo, fra tutti i sistemi economici il meno ancorato al passato e al presente (dunque il meno “conservatore”). I mutui subprime sono la misura di un’economia e di una società che non esita a confrontarsi con il futuro, scommettendo in anticipo sulla sua capacità di trovare soluzioni a crisi con cui dovrà necessariamente a fare i conti.

Stefano

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