Università imprenditoriale

Quanti potenziali imprenditori lavorano nelle università? Questa domanda abbastanza sorprendente, è alla base di ricerca promossa nell’ambito degli studi sull’imprenditorialità dalla Kauffman Foundation e pubblicata in queste settimane (qui il link).
Fino ad oggi non ci sono studi sistematici che esplorino come le università possano generare imprese e adottare un approccio imprenditoriale nella ricerca accademica. Rothaermel, Agung e Jiang che hanno curato lo studio sono andati ad indagare l’”imprenditorialità universitaria” attraverso una rassegna di oltre 170 articoli pubblicati sulle riviste scientifiche nel periodo 1981 – 2005. Il tema è diventato particolarmente rilevante soprattutto dopo la metà degli anni 90, a dimostrazione di come il ruolo delle università e del loro rapporto con l’economia e la società stia cambiando. Quattro le principali aree attorno al quale si può studiare – e misurare – l’orientamento imprenditoriale in ambito universitario: l’approccio imprenditoriale alla ricerca, la produttività delle strutture deputate al trasferimento tecnologico, la creazione di nuove imprese e il contesto ambientale (soprattutto la partecipazione a reti dell’innovazione).
È attraverso una gestione e combinazione di questi quattro assi che si colloca la “entrepreneurial university”, ovvero un sistema universitario orientato all’innovazione che riesce non solamente a produrre buone idee, ma a consentirne l’applicazione e la valorizzazione sul mercato per mezzo dei propri ricercatori-imprenditori oppure creando un efficace e sostenibile sfruttamento del sapere incorporato ad esempio nei brevetti.
L’università in questo senso non è solo una struttura che assolve ai sui tradizionali mandati formativi e di ricerca, ma svolge un vero e proprio ruolo di sviluppo economico, non in competizione con le imprese sul fronte dell’innovazione. Niente di nuovo sotto il sole? In realtà quello che emerge dallo studio (e che ritroviamo tra l’altro anche in altri contributi della Kauffman Foundation) è l’esigenza di fare un salto di qualità nella promozione e valutazione della ricerca, chiamata a dimostrare il suo fattivo contributo alla crescita non tanto attraverso le pubblicazioni, ma alla capacità di attrarre e gestire risorse legate a progetti che abbiamo un reale impatto sul territorio, dimostrando che le conoscenze dei propri ricercatori siano vincenti alla prova dei fatti.

Eleonora

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2 Responses to Università imprenditoriale

  1. Valentina dicono:

    Il ruolo dell’università come creatore di conoscenze utili per il territorio è sicuramente un tema che scotta. Sempre di più si parla dell’importanza della ricerca e sviluppo come via principe per uscire dall’empasse della forte concorrenza globale.

    Gli studi promossi dalla Kauffman ci ricordano che questo ruolo può essere ricoperto anche e proprio dalle università. Il ruolo relegato all’università italiana è stato finora piuttosto, secondo il mio punto di vista, quello di formare delle figure che, una volta entrate in azienda, saranno in grado di produrre nuove applicazioni sulla base della ricerca primaria acquisita nelle aule universitarie oppure quello di farsi sfuggire cervelli eccellenti che migreranno all’estero per poter eseguire le ricerche che porteranno alla scoperta del vaccino del secolo.
    La conoscenza prodotta e tramandata, come ci rinfacciano dall’estero, è molto spesso di tipo generalista e poco adatta a conformarsi a una realtà in continuo movimento. Il sistema universitario italiano, a partire dai curricula che vengono proposti, mi sembra essere insomma finalizzato più al mantenimento e alla perpetuazione dello status quo che alla convergenza tra mondo accademico e “mondo reale”.

    E’ difficile conciliare questo quadro con le necessità espresse nei paper che ci faceva notare Eleonora di una università imprenditoriale, che sappia creare conoscenza fruibile dalle aziende o dalla collettività così che possa portare dei benefici economici concreti.

    Ma non tutto è perduto. Mi sento di segnalare alcuni esempi internazionali che possono fornire una ricetta a portata del sistema Italia, per fornire sempre più alle università quel ruolo di leader nella creazione di R&S concreta e commercializzabile che le spetta.

    Il primo esempio viene dalla nostra ex-compagna nelle classifiche sugli investimenti in R&S Spagna, che ha scommesso su un centro di ricerca biomedica di eccellenza, con sede a Barcellona. Grazie anche alla presenza di ricercatori da tutto il mondo, attratti da stipendi più che concorrenziali e da infrastrutture moderne, il centro produce moltissime nuove innovazioni che sfociano in nuovi brevetti e prodotti commercializzati, grazie all’aiuto di un efficiente centro per il trasferimento delle innovazioni.

    L’esempio numero due viene invece dall’America dove il College of Textile, con base a Raleigh, NC, si è creato grande fama tra le aziende del settore a livello mondiale. Invece di cercare di commercializzare presso le aziende le innovazioni che crea, ha messo a punto un modo più efficace per fungere da motore dello sviluppo economico: chiedere alle aziende stesse di proporre dei temi di ricerca in base alle esigenze tecniche e commerciali delle stesse, producendo così conoscenza che è facilmente recepita dalle aziende.

    Due modi diversi di interpretare il ruolo dell’impresa imprenditoriale, due esempi per le università italiane che diventare un motore importante dell’innovazione del paese non è un obiettivo fuori portata. 

     

  2. Alessandro dicono:

    Valentina, il tuo commento è utilissimo. Dimostra come i centri di ricerca che collaborano attivamente con le aziende portano a risultati eccellenti, e dimostra come i primi a gudagnarci sono proprio i ricercatori. Credo che i centri ricerca e le Università non possono solo rimanere in attesa dei finanziamenti pubblici per fare ricerca, ma devono collaborare di più con le aziende.
    Conosci altri centri ricerca che sono particolarmente attivi nel collaborare con le aziende?

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