Il Web 2.0 per il made in Italy

Attorno al tema del web 2.0 c’è una grande enfasi. Nonostante alcuni abbiano dei dubbi sulla reale presa del fenomeno (guardate questa vignetta di Hung), i dati sembrano parlare chiaro. Giovedì scorso in un convegno sul tema organizzato dalla camera di commercio di Treviso, Marco Bianchi, di Moca Interactive, ha snocciolato alcuni numeri interessanti. I tre principali portali Web 2.0 hanno registrato tassi di crescita molto elevati: Wikipedia ha aumentato in un anno i suoi visitatori del 122%, YouTube del 1034% e Myspace addirittura del 1295% (Nielsen/NetRatings 2007). Segni di un fenomeno in crescita che sembra trascinare con sé una scia di centinaia di giovani start-up che a loro volta incrementano un nuovo modo di definire la comunicazione: più partecipativa, più aperta, ma soprattutto più creativa.

Se questo è quanto accade a livello internazionale, cosa succede, invece, in casa nostra? Quali opportunità si aprono per le nostre piccole e medie imprese?
Si iniziano ad individuare le prime best practice nell’utilizzo della comunicazione web 2.0. L’esperienza di Lago è molto indicativa. Se è vero che le ridotte dimensioni e la carenza di budget per lo sviluppo di una comunicazione istituzionale vecchio stampo possono essere un freno per una piccola azienda, nel caso Lago si sono invece rivelate un utile incentivo per favorire forme di comunicazione innovative. Nasce così il blog aziendale ed un rapporto quotidiano con blogger e comunità sul tema del design. I risultati sono più che soddisfacenti. Dopo appena 10 mesi visitatori aumentati da 10.000 al mese a 40.000, ma soprattutto un aumento della qualità del rapporto con i consumatori ed i rivenditori, costruito giorno dopo giorno. Lago sta così creando un reale vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. La ricetta: contenuti di qualità, che coinvolgono in modo trasversale tutte le funzioni aziendali (dall’ufficio stampa, all’ufficio progettazione).

E proprio sul tema della blogsfera iniziano a circolare i primi risultati di una ricerca commissionata da Splinder, SWG, Università di Trieste e Punto Informatico dal titolo “Diario Aperto”. Enrico Marchetto, responsabile della ricerca, ha presentato, durante il convegno, la parte relativa al rapporto tra aziende e blogger. I blogger, secondo i dati di Diario Aperto, influenzano in modo piuttosto considerevole i comportanti di acquisto degli utenti (84% del campione ripone in altri blogger abbastanza/molta fiducia contro il 40% registrato dalla televisione), e l’influenza dei blogger sulle scelte dei consumatori è confermato anche da un secondo dato: il 41% del campione sostiene di aver trovato in un blog informativi che l’hanno portato all’acquisto di un prodotto.

Siamo solo all’inizio. Ma i primi segnali sulle potenzialità del Web 2.0 per le nostre aziende sembrano incoraggianti.

Antonio

Share
Questa voce è stata pubblicata in Digital Worlds, web 2.0. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

5 Responses to Il Web 2.0 per il made in Italy

  1. Il contributo di Antonio è molto interessante. Se i dati su YouTube, Wikipedia a MySpace potrebbero essere distorti da un “effetto moda” inconfutabile, il fenomeno dei blog appare più stabile e significativo. Sarebbe a mio avviso limitante parlare di web 2.0 guardando alle sole tre “hit” di settore, per dirla con Cris Anderson; il bello del web 2.0 è nei 70.000.000, si 70 milioni, di blog che ogni giorno rendono viva la rete, vero e proprio cuore pulsante di un sistema sociale che sfrutta intelligenza collettiva e connettiva per portarci da un’altra parte rispetto al punto di partenza (imitando api e formiche che senza un compiuto agire collettivo non potrebbero esistere). Dove sta il valore? Una ricerca Microsoft dal titolo “Parole del web” (http://advertising.microsoft.com/italia/ResearchLibrary/ResearchLibrary.aspx?Adv_ResearchReportID=431) ci dice che il 60% di questi editori/consumatori (prosumer o nanopublisher) sarebbe disposto a inserire una comunicazione commerciale nel proprio spazio. Tale concetto, compreso da molto da Google che ha ideato AdSense, fa capire che l’utilizzo commerciale della long tail è possibile grazie alle tecnologie di rete, è necessario comprendere come quei 40 milioni di blog possono essere “brandizzati” e ricondotti a valore ed una volta compreso si potrà forse farsi ragione dell’acquisto di Doubleclick da parte di Google per una cifra dieci volte superiore alla valutazione (e tripla rispetto all’offerta Microsoft).
    Discorso diverso per il corporate blogging, Scoble ed Ismael ci hanno fatto un bel libro, qualcuno (come chi scrive) sta provando a farci una professione, ma a cosa serve un blog aziendale? L’utilità è a mio avviso pari alla mole di informazioni che un’azienda può comunicare e alla capacità e voglia di essere vicini ai propri interlocutori (non consumatori finali, persone. Spazio anche ai corporate blog b2b), il costo può essere bassissimo, anche nullo, oppure elevato se il servizio è richiesto a web agency specializzate, la cosa importante è la grande sinergia con l’azienda bloggata, ecco perchè i blog interni spesso non hanno rivali. Il caso del blog tsw (link reperibile su http://www.tsw.it) è a mio aviso interessante perchè ogni persona impiegata in azienda porta il proprio contributo e la dimensione umana fa la differenza.
    Le nostre pmi spesso lamentano l’assenza di uno strumento low cost per approcciare la comunicazione senza spendere una follia, credo che oggi non ci siano più scuse.

  2. Eleonora dicono:

    I risultati dell’ Osservatorio TeDIS hanno nel tempo confermato come le PMI distrettuali abbiano un approccio al web in chiave di marketing interattivo: il web diventa un canale comunicativo verso il mercato, ma soprattutto per raccogliere feedback dai consumatori.
    La maggiore area di investimento per il web ha riguardato nelle PMI soprattutto i contenuti, mentre ancora devono trovare il loro spazio strumenti più nuovi (come i blog).
    Nel corso degli anni abbiamo visto però come il rapporto tra web e PMi si sia dimostrato progressivamente ambivalente. Da un lato imprese entusiaste, che hanno riconosciuto reali impatti sulle attività aziendali innescate dal web. Dall’altro lato imprese “sfiduciate”, che probabilmente hanno investito durante la new economy verso il web sulla scia di entusiasmo di allora e non hanno poi realmente compreso le potenzialità del web – che richiede un continuo rinnovamento nella forma, nei contenuti, nei servizi offerti ecc.
    l’aspetto interessante del caso Lago è la possibilità di utilizzare il web in maniera ancora più evoluta, non focalizzandosi necessariamente sul catalogo: liberandosi della funzione “commerciale” del web, ne ha fatto un vero spazio di discussione e di animazione giocando molto sulla multimedialità.
    Altre aziende – penso a Ducati o 55 DSL – si sono lanciate verso un uso più aperto del web, dando in mano ai consumatori o semplicemente agli appassionati strumenti e spazi per dire la propria, condividere esperienze e fare commenti, utilissimi input a supporto della strategia di marca/d’innovazione dell’impresa.
    Una delle sfide per le nostre imprese penso sia quella di comprendere le dinamiche di questo cambiamento importante (i dati della ricerca di Marchetto sono molto intriganti in questo senso) e di superare un’idea di legame con il consumatore veicolata (solo) attraverso il prodotto.
    Se è vero che molti dei laureati in scienze della comunicazione che escono dalle università, già pratici di questi strumenti, trova spazio nell’area comunicazione-marketing delle imprese , potrebbero essere proprio loro a dare una spinta al rinnovamento dall’interno delle nostre PMI.

  3. EdTv dicono:

    Grazie per l’interesse dimostrato nei confronti della ricerca. L’incontro è stato molto interessante (non lo dico per compiacere qualcuno, se un incontro fa schifo non ho nessun pudore nel dirlo) sotto moltissimi aspetti.

    a) ha trovato sbocco in una conferenza tutto il lavoro svolto da Treviso Tecnologia, realtà che ho scoperto di recente ma che ha avviato una serie di iniziative di enorme pregio (venendo da Trieste, è naturale che faccia dei paragoni. E qui il paragone proprio non regge, visto che in terra ex-asburgica non c’è nulla di simile. Trieste è l’unico posto dove Diario Aperto non ha trovato alcun consenso/interesse pur essendo nato qui)

    b) Nicola Zago con sobrietà e pacatezza ha descritto un utilizzo del blog davvero originale per un’azienda. Bravo lui e bravo chi gli ha dato fiducia.
    A questo proposito raccondo un aneddoto. Al termine dell’intervento si è alzata una mano.
    Indovinate la domanda?
    “Scusa Zago ma da un punto di vista commerciale, il blog vi ha fatto vendere di più?”.

    E lì, giustamente, via con tutto il pippone su che cosa si intende per “commerciale” in una prospettiva in cui un’azienda viene relazionata al tessuto sociale online.

    Io penso che davvero il web (e non necessariamente la sua declinazione in 2.0) sarà compreso solo quando questa domanda non sarà la prima, ma almeno la seconda o la terza.

  4. Alessandro dicono:

    La tematica non è nuova per questo blog “di frontiera” (entro in punta di piedi…), ma mi sembra più che mai calda ed interessante per la realtà italiana. (Mi) porrò quindi solo qualche domanda in più, su quello che hanno già scritto Antonio, Giorgio, Eleonora e lo spumeggiante EdTV. Il convegno di Treviso, che a quanto pare sembra essere entrato più chiaramente in medias res di quanto avesse fatto il precedente cui avevo assistito, è anche la dimostrazione dell’interesse emergente da parte di Istituzioni ed Associazioni. Questo è evidente come sia un bene. Anche se poi la prima domanda che si alza dall’uditorio riguarda il (diretto) risvolto commerciale.

    Stavo guardando abbastanza stupefatto la presentazione di Dick Hardt – segnalatami da Vladi – sulle nuove identità in Rete nell’era del point O: il ritmo trascinante delle slide mi ha fatto venire in mente come in certe fasi di transizione abbia sempre successo chi era già pronto ieri per le sfide di domani. Questo è ovvio, ma non sempre facile quando si deve mettere in gioco tutta la propria identità (ci aspettiamo questo da un blogger, giusto? E ci aspettiamo che questo valga anche per i corporate blogger). In questo, mi è saltato alla mente un video piuttosto noto che è stato fra i più visti di YouTube l’anno scorso: una giovane ha scattato a se stessa una foto al giorno per tre anni, creando così un breve video che, appunto, è stato uno dei più grandi successi di una delle piattaforme che oggi “celebriamo”. Quando YouTube è “esplosa”, quella singola persona aveva già accumulato un potenziale “capitale comunicativo” che ha giocato, vincendo, sulla nuova piattaforma. Credo che questa sia un’ottima metafora di quello che dovrà diventare il modo di operare di molte delle nostre aziende: tenere a mente e “mettere da parte” tutto ciò che è “narrabile” (nel senso più ampio del termine) oggi, perché sarà spendibile (anche, e forse soprattutto) domani. In questo, anch’io ho trovato molto “vera” l’esperienza raccontata da Nicola Zago.

    Insomma, come è già emerso su FirstDraft, il fascino di questa discussione è che in fondo noi tutti siamo – oggi più che mai – quello che sappiamo raccontare di noi, il ruolo che vogliamo assumere (nella vita per le persone, nel mercato per le aziende), piuttosto che lo status che ci è stato attribuito. E le nostre azioni devono essere in linea con il nostro “racconto”, così come sappiamo che i prodotti delle aziende devono essere in linea con la loro comunicazione. (qui aggiungere pure il pippone, come direbbe EdTV). Ma allora la domanda che sorge è: a quale livello si attiverà la comunicazione 2.0 utile alle nostre imprese italiane? Usando una metafora ardita, possiamo vedere i blogger come tanti rapsodi che frequentano città, corti, opifici… distribuiti su un territorio ampio e variegato, e che danno voce (magari dall’interno della singola azienda…) a questa varietà, raccontano questa ricchezza. Ma queste voci plurime creeranno comunque nel loro complesso una armonia o piuttosto genereranno una cacofonia? Gli “accordi” di una nuova impresa italiana “narrabile al mondo” non andranno sempre più suonati su circuiti internazionali? Insomma, riusciranno i nostri eroi (i blogger… con tutte le connotazioni multimediali che il termine sta sempre più assumendo) a comporre – a colpi di post – una partitura che si gioca in parte, per forza di cose, ancora qui sul territorio, ma in parte nelle nazioni dei propri clienti o dei propri partner?

    Questa sovrapposizione fra il vissuto / il narrato / il prodotto a livello mondiale (ok, usiamo pure la stopword blogosfera) secondo me è ancora tutta da sperimentare. Una ricerca di Forrester (di cui si può leggere sul Sole 24 Ore), effettuata su 7 mila consumatori europei, ci parla di un’Italia piuttosto attiva, che non sfigura fra i grandi Paesi del Vecchio Continente. Il 62% dei connazionali utenti della Rete si dedica al cosiddetto Web 2.0, utilizzando vari strumenti, ma distinguendosi fra l’altro per l’attività di lettura dei blog (in questo i dati di Marchetto si stanno facendo preziosi). Tuttavia – ecco il discorso che facevo sopra, fosse anche solo per i blog – Mary Beth Kemp che ha curato lo studio sostiene che le differenze fra i vari Paesi hanno generato «a unique profile for each nation» e che quindi «Interactive marketers devising European Social Computing strategies need to address these differences by concentrating specific Social Computing activities in those countries where consumers practice them the most».

    OK, mi sono dilungato anche troppo. Penso che tutti noi che leggiamo qui ci stiamo interrogando su queste tematiche: la risposta credo sia di là da venire, ma evidentemente sarà anche conseguenza delle nostre azioni, dei nostri studi e delle nostre riflessioni.

  5. Nicola Zago dicono:

    Come già accennato all’incontro di Treviso – ma non si riesce mai a dire tutto – sarebbe bello cominciare a parlare di azienda 2.0, che non è necessariamente un’azienda che usa il web più delle altre, ma è l’azienda che partendo dai presupposti e paradigmi del web 2.0, si riorganizza internamente, diventa trasparente e comunica, costruisce senso e dimensione narrativa a tutti i livelli della costruzione del valore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *