Italian design council

Dopo i mille inciampi sulla finanziaria, sulle pensioni e sulle tasse, il governo sembra aver avuto finalmente una buona intuizione. Rutelli ha deciso di fondare il Consiglio Nazionale del Design, sull’esempio di quanto accade in altri paesi europei, UK in testa. E’ una decisione coraggiosa, soprattutto in Italia. Non è facile cercare di mettere ordine in un mondo oggettivamente poco strutturato e in fase di transizione permanente come quello del design. C’è sempre il rischio di tagliar fuori qualcuno. Con l’aggravante della congenita suscettibilità di chi abita questo mondo: il designer è ontologicamente una primadonna. Onestamente un ginepraio. Certo, a Roma forse sono stati un po’ precipitosi. Hanno comunicato l’atto di fondazione con tanto di nomina via decreto ministeriale dei membri del consiglio, avvisando i diritti interessanti soltanto via Fax e a cose fatte. Non tutti l’hanno presa bene.
Incidenti di percorso a parte, l’iniziativa è di grande valore. Per diverse ragioni. Si sente la mancanza di un riconoscimento istituzionale del ruolo strategico del design per la competitività del paese. C’è necessità di una più incisiva capacità di comunicazione e promozione del design italiano all’estero. Tra le figure chiamate a partecipare al consiglio, altre ai grandi del design italiano (Pesce, Sottsass, Piano, Mendini, ecc.) ci sono alcuni outsider interessanti: Luca Ballarini (presidente di TURN la community di designer torinese), Stefano Marzano (responsabile del design di Philips), Carlo Ratti (ricercatore del MIT), Patrizia Moroso (responsabile azienda Moroso). Buone notizie insomma.

La decisione dell’istituzione di un design council rappresenta per l’Italia un’occasione importante (forse unica) per lanciare un dibattito culturale di ampio respiro sul tema del design e della creatività. Finora la discussione è stata ristretta solo agli addetti ai lavori. Il design è un argomento che per le sue implicazioni in ambito economico, sociale, educativo, culturale merita una riflessione più approfondita e allargata.
Provo a dare il mio contributo alla discussione sollevando due temi. Il primo aspetto riguarda il concetto di design. Il consiglio sembra aver “implicitamente” adottato una interpretazione restrittiva, principalmente legata alla grande tradizione del mobile/arredamento e all’esclusività artistica. La lista dei membri è li a dimostrarlo. Sarebbe interessante invece poter dare oggi legittimità ad un design italiano che è meno artistico (non è da museo) e più intrecciato con processi aziendali come la comunicazione e la distribuzione. Il secondo riguarda la comunicazione della creatività e del design italiano nel mondo. Abbiamo per troppo tempo puntato unicamente sul prodotto come strategia di comunicazione. Soprattutto a livello internazionale questo non è più sufficiente oggi. Abbiamo bisogno di una maggiore capacità di narrazione della dimensione culturale del design italiano (i luoghi, le persone, il legame con il patrimonio artistico e culturale) che rappresenta il fattore distintivo del nostro sistema progettuale.

Marco

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