L’errore di Visco

L’accanimento con cui il ministro Visco persegue la sua politica fiscale nei confronti della piccola impresa fa pensare che la posta in gioco non sia semplicemente una quota parte del gettito fiscale, ma la normalizzazione dell’industria nazionale. Se si guarda all’azione di Visco in questi anni, si legge in filigrana la sua modesta considerazione per il contributo della piccola impresa alla competitività del sistema paese. Lo sviluppo dell’industria italiana attraverso le piccole imprese è stata – per quello che si capisce dalle mosse di Visco – una parentesi strampalata nello sviluppo del nostro capitalismo, un’anomalia da rimediare. La leva fiscale diventa allora uno degli strumenti per accelerare oggi il passaggio a una dimensione più matura del nostro sviluppo economico, centrata sulla media e grande impresa e sul lavoro dipendente.
Parte del ragionamento è plausibile; le conclusioni meno. E’ vero che il nostro modello industriale ha visto nel corso degli ultimi dieci anni la fine dei distretti di tipo tradizionale e l’imporsi di nuove imprese leader sul territorio (le varie Geox, Intimissimi, Nice, Carraro); ma questo non significa che il ruolo della piccola impresa sia venuto meno, anzi. Le imprese leader hanno bisogno di un nuovo retroterra, fatto di piccole imprese in grado di produrre prototipi e prime serie, in grado di assicurare lavorazioni qualificate e servizi a sostegno dell’innovazione e della qualità. Alcune di queste piccole imprese cresceranno, altre si limiteranno a fare la loro parte in reti già strutturate. Tutte, comunque, dovranno contribuire alla competitività della filiera.

Non tutte le piccole imprese – si dirà – giocano la carta dell’innovazione e non è giusto che il fisco sia lasco con chi ha consolidato posizioni di rendita. Giustissimo. Il problema è che è molto difficile pensare che la piccola impresa possa essere classificata come innovativa solo perché iscritta in determinate classi dell’Istat. Può essere innovativo il piccolo operatore turistico che propone pacchetti originali mettendo insieme percorsi e letteratura; può essere molto poco innovativa la piccola azienda del software che produce codice in maniera ripetitiva. Il ragionamento va sviluppato sulle attività che le imprese promuovono (ad es. collaborazione con enti di ricerca, assunzione di studenti phD) prima che su variabili come il numero dei dipendenti.
Se vogliamo premiare l’innovazione dobbiamo porre in secondo piano l’opposizione tradizionale fra lavoro autonomo e lavoro subordinato per ragionare in termini di lavoro imprenditoriale contrapposto alla gestione della rendita. Vogliamo premiare il primo, anche grazie a strumenti di fiscalità, e disincentivare la seconda, principalmente attraverso veri programmi di liberalizzazione dei mercati. Di certo non possiamo più permetterci il lusso di guardare alla piccola e media impresa con le vecchie categorie del fordismo.

Stefano

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