Dai brevetti ai significati: la competitività del made in Italy

Per molto tempo il dibattito sull’innovazione ci ha abituato alla descrizione della sequenza ricerca – sviluppo – brevetti. Superfluo ricordare che, da questo punto di vista, le piccole imprese italiane sono state considerate soggetti marginali: senza brevetti (le conoscenze rilevanti sono legate al saper fare manifatturiero) e senza la scala (dimensionale, globale) sono come guerrieri con le armi spuntate. Ma siamo sicuri di guardare nella direzione giusta?
Questo tema è stato discusso venerdì 15 a Udine in un convegno sul tema del “Knowledge management come strumento di vantaggio competitivo: un confronto intersettoriale”, in cui sono stati presentati i risultati di una ricerca biennale di un gruppo di università (Venezia, Modena e Reggio Emilia, Salerno, Torino e Udine).
Al centro della discussione due temi. Il primo riguarda il ruolo del consumo nel processo dell’innovazione: i consumatori esperti e appassionati sono utenti rilevanti tanto quanto i ricercatori dei laboratori di R&D. L’esperienza sul prodotto e la conoscenza dei contesti d’uso conta così come la conoscenza frutto di un processo di ricerca scientifica. La capacità di confrontarsi con il cliente e di riportare le istanze della domanda nel prodotto è una competenza che le PMI italiane hanno sviluppato col tempo. Solo che oggi deve essere riorganizzata su base internazionale – presso i contesti di consumo dove stanno i consumatori esperti, spesso sono lontani dai luoghi di produzione (distretto).
Una seconda questione, intrecciata con la prima, ha a che fare con le fonti di valore che il consumatore riconosce al prodotto. Gli studi sul consumo ci dicono che il prodotto non è solo acquistato per le sue prestazioni funzionali, ma anche per la sua valenza simbolica, per i significati che riesce ad esprime. In questo caso l’innovazione si basa principalmente sulla creazione di significati da incorporare nel prodotto (attività “relegata” al marketing con la strategia di marca). Ecco allora che per le imprese si tratta non tanto di raccogliere informazioni del prodotto dal consumatore, ma di cogliere ed alimentare il discorso sul prodotto che i consumatori e le comunità di consumo sviluppano in modo autonomo. Da questo punto di vista, il territorio inteso come espressione di valori umanistici e culturali costituisce una risorsa importante per le nostre PMI che devono però anche imparare a sporcarsi le mani con i linguaggi della comunicazione e della distribuzione, più che rimanere legati a quelli della produzione e della manifattura.
Ultima battuta: il primo e il secondo passaggio possono essere realizzati solo a patto di ricorrere alle tecnologie di rete e sfruttare il web come spazio di interazione e di partecipazione, rispetto a reti dell’innovazione ampie.
Eleonora

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2 Responses to Dai brevetti ai significati: la competitività del made in Italy

  1. Marco dicono:

    Per fortuna è arrivato Google che ha spazzato via tutte quelle infinite discussioni che ruotavano attorno al problema della codificazione della conoscenza (tacita/non tacita) e della sua strutturazione (sistemi di catalogazione, tassonomie, semantiche, ecc.) che alla fine degli anni ’90 avevano addensato nubi minacciose sul tema del Knowledge Management. Adesso è chiaro che ci sono degli algoritmi che, per quanto misteriosi e pieni di difetti, ci fanno trovare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Per il knowledge management è una vera boccata di ossigeno. Il focus oggi si è spostato sul tema dell’innovazione, della creazione di nuova conoscenza. Uno spazio, come ci segnala Eleonora, molto promettente proprio in relazione ad un processo di innovazione più distribuito, capace di coinvolgere il consumatore finale. Un punto però va sottolineato: senza le nuove tecnologie non si fa molta strada.
    Il web 2.0 offre ad esempio nuove possibilità alle piccole e medie imprese per costruire, a costi contenuti, dialoghi complessi e processi di co-produzione del valore con i proprio consumatori. La multimedialità in particolare consente di allargare la partecipazione (in fondo spedire una foto è più facile che scrivere un testo) e allo stesso tempo consente una digitalizzazione molto capillare dell’interazione tra impresa e consumatore. Un patrimonio di conoscenze forse difficilmente codificabile e riassumibile in un brevetto industriale ma di grande importanza per la creatività e l’innovazione. E con un grande vantaggio: è difficilmente replicabile dai competitor.
    Marco

  2. Stefano dicono:

    Marco, solidarizzo. L’espressione knowledge management fa molto last century. Produce la stessa sorpresa di quegli abiti anni ’80 con le spalline imbottite: è un pleonasmo presuntuoso (tutto il management in verità ha a che fare con la conoscenza) che più che anticipare il futuro della rete ha chiuso in sordina l’epopea dell’IT nella super-mega corporation.
    Adesso c’è Google e ci sono i blog. Ha senso riparlare di knowledge management fase 2? Mi pare che EDM ponga paletti sensati: il KM ha ragion d’essere sole se costruito attorno a processi distribuiti capaci di coinvolgere la società civile (non i consumatori!), e se affronta in maniera sensata il tema dei contenuti non strutturati (il tema dei tag, ad esempio). A queste condizioni l’effetto spallina imbottita viene meno. Rimane il dubbio che forse dovremmo inventare una qualche espressione alternativa per parlare dei processi di innovazione nella rete.
    s.

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