Motori di ricerca per il made in Italy

Like.com rischia di entrare molto presto nella lista dei “siti preferiti” di molte maniache dello shopping online (e di dare un aiuto consistente al nostro made in Italy).
La storia merita di essere raccontata. Nell’Agosto del 2004 viene fondata la Riya Inc, start-up leader nel settore del riconoscimento e della ricerca per immagini. In breve tempo l’aziende riesce ad aggregare uno dei più ampi team del mondo sul tema del visual computing research. Dopo aver registrato una dozzina di brevetti, non tardano ad arrivare fondi da venture capital ed investitori privati per un totale di 19,5 milioni di dollari; viene quindi lanciato www.riya.com.
Le cose però non vanno per il meglio. Sebbene la tecnologia sia d’avanguardia ed i concorrenti ancora pochi, il sito Riya.com non sembra sfondare tra le abitudine di ricerca degli internauti e il break even resta piuttosto lontano.
Nasce così l’idea di Like.com, il primo sito in grado di effettuare ricerche su un determinato accessorio, senza elaborare complicate query testuali, ma semplicemente selezionando un’immagine simile all’oggetto desiderato.
Come funziona Like.com? Molto semplice. Dalla home page è possibile effettuare principalmente due tipologie di ricerca: per oggetto o per “vip”.
Nel primo caso, una volta individuate le scarpe di vostro interesse (molto spesso griffate e dal costo poco accessibile), il sistema vi proporrà una serie di scarpe alternative, simili tra loro ma non identiche, ad un costo più modesto permettendovi quindi di collegarvi direttamente al sito dove poterle finalmente acquistare. Nel secondo caso (idea particolarmente originale) la ricerca avviene per “Vip”. Avete capito bene. Una ricerca per vip. Volete apparire come Cameron Diaz? Volete assomigliare a Brad Pitt? Niente di più semplice: potrete selezionare l’immagine del vip di turno e scoprire quali occhiali, o quale borsetta indossava in una determinata occasione.
Il business per la Riya? Per ogni transazione effettuata dal sito Like.com, l’azienda riceve una percentuale tra il 5 e il 15% della vendita (modello simile a quello ben più oliato e consolidato di expedia.com).
Ad oggi sono oltre duecento i siti e-commerce collegati al portale.
Dal blog del CEO, Munjal Shaj, apprendiamo che il cambio di rotta ha avuto un effetto considerevole: nel giro di qualche mese le entrate provenienti dal sito Like.com sono aumentate costantemente, ed a meno di un anno dal suo lancio le funzionalità ed i contenuti del sito sono cresciuti considerevolmente. Sempre Shaj sostiene che “nella vita reale pochi possono permettersi accessori griffati, e quei pochi non fanno certo shopping sul web. Il servizio si rivolge alle masse e non a una ristretta èlite. Una volta identificata la cintura dei vostri sogni, Like.com vi collegherà direttamente al sito dove potrete acquistarla”.
Al di là del caso Like.com, la tecnologia della ricerca e del riconoscimento visuale messa in campo dalla Riya Inc. mi sembra avere ottime potenzialità anche nel settore del Made in Italy. Se, come probabile, in un futuro prossimo, la rete sarà sempre più “visiva” (vedi ad esempio il grande successo di Second Life e Youtube), i siti internet delle aziende nostrane dovranno essere in grado non solo di fornire informazioni, ma anche di guidare l’utente nella scelta dei prodotto attraverso soluzioni innovative e creative e che siano in grado di aumentare la cosiddetta “user experience” a partire dall’atto della ricerca delle informazioni sul prodotto sino all’acquisto del prodotto stesso.

Antonio Picerni

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6 Responses to Motori di ricerca per il made in Italy

  1. Marco DA dicono:

    Sno certamente d’accordo con Antoniao sulla crescente importanza che assumono i motori di ricerca ed in particolare quelli che rappresentano una guida alla ricerca del prodotto più adatto o del prezzo più conveniente, come appunto Like.com.
    C’è però da dire che ci sono anche molti utenti che non si fidano molto della “neutralità” di questi agenti nel proporre la soluzione migliore per l’utente proprio a causa del fatto che guadagnano sulle inserzioni delle aziende.
    In questo senso Google è più trasparente nel senso che risulta molto chiaro quali sono i risultati frutto del posizionamento naturale e quali sono invece gli annunci sponsorizzati.

  2. Senza pretesa di esaustività, servirebbero migliaia di pagine, propongo alcune considerazioni:

    – l’intervento di Antonio è molto interessante e potrebbe forse essere allargato parlando di una fase 2 della ricerca verso la quale, a dire il vero, navighiamo a vista. In molti scommettevano sui motori di ricerca semantici come ask.com come chiave futura della scienza dei motori (es. “dove posso mangiare stasera?” risposta: ristoranti), oggi le innovazioni a medio termine sembrano i motori visuali (spettacolare e da vedere http://www.msdewey.com/) e soprattutto i motori avanzati specialistici. Ho seguito personalmente lo sviluppo del motore immobiliare immobilmente.com e posso dire che la ricerca specializzata apre scenari davvero interessanti. Diverso è il tema della ricerca personalizzata, google ha dimostrato con il progetto “co-op” che è possibile gestire un business anche concedendo ai webmaster l’unico asset di cui si dispone, cioè la tecnologia di ricerca: da questi progetti sono nati motori come xerca.it, “il motore di ricerca veneto”.
    La grande innovazione del futuro però, a mio avviso, saranno radicali e non incrementali e sono di due tipi: la prima parte dal basso e si chiama social networking. Yahoo! Answers è un ottimo esempio, persone che chiedono e persone che rispondono, il motore come infomediario e non come algoritmo di risposta. (http://it.answers.yahoo.com/). La seconda innovazione è il “Mobile search”, anche in questo caso spero di non sbagliare se riporto a memoria il dato del 70% di installazioni nei telefoni cellulari americani per yahoo mobile search (http://mobile.yahoo.com/onesearch). La concorrenza sempbra quindi lavorare ai fianchi in ottica futura, avendo capito che google è ormai l’home page di molti su internet e che l’unico terreno su cui è possibile competere è il futuro, o qualcosa di più rispetto alla ricerca. Ho lavorato con Antonio ad un progetto in cui l’analisi dei contesti crossmediali era molto importante, un lavoro sulla tecnologia digitale terrestre. Anche in televisione vedremo presto la ricerca protagonista nei dvr come TiVo.

    – il commento di Marco DA dimostra una percezione molto comune, che solo l’analissi approfondita delle tesi avverse a google può minare: google è trasparente. Va detto in realtà che l’acquisto di annunci sponsorizzati genera link, come si sa l’algoritmo pagerank per il posizionamento naturale valuta anche i link, questo significa che i risultati sponsorizzati influenzano anche quelli naturali. Come non citare poi la causa di un’azienda di tendaggi americana contro google e la “strana” scomparsa degli annunci oggetto del contendere nella sola contea e nel solo giorno del giudizio? (in poche parole l’azienda concorrente aveva acquistato parole chiave con il nome dell’azienda che citava google in giudizio, il motore ha risposto di fungere da solo intermediario e di non essere quindi responsabile per le parole chiave acquistate, salvo non spiegare un comportamento differente in proposito dell’eliminazione di annunci sponsorizzati acquistati da greenpeace e contenenti come parola chiave il nome di una nota azienda causa di inquinamento e ottimo cliente di google).
    Si potrebbe continuare cercando di comprendere le dinamiche di disintermediazione del mercato che google sta portando avanti, ogni piccolo investitore può acquistare annunci senza passare dalle agenzie, il dubbio è però quello che google non voglia far risparmiare gli investitori, ma sostituirsi alle agenzie, il caso dell’acquisizione di doubleclick è emblematico.

    Sembra che google abbia scelto la pubblicità e il brand come terreno di conquista per un’evoluzione molto puntiforme ed evolutiva del proprio business. E’ forse la concorrenza oggi ad incarnare quello spirito “don’t be evil” che caratterizza gli albori del motore di Mountain View. Il problema è tutto percettivo: come il marketing ci insegna è solo la minoranza anticipatrice di nerd, webmaster e smanettoni a porsi dei problemi, di concerto con le preoccupate agenzie di search engine marketing (ne ho intervistate una decina, nessun segnale di positività verso “il motore”). Gli altri, gli utenti, partecipano di buon grado al contratto con google cedendo un pò della propria privacy (dati) in cambio di un buon servizio di ricerca. Alla luce di tutte le considerazioni proposte, stimoli per la discussione, la migliore tecnologia di ricerca di base su internet, è ancora di dominio del gigante google.

    Credo, concludendo con John Battelle, che anche alla luce di quanto detto non si possa non concordare nel dire che il problema della ricerca è risolto solo per il 5%. Per estremizzare l’operatività del mio esempio ho perso ieri su ebay un’asta per una rete frangivento per auto, le proposte algoritmiche per un prodotto simile formulate dal motore automatico di ebay sono stati “tappeti originali auto”, “rete fermacarico” e “adattatore di rete”. Di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio..

    lascio infine due link:

    1) su marketingarena abbiamo parlato del caso like

    http://ilmarkettaro.blogspot.com/2006/11/quella-borsetta-deve-essere-mia.html#links

    2) su sitiwebmarketing ho proposto la traduzione di un articolo molto interessante sulle 17 innovazioni che cambieranno i motori di ricerca, è parte della mia tesi di laurea sull’argomento ma ritengo possa essere “un’anticipazione gustosa”

    http://sitiwebmarketing.boraso.com/motori-di-ricerca-search-marketing/le-17-innovazioni-che-cambieranno-i-motori-di-ricerca.html

    Giorgio

  3. Valentina dicono:

    Like.com sembra un caso davvero interessante e divertente. Mi piace ancora di più se tengo a mente quanto poco le aziende italiane siano invece presenti in rete, in termini di vendita di prodotti, e non solo di presentazione degli stessi. La propensione all’e-commerce in Italia è infatti ancora paurosamente vicina allo zero, specialmente per quanto riguarda il tessile e abbigliamento, che pure ho imparato oggi essere sul podio come categoria di prodotti più venduti on-line (oltre che essere tra le categorie più importanti per like.com stesso). Se l’Italia è uno degli stati più importanti per il settore, e il settore per la vendita on-line, c’è qualcosa che non torna nell’equazione se il risultato è questa scarsissima presenza on-line.

    Uno studio che sto approfondendo su aziende del tessile e abbigliamento in America conferma come questa pecca sia tutta Italiana, e comunque non correlata al tipo di settore in questione. In America il 22% delle aziende ha dichiarato di vendere anche on-line. Alla stessa domanda le aziende italiane che hanno dato la stessa risposta sono un numero simile, ma con una virgola in più.

    Molte ragioni possono spiegare quest’abissale differenza. Dalla diversa dotazione tecnologica del consumatore alla differente propensione all’acquisto on-line (e la diversa protezione contro le frodi, che va di pari passo con questo fattore) senza dimenticare la diversa “necessità” all’acquisto via web: in Italia è sicuramente più facile reperire ogni tipo di merce off-line di quanto possa essere per un abitante del Wyoming.

    Questi fattori tuttavia non giustificano l’atteggiamento delle aziende italiane. Anzi, sottolineano la necessità del cambiamento.
    Questi nuovi strumenti di ricerca visiva potrebbero essere un trampolino di lancio per le nostre aziende per entrare nel mondo dell’e-commerce. Grazie a questi strumenti, la presenza nel web per le aziende italiane si dimostra infatti sempre più appetibile.
    E’ giunta l’ora per le nostre (piccole-medie) aziende di smetterla di guardare il commercio in rete dallo spioncino della porta. La partecipazione a questi portali o ad iniziative simili potrebbe consentire alle nostre aziende di massimizzare la propria presenza in rete grazie ad una migliore vicinanza alle esigenza del consumatore finale. A questo punto però mi sorge una domanda che lascio aperta, magari per i nerd e smanettoni citati da Giorgio che son sicura possono rispondere meglio di me. Possiamo veramente ritenere possibile, o meglio, fattibile che le (PM)I italiane passino “da 0 a mille” nel commercio elettronico? Forse, più che riflettere su nuove entusiasmanti tecnologie, bisognerebbe soffermarsi sul come stimolare le nostre aziende a considerare l’e-commerce un alternativa utile e concreta.

  4. marco dicono:

    Vorreste davvero comperare l’ultima borsa/paio di scarpe di Tod’s online? Meglio andare al monomarca in centro o all’outlet, no?

  5. Antonio Picerni dicono:

    Per Valentina: cerco di rispondere alla tua domanda. Per motivi professionali ho spesso a che con quelle famose PMI sempre più spesso declamate in convegni e seminari, ma secondo me poco conosciute realmente: inviterei tutti a sposcarsi le mani (nel senso letterario del termine) entrando in uno dei tanti capannone di un terzista del settore meccanico, magari leader nel proprio campo, e tentare di dare un senso alla sua presenza in Rete. Vi assicuro che non è un esercizio semplice.
    Nonstante tutto ho costatato che sempre più i piccoli imprenditori nostrani sono interessati non solo ad avere una presenza concreta in Rete, ma cominciano realmente ad intuirne i reali ritorni economici.
    Un po’ alla volta, costatano che grazie alla Rete acquisiscono nuovi clienti, sono più conosciuti e comunicano in modo più efficente le novità del proprio catalogo.
    Molto spesso sta al consulente, o alla web agency di turno riuscire a coinvolgere i propri clienti e soprattutto a darne reali ritorno sull’investimento nel medio periodo.

    Per Marco: dov’è hai comprato il Mac Book Pro? Presso uno dei tanti distributori Apple, o piuttosto sul sito della Apple? Perché non potrebbe valere altrettanto per prodotti del made in italy?

    Per Giorgio: condivido le tue perplessità sulla trasparenza di Google (che forse sta acquisendo troppo potere contrattuale in tutto il settore).
    Concordo anche con la breve analisi delle prospettive di sviluppo nei prossimi anni, anche se nutro forti dubbi sulla possibilità che i cosiddetti assistenti virtuali, come Ms Dewey (di cui mi sono ovviamente innamorato, ma che è in realtà tra i meno performanti) potranno a breve compiere un salto qualitativo consistente da renderle realmente utilizzabili (ricordo che i primi prototipi di assistenti virtuali erano già in commercio prima del 2004).
    PS: So che Donandon sta vendendo la sua assistente virtuali a grandi gruppi italiani…ma è una indiscrezione da blogger, quindi tenetevela per voi 😉

  6. marco dicono:

    Su repubblica online di oggi riprendono un articolo del New York Times che mette in dubbio la sostenibilità del commercio elettronico (almeno nella sua versione attuale) nel futuro. http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/scienza_e_tecnologia/e-commerce/e-commerce/e-commerce.html
    Gli ultimi dati infatti segnalano un brusco raffreddamento della crescita del commercio elettronico un po’ in tutti i settori (tranne che nel turismo) e segnalano un forte ritorno da parte delle aziende (anche quelle puramente online) ad una integrazione con il mondo della distribuzione di tipo tradizionale. Soprattutto per i beni ad alto valore simbolico (made in Italy ma non solo), l’interazione all’interno di spazi belli ed accoglienti (store) costituisce un elemento essenziale del valore del bene stesso.
    Per Antonio: è vero che ho comperato il mio Mac online ma perchè non avevo altra scelta, ossia non potevo avere a disposizione nelle vicinanza uno dei magnifici apple store. Se c’è ne fosse stato uno (come quello di New York o Londra) avrei senza dubbio comprato lì il mio Mac.
    Per quanto riguarda il commercio elettronico non solo servono nuovi strumenti di scoperta (come i nuovi motori di ricerca) ma anche nuove modalità di interazione online che più si avvicinino all’esperienza della vendita di tipo tradizionale. Quello che onestamente c’è oggi in giro non è ancora granchè da questo punto di vista.

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