La creatività come motore dell’economia

Sabato scorso Massimo Cacciari con la Fondazione Venezia 2000 ha invitato un importante gruppo di rappresentati della tecnocrazia dell’asse Torino-Venezia. A questi è stato chiesto di intervenire sul tema della creatività come motore dell’economia. Molte sono state le esperienze di successo (dal politecnico di Torino, alla Triennale e alla fiera di Milano) che hanno testimoniato il ruolo delle creatività per il rilancio della competitività e in alcuni casi dell’identità (Torino) di regioni e territori.
Eppure qualcosa ancora non torna. Al di fuori di una cerchia ristretta di addetti, l’economia della creatività stenta ad essere percepita come il vero motore dello sviluppo, per lo meno sui grandi numeri. La creatività è difficile da insegnare nelle scuole e nelle università. I lavori creativi e innovativi tendono essere spesso lavori “precari”, il che tende a generare molta confusione e, soprattutto, molti sospetti.
A scanso di equivoci, va premesso che oggi la creatività paga. Una serie di analisi svolte sui bilanci delle medie imprese italiane svolte dal centro studi di TeDIS – Banca Intesa dimostrano chiaramente come un investimento strutturato in design e comunicazione produce benefici visibili sia in termini di crescita del fatturato che in termini di redditività. I campioni del nuovo Veneto creativo (aziende come Biasazza, Lago, Nice, Valcucine) dimostrano di essere la versione aggiornata di un capitalismo imprenditoriale che anche negli Stati Uniti è avanguardia (l’esempio di Steve Jobs parla da sé). Grandi o piccole che siano, le imprese competitive hanno bisogno della passione e delle intenzioni di imprenditori che scommettono su un futuro difficile da prevedere: creatività e imprenditorialità sono due facce della stessa medaglia.
Il riconoscimento di questa nuova economia imprenditoriale è un passaggio chiave nel nostro dibattito di politica industriale: se rimaniamo agganciati al paradigma della produzione di massa e del fordismo le categorie logiche con cui guarderemo al tema della creatività ci parleranno sistematicamente di precarietà e di incertezza.
L’attuale dibattito politico stenta a fare propri i temi di un’economia imprenditoriale e, di conseguenza, di un’economia della creatività. Ad esempio le riforme universitarie che si sono succedute nel corso di questi anni riflettono una concezione ingegneristico-amministrativa dei curricula dei nostri studenti. Gli istituti che regolano il lavoro stentano a riflettere la complessità del nuovo scenario economico. Lo stesso dicasi delle politiche fiscali, oggi tutt’altro che orientate nella direzione di un riconoscimento dei nuovi lavori e delle nuove posizioni dei giovani nella nostra economia. E’ proprio questa mancanza di allineamento fra la politica e la nuova fase di rilancio dell’economia a preoccupare.
Per Venezia e l’Italia si tratta di una partita importante. La Biennale ha provato anche quest’anno la sua capacità di attrarre talenti creativi a scala internazionale. Si tratta di un’opportunità straordinaria per  l’economia della creatività. Alcune imprese lo hanno capito: ad esempio, un’importante operatore di telefonia mobile ha chiesto a una decina di artisti di levatura internazionale di immaginare il design dei servizi del futuro. Progetti come questi stanno diventando la cifra distintiva delle aziende più innovative su scala globale. Venezia ha due alternative: può rimanere quello che è oggi, uno straordinario fondale per la creatività altrui, o attrezzarsi per diventare uno dei motori dell’innovazione in Veneto e in Italia.
Stefano

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11 Responses to La creatività come motore dell’economia

  1. L’ottima riflessione di Stefano arriva, con perfetto tempismo, dopo quella tre-giorni di fermenti creativi che anima tutta Venezia, la vernice della Biennale d’Arte. In quelle poche ore Venezia è il centro del mondo della creatività, e quando finisce ci si chiede sempre: e se Venezia fosse così, sempre, tutto l’anno? In fondo le possibilità, culturali ed imprenditoriali, ci sarebbero…

  2. Ilaria dicono:

    Tematica interessantissima. Ci si potrebbe legare al post precedente e affermare che la creatività è anche uno dei fattori principali nelle scelte di localizzazione delle imprese e negli investimenti innovativi (pensiamo alla Silicon Valley)e quindi è necessaria, nelle nostre città anche per “trattenere” quei talenti che in un circolo virtuoso ne attirano di nuovi.
    La tematica è vastissima e alla portata di tutti se pensiamo che la creatività non si identifica soltanto con l’intelligenza concepita come capacità di inventare ma è una forza multidimensionale capace di farci porre domande a cui poi dobbiamo dare risposte. Mi chiedo, molto pragmaticamente, allora cosa sia necessario fare per aumentare la consapevolezza di tutti sull’importanza della creatività. Penserei ad un’azione congiunta tra insegnamento (orientato alla formazione del senso critico) e azioni istituzionali ma sono scettica nelle tempistiche: solo un lungo e paziente lavoro, sostenuto dall’evidenza di casi di successo, potrà fare in modo che la creatività divenga il focus su cui investire collettivamente.

    Segnalo questo paper, potrebbe essere interessante: http://www-cpsv.upc.es/ace/Articles-n1/3-FUSCO-ART3.pdf

  3. Marco DA dicono:

    Conosco il puntiglio e la determinazione con cui Stefano sostiene la tesi dell’innovazione basata sulla creatività e la necessità/opportunità per Venezia e per il suo territorio di diventare lo humus ideale per coltivare questa propensione in favore delle imprese.
    Posso cercare di dare un paio di spunti di riflessione su dove/come intervenire per sviluppare questo diverso approccio allo sviluppo d’impresa.
    – in primis bisognerebbe secondo me valorizzare tutte quelle realtà di scuole ed istituti d’arte che sono considerati a tutt’oggi dall’opinione pubblica e anche poi ragazzi che scelgono il loro corso di studi, un’alternativa poco credibile, con scarsi sbocchi occupazionali, ecc. Si tratta invece di luoghi dove ovviamente molto in funzione della qualità degli insegnanti, vengono spesso realizzati lavori di eccellente livello creativo
    – per quanto riguarda le aziende, credo che ci sia un lavoro molto complesso in cui bisognerebbe coinvolgere le associazioni di categoria per creare sensibilità sul tema. Servono ricerche come quelle svilupate dal TeDis che dimostrino la relazione stretta tra creatività e successo imprensitoriale; servono imprenditori disponibili a raccontare case history di successo; servono scuole, università, centri di ricerac che mettano a disposizioni delle aziende dei laboratori stabili dove dare corpo e forma alle idee.
    A titolo di esempio voglio solo citare l’esperienza del SID Creative Lab della Scuola italiana di design
    http://www.scuolaitalianadesign.com/

  4. Lorenzo dicono:

    Mi collego al post e ai commenti, provando a rissumere le esperienze relative alla creatività che abbiamo avuto recentemente.

    1. Gli artisti, in quanto visionari, sperimentatori e innovatori, tendono ad essere delle antenne protese verso il futuro.

    La ricerca artistica può dialogare con l’innovazione tecnologica, con il valore aggiunto di una visione critica ed etica.
    Il lavoro con pmi italiane e grandi aziende innovative internazionali ha dato risultati confortanti.

    2. Gli artisti, quando il loro linguaggio è vicino alla comunicazione di massa, possono divenire dei comunicatori.

    Il gioco funziona solo quando vi siano dei valori o delle visioni innovative da comunicare.
    Difficilmente un artista si farà comprare e proverà a lavorare sulla vostra insicurezza, convincendovi che il wonderbra vi renderà più sexy. Più facile che l’ironia prenda il sopravvento. Ben poche aziende sono pronte a correre un simile rischio.

    3. Gli artisti contemporanei hanno un approccio multidisciplinare ad un tema.

    L’artista, da tempo non lavora più esclusivamente con le immagini. Alcuni vendono le proprie idee ai galleristi. Altri lavorano con i suoni, con la tecnologia, con l’architettura, con i paesaggi. Molti di loro favoriscono piattaforme di discussione e di lavoro che prevedono il coinvolgimento di diversi saperi, o che stimolano la partecipazione (non a caso si parla anche di arte relazionale).

    Ho collaborato con artisti che, prima di lavorare ad un tema, si sono informati su ogni aspetto relativo al tema stesso, approcciandolo da più punti di vista ed aspetti.

    4. La ricerca artistica può essere legata all’insegnamento ed alla ricerca universitaria.

    L’incontro tra docenti illuminati, ricercatori, studenti ed artisti può dare frutti positivi, se non strabilianti, favorendo lo scardinamento di regole vetuste, l’elasticità mentale, la multidisciplinarità di cui sopra, l’approccio critico ed innovativo.

    5. La ricerca artistica, oltre ad operare nella torre d’avorio del sistema dell’arte, può anche avvenire nel mondo reale.

    Processi artistici severi e di non facile comprensione hanno avuto grande successo per il solo fatto di essere stati condivisi con persone normali. La gente non è sempre fessa come crediamo.
    Lo stesso dicasi dei processi attivati da artisti in collaborazione con il mondo della tecnologia e della formazione (punti 1 e 4).

  5. Lorenzo,
    a quanto pare non hai ancora visto i clip girati da Mike Figgis per Agent Provocateur… 😉
    M.

  6. Stefano dicono:

    Concordo con Marco DA sulla necessità di legittimare gli sforzi delle tante scuole di arti e design che fanno un ottimo lavoro in giro per l’Italia. La domanda di formazione è robusta ed è difficile pensare che le poche scuole storiche possano assolvere al compito.
    Il punto è superare l’idea di creatività come un processo riservato ad una ristretta elite di specialisti del tema. L’espressione creatività “di massa” può apparire un ossimoro, ma solo a chi è ancorato a quel paradigma del fordismo da cui stiamo cercando di uscire.
    s.

    ps @massimo: ci lasci un link a questi clip di mike figgis?

  7. Lorenzo dicono:

    Massimo,

    l’abbinata regista cinematografico/prodotto mi sembra ormai consolidata.

    Per Stefano:

    http://www.agentprovocateur.com/dreams_of_miss_x.php

  8. Lorenzo Pezzato dicono:

    Domenica sono stato ad un incontro in cui era presente Massimo Cacciari.
    Nel suo discorso ha individuato nei partiti politici il soggetto unico in grado di colmare il gap di competenza che affligge i politici quando si trovano ad affrontare la realtà contemporanea. Secondo il Sindaco sono i partiti che devono selezionare e formare le nuove classi dirigenti.
    Credo che gran parte della non-considerazione della creatività provenga proprio da questo atteggiamento: voler ignorare che la nuova classe dirigente si muove al di fuori dei contesti partitici, percepiti come macchinari lenti ed obsoleti, incapaci di ammodernarsi perchè capitanati da vetusti conducenti.
    In questo senso ha ragione Cacciari, non esiste disaffezione del cittadino dalla politica, esiste scollamento tra le richieste dei cittadini e ciò che i partiti (e i loro uomini) sono in grado di realizzare. La vita non si distanzia dalla politica, ma da formazioni aggregatesi solo per interesse a dominare la scena.
    La creatività, che mette in campo idee diverse da quelle che l’apparato politico-dirigenziale odierno può controllare, è vista come un pericolo assoluto.

  9. Marco dicono:

    Sono di ritorno da Siviglia dove aver partecipato ad un seminario organizzato dall’IPTS (http://www.jrc.es/) il centro di ricerca sull’innovazione della commissione europea. Il tema dell’economia della creatività in chiave imprenditoriale ha riscosso grande interesse da parte dei ricercatori del centro che ormai mi sono sembrati un po’ stanchi di sentirsi ripetere la solita solfa delle teorie dell’innovazione tecnologica e che, mi è parso di capire, hanno sempre meno trasporto (e fiducia) verso l’agenda di Lisbona (ormai considerata come un sogno di mezza estate) e la sua concreta realizzabilità. Soprattutto sono piaciute le possibili implicazioni che in termini di policy il ragionamento sulla creatività comporta. Ecco alcuni punti che sono stati discussi:
    – riforma del sistema educativo in grado di premiare la multidisciplinarietà dei percorsi di apprendimento ed una maggiore propensione al rischio dei nostri studenti (al di là del talento, lo spirito imprenditoriale si può e deve apprendere fin dai banchi dell’università)
    – l’estensione dello stesso trattamento fiscale che riserviamo ai detentori di copyright (scrittori, artisti, ecc.) alle nuove imprese creative.
    – una legislazione meno punitiva nei confronti del fallimento (per un’economia imprenditoriale il fallimento è fisiologico non un’anamolia)
    – una finanza a supporto della nascita di nuove iniziative creative (anche in settori tradizionali e non sono nell’high.tech)
    – un clima culturale capace di incentivare l’azione imprenditoriale ed il risk taking

    Vedremo a breve un cambiamento di rotta dell’Europa verso il tema della creatività? Difficile dirlo: l’IPTS è comunque “solo” un istituto di ricerca anche se ha una forte influenza sulle decisioni della commissione. Credo che però il ragionamento su questi temi sia di grande importanza per la competitività non solo dell’Italia ma anche della “vecchia” Europa.

    Nota a margine: per una volta confrontandomi con i colleghi europei, mi sono accorto di come l’Italia ed il nordest per una volta possano definirsi come frontiera. Per un finlandese o per un tedesco la creatività imprenditoriale è un concetto lontano dal proprio vissuto e dalla propria cultura. Non hanno mai visto la vitalità dei nostri sistemi di piccola e media impresa, non hanno mai stretto le mani di imprenditore ma hanno sempre parlato con manager da business school e si sono confrontati con le procedure del mondo corporate. Forse dovremmo far valere e pesare di più queste nostre competenze a livello europeo.

    Marco

  10. RB dicono:

    Siamo sempre sull’onda del flolosifico-radical-bla, bla,bla…Tutto bello, tutto giusto, tutto politically correct. Interventi, mostre, creatività esasperata frutto di nightmares più che di design!Il tempo delle chiacchiere è finito da mò…anzi è strapassato remoto! Stefano cita alcuni imprenditori illuminati( o pazzi scriteriati) e sono sempre quelli,ma a quando un convegno serio dove a sedere ad una tavola rotonda, e non Noi di qua e voi di là, dove Designers ed Imprenditori più o meno illuminati si possano confrontare su temi concreti di innovazione vista come linfa vitale per essere dei “First” e non sempre dei “Second Best” o peggio dei “Followers?” Mi piacerebbe che ci fossero tanti “Outsiders” nel nostro piccolo nord est!
    RB

  11. Stefano dicono:

    Renzo, nella società della creatività una quota di bla-bla filosofico radicale ci sta, è fisiologico. Quanto alla numerosità degli outsider, concordo con te che si tratta di minoranza, ma di una minoranza agguerrita, che cresce. Una prima mappa di questi nuovi creativi la trovi sul sito http://www.fuoribiennale.org/2007/progetto.asp?menu=progetto&IDnews=62&LAN=ITA
    Non se è abbastanza, forse, per trasformare il volto di un’economia e di una società. Però è un inizio.
    s.

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