Dalla produzione al terziario: la nuova delocalizzazione

Ci fu un tempo in cui i genitori spronavano i figli a studiare ed andare all’università in modo da conseguire professionalità stimate e ben pagate. Poi verso la fine degli anni ’90 scoprimmo che l’inflazione di laureati e la carenza di tecnici specializzati faceva sì che un idraulico poteva guadagnare meglio di un avvocato. Oggi infine, date le nuove possibilità offerta dalla tecnologia, ci viene detto che molti lavori ad elevata competenza e professionalità, ma facilmente “commerciabili”, lasceranno nel prossimo futuro i nostri territori e “voleranno” da qualche parte in Oriente.
A tal proposito, ho letto un interessante ed “inquietante” lavoro di Alan S. Blinder (ex consigliere economico di Bill Clinton ed illustre economista) pubblicato pochi mesi fa che, facendo riferimento al contesto statunitense, stima che quasi il 30% delle attuali professioni saranno potenzialmente “delocalizzabili” nell’arco di un decennio (Blinder, CEPS Working Paper No.142: How Many U.S. Jobs Might Be Offshorable?). L’articolo ha avuto una enorme eco negli States e le tesi avanzate stanno alimentando accesi dibattiti all’interno dell’intellighenzia americana. Ma quali sono in dettaglio i risultati del lavoro di Blinder?
L’autore costruisce un indice di “delocalizzabilità” delle professioni in base a due caratteristiche: 1) il fatto che il lavoro sia legato ad una specifica localizzazione geografica negli USA, 2) il fatto che il lavoro richieda un elevato contatto diretto e personale con il cliente. Dopo aver creato una classifica delle professioni ed aver stimato, sulla base dell’attuale distribuzione della forza lavoro americana, che circa il 30% sarà potenzialmente delocalizzabile, Blinder studia la relazione che lega il grado di “delocalizzabilità” con le competenze dei lavoratori e i loro salari. Contrariamente alla credenza comune, le professioni maggiormente “delocalizzabili” non sono le professioni meno qualificate, in base al livello di educazione richiesto o la retribuzione: infatti la correlazione tra competenze e delocalizzabilità è circa pari a zero. Infine l’autore fornisce una certa evidenza empirica che i lavoratori delle professioni potenzialmente più delocalizzabili stanno già soffrendo ripercussioni negative sui loro salari.
Ma quali sono dunque le professioni più a rischio di andarsene? In cima alla lista troviamo professionalità quali i programmatori informatici, i matematici, gli statistici, gli operatori telefonici, gli addetti all’inserimento dati ed i designers; tra i lavori meno a rischio di delocalizzazione invece ci sono educatori infantili, baby-sitter, badanti per anziani, infermieri, lavoratori agricoli, agenti commerciali ed amministratori delegati.
Di fronte ai processi di riorganizzazione internazionale del settore manifatturiero, si sostiene da più parti la necessità di una rapida transizione verso un’economia altamente terziarizzata. Tuttavia i trend più recenti mostrano che molte professioni nel settore dei servizi sono a rischio di offshoring. Ci troveremo dunque a consigliare ai nostri figli un lavoro dall’elevato contatto umano piuttosto che dall’elevata competenza?
Va infine sottolineato il fatto che, secondo Blinder, il potenziale di delocalizzazione nei servizi è sostanzialmente maggiore per i paesi di lingua inglese: almeno da questo punto di vista, il fatto di essere periferia potrebbe non essere poi così negativo.
Lorenzo Gui

Share
Questa voce è stata pubblicata in Nuove identità, Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

13 Responses to Dalla produzione al terziario: la nuova delocalizzazione

  1. ronni dicono:

    La produzione di certi servizi e’ delocalizzata perche’ questo permette un abbattimento dei costi, e alla fine una riduzione del prezzo. I consumatori ci quadagnano da qesto fenomeno. Ora, qualcuno ci perde, e sono coloro i quali hanno investito nell’accumulo di conoscenze che il mercato locale non valorizza piu’. Ma questo e’ vero sono in un periodo di transizione. Personalmente penso che lo stato dovrebbe intervenire per aiutare questi lavoratori e permettere loro di essere rilocati in altri settori (e qui son sicuro che interverra’ Marco), ma assolutamente non dovrebbe cercare di limitare questo processo. Se gli indiani possono inserire dati a costi piu’ bassi dei nostri, perche’ mai dovremmo continuare a farlo noi?

  2. marco dicono:

    La pressione che la delocalizzazione sta esercitando verso il mondo del terziario (soprattutto in US e UK) nelle economie più sviluppate è cresciuta notevolmente nel corso degli ultimi anni. Rispetto alle previsioni catastrofiste di Blinder credo che alcune considerazioni vadano fatte.
    Primo Aspetto. Il settore del terziario, per quanto possa sembrare strano, ha investito meno sulla qualità e sulle competenze manageriali di quello manifatturiero. Molti lavori che possiamo qualificare come terziari sono relativamente poco specializzati. Sono proprie queste professionalitià (imputazioni di dati, call center, ecc.) quelle più a rischio perchè facilmente replicabili. Come ha segnalato la ricerca di Gary Gereffi sugli ingegneri http://www.firstdraft.it/2007/03/26/ingegneri-imprenditori-e-stranieri/ http://www.firstdraft.it/2006/11/23/lezioni-americane-ii-innovazionepiu-ingegneri/, la sfida allora si sposta verso una maggiore qualificazione di questi figure professionali ed in una loro specializzazione verso competenze che sono difficilmente imitabili. Gereffi dimostra che l’ingegnere americano oltre a competenze tecniche che sono simili a quelle di un suo collega cinesi ha dalla sua la capacità di affrontare problemi complessi e maggiore competenze relazionali che lo rendono più difficilmente sostituibile. In questo senso il ruolo del settore formativo diventa cruciale in quanto deve essere in grado di costruire percorsi formativi più interdisciplinari e mirare a definire figure professionali con maggiori competenze. C’è molto spazio nel terziario per incrementare la qualità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo che le professionalità a forte vocazione terziaria possono avere nei confronti dei settori manifatturieri. Mi riferisco all’attuale processo di specializzazione verso le fasi a maggior valore aggiunto che sta conoscendo il sistema industriale italiano (design, comunicazione, ICT). Proprio in questi segmenti oggi è richiesto un mix di conoscenze molto articolato che spaziano da quelle legate al settore, alle tecnologie produttive, al mondo del consumo, ecc. ed una forte intensità relazionale ad esempio riconducibile alla partecipazione a processi creativi. Per quanto la banda larga e le nuove tecnologie siano oggi diffuse e consentano una efficace comunicazione a distanza, gran parte delle attività sopra elencate risultano più difficilmente standardizzabili e quindi meno facilmente delocalizzabili.
    Per quanto questo fenomeno possa spaventare mi pare che ci siano degli ampi spazi nei quali poter garantire un maggiore qualità anche all’interno di professionalità a rischio offshoring.

    Marco

  3. Stefano dicono:

    Confesso di aver cercato nella lista di Blinder il mio mestiere per vedere se ero anch’io “offshorable”. Con sollievo ho visto che Blinder mi ha messo in un gruppo con infermiere e baby sitter. Per un po’ posso dormire tranquillo.
    s.

  4. Giancarlo dicono:

    La ricerca di Blinder ha scatenato molte reazioni, fra cui quelle di Ferguson (che ha ricostruito un parallelo storico fra il lento ma inesorabile declino di Venezia a partire dal XVI secolo e quello che potrebbe spettare oggi a New York) e di Nardozzi (nell’editoriale de Il Sole 24 Ore propone una analisi sulla formazione di global value chains del Made in Italy che converge molto con la linea di ricerca Tedis). Il tema è importante perché sembra rompere alcuni schemi consueti dell’economica internazionale, secondo cui l’apertura commerciale ai PVS dovrebbe portare verso nuovi vantaggi comparati, aumentando la concorrenza fra i lavoratori dequalificati e favorendo le professioni più elevate, specie nei servizi, molto più al riparo della concorrenza rispetto alle operazioni manifatturiere. Se invece le nuove tecnologie consentono di trasferire, a costo pressoché nullo, pacchetti informativi fra una parte e l’altra del mondo, la commerciabilità si estende inesorabilmente anche al mercato di alcuni servizi qualificati. Non so dove si è collocato Stefano: io vedo che gli economisti hanno un Offshorability Index di 89/100. Anche l’insegnamento, a ben vedere, non è escluso da rischi: un modulo formativo può essere prodotto in qualsiasi luogo, e anche l’assistenza agli studenti può avvenire a distanza. Rimarrebbero fuori solo i servizi per i quali c’è contestaulità di produzione e consumo, che non necessariamente sono quelli che richiedono conoscenze più complesse. Tuttavia, condivido solo in parte le conclusioni di Alan Blinder: lo sviluppo delle competenze necessarie per presidiare la frontiera dell’innovazione ha bisogno di relazioni personali e istituzionali, le quali portano a reti localizzate di comunità professionali: i distretti tecnologici esprimono proprio questa esigenza di condivisione e scambio di conoscenze complesse. La delocalizzabilità rimane così solo potenziale, e la geografia dell’innovazione che vediamo si presenta, in realtà, tutt’altro che piatta. Al contrario, alcune attività meno qualificate che richiedono contatti diretti – come l’infermiere, la badante o la baby sitter – sono fisse in luogo ma sono quelle in cui possono più facilmente concorrere i lavoratori immigrati, e questo mantiene bassi i salari. Insomma, sarei cauto nell’usare il Ranking of Offshorability di Blinder per consigliare il lavoro ai miei figli.

  5. vladi dicono:

    Mah Stefano,
    mi pare che Blinder si AUGURI che i prof. non siano a rischio offshorability ma non esclude che possa accadere.Fossi in te non dormirei troppo tranquillo :D.
    Mi ritrovo con Giancarlo. Direi che il rischio di offshorability e’ tanto piu’ alto quanto piu’ sono codificate le conoscenze richieste dalla professione stessa. Levy e Murnane, in un’analisi simile di qualche anno fa, sostenevano che i lavori a maggior rischio di sostituzione da parte di computer o lavoratori delle economie emergenti erano proprio quelli che possono essere descritti con un insieme di regole esplicite e formali. Entro il gruppo degli ingegneri distinguevano quelli che risolvevano problemi non triviali e non formalizzabili secondo regole fisse e quelli che svolgevano mansioni routinarie basate su sequenze di azioni precise. I primi restavano negli USA e prendevano un sacco di soldi, tra gli altri cresceva il numero di disoccupati. Meglio ancora se un ingegnere sa settare e definire dei problemi, interagendo con clienti, culture e organizzazioni, e non solo risolverli, dicevano i due ricercatori.
    Sei un prof che insegna marketing? trasmetti in aula il Kotler paro paro? C’e’ un cinese che lo puo’ fare a molto meno di te, via videoconferenza o lezione registrata. Va da se’ che lo stesso vale per molte altre professioni.
    Sarebbe interessante andare a vedere il differenziale tra diverse famiglie di ingegneri entro l’ampio novero degli ingegneri, di diversi tipi di sviluppatori dentro al gruppo degli informatici e cosi’ via. Un’analisi di questo tipo ci permetterebbe di aggiornare i curricula formativi di queste figure professionali. Messa cosi’ com’e’ messa nel paper uno potrebbe pensare che e’ meglio dire al figlio di fare il cameriere da Mc Donald’s o piantare patate in campagna. Eppure anche la’ l’internazionalizzazione si fa sentire …

  6. marco dicono:

    Vladi, il cameriere di Mc Donald’s ancora ancora, ma se la comunità europea e gli USA decidessero (come molti si auspicano) di non sussidiare più l’agricoltura neanche piantando patate te la caveresti: ci sarà sempre un africano o un sudamericano che le pianterà meglio e con costi inferiori ai tuoi. Alla fine Mc Donald’s non sembra neanche così male (a parte la puzza si intende) :)

    Marco

  7. Lorenzo G. dicono:

    Secondo Blinder l’agricoltore non è un lavoratore a rischio di offshoring, grazie ai vincoli geografici che caratterizzano il suo lavoro. Tuttavia, come dice Marco, se un governo decidesse di lasciare completamente in mano al mercato la regolamentazione del settore agricolo, è possibile che in molti paesi tale settore scomparirebbe quasi completamente. Oggi generalmente una certa quota di agricoltura viene mantenuta sul territorio nazionale anche per motivi strategici e di sicurezza nazionale.
    Comunque in Italia, dati i nostri trend demografici, piuttosto che l’agricoltore consiglierei il lavoro di infermiere, in particolare con specializzazione nella cura degli anziani!!

  8. Valentina dicono:

    Il lavoro di Blinder ci fa porre certo qualche domanda inquietante: il fatto che il mondo sia sempre più a portata di mano è positivo quando si programmano le vacanze ma può avere questo tipo di risvolti negativi. Tuttavia secondo me c’è da porre l’attenzione su quanto specificato da Lorenzo a fine post: lingua e cultura in generale, possono fornire ancora della barriere o meglio dei dissuasori, come quelli per il traffico, alle ondate di lavoratori da altri paesi o comunque all’offshoring dei “nostri” lavori.
    Insomma, professori italiani non sentitevi minacciati: l’ignoranza (media) delle lingue straniere da parte dei vostri studenti vi proteggerà (almeno per un po’)!

  9. Vladi dicono:

    Vale: che ci sia da star contenti?
    vi segnalo una presentazione sui temi sollevati dal paper di Blinder. Ha vinto il contest di slideshare come miglior presentazione, ed in effetti e’ di forte impatto. Mi ha colpito il passaggio in cui dice: we are preparing students for jobs that don’t yet exist [ … ] in order to solve problems we don’t even know are problems yet.
    Shift happens

  10. Zeno dicono:

    vi ricordate quegli incontri che facevamo qualche anno fa a Venezia anche con Rullani presso ca’ Foscari? ad un certo punto si cominciò a ragionare sul ruolo dei distretti, sempre più distretti del terziario e dell’immateriale, e sulla loro delocalizzabilità. Alla fine emersero alcune riflessioni molto interessanti, basate sull’osservzaione dei fenomeni riguardanti il Nordest e sui distretti o pseudotali che incontriamo nel mondo.
    la domanda era: serve ancora la prossimità delle persone per sviluppare innovazione? oppure in un mondo sempre più in rete e dai linguaggi e dalle informazioni formalizzate si potranno delocalizzare anche le attività ad alto valore aggiunto come il terziario ed appunto i processi d’innovazione?
    la conclusione era, come ho letto in alcuni commenti precedenti, che tutto dipende dal grado di formalizzazione delle conoscenze interessate dall’innovazione stessa. come già detto prima più alto questo grado, più alto il processo di offshoring.
    però a quel punto ci eravamo chiesti perchè il settore teoricamente a più alto livello di formalizzazione dei linguaggi e delle conoscenze, cioè l’informatica, vivesse sull’innovazione di un distretto del terziario come la silicon Valley.
    la risposta era ed è che la prossimità è l’unico modo per poter gestire processi innovativi ad altissima variabilità, cioè l’offshoring non interessa distretti o sistemi caratterizzati da una alta velocità di cambiamento. in quel caso è solamente il rapporto interpersonale quotidiano che permette quello scambio di informazioni che per il loro grado di variabilità non appena vengono formalizzate sono già mutate, e quindi sono patrimonio informale di quegli eletti che vivono in una determinata parte del mondo, difficlmente sostituibili da altri uomini di aree offshore ai quali giungono conoscenze formalizzate irmai obsolete.
    perciò consiglio a noi tutti ed ai nostri figli:
    mai fermarsi (con la ricerca e lo studio) se vogliamo che la nostra attività rimanga ferma (vicino a a casa nostra).
    io, come qualcuno di voi ben sa, la speranza che casa mia (Verona o comunque il Veneto) sia il nodo di un circuito perlomeno nazionale di competenze sulla logistica ed il trasporto merci l’ho persa da un bel po’, io ormai sono offshore da anni, anzi sto pensando che forse trasferirsi in Cina o da qualche altra parte non sia poi un’idea così balzana, ma io ormai sono un po’ globe trotter…

  11. Valentina dicono:

    Vladi, concordo con te che le scarse conoscenze linguistiche non siano un punto di forza del sistema del sistema formativo italiano.
    La mia voleva essere un po’ una provocazione, per porre l’attenzione su un fattore che è comunque caratteristico dei servizi. Molte definizioni del settore terziario non trascendono dal nominare la vicinanza (fisica ma spesso anche culturale) al consumatore come un fattore fondamentale per queste attività.
    Se è innegabile che al tempo delle tecnologie di rete sempre molti più lavori possono rientrare in quel 30% “delocalizzabile” è anche vero che il restante 70% rappresenta uno zoccolo duro, che presenta sicuramente una minore possibilità di essere delocalizzato rispetto a tanti lavori del settore manifatturiero.

  12. Matteo dicono:

    Zeno
    ricordo bene quegli incontri e le tue provocazioni sulla distibuzione bene e servizio, in cui capovolgevi completamente la logica usuale. Devo avere ancora le slide da qualche parte.
    Tu che sei esperto di logistica, cosa ne pensi di questi scenari nell’ipotesi in cui il costo degli spostamenti aumenti molto a seguito del progressivo esaurimento dei combustibili fossili? Quello che mi preoccupa non è lo spostamento di merci tra continenti, che magari potrà essere fatto ad un prezzo ancora abbordabile tramite meganavi container, quanto piuttosto l’ultimo miglio (ovvero i trasporti dai porti alle destinazioni, dove non ci sono grandi alternative tecnologiche alla gomma) e i viaggi aerei. Il tutto costerà molto di più di oggi, e dovrà essere limitato anche dalle restrizioni alle emissioni di gas serra. Ripeto, grandi alternative non ne vedo.

  13. Matteo dicono:

    Correzione
    non “distribuzione bene e servizio” ma “distinzione tra bene e servizio”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *