Capitale umano, scuola e federalismo

Il Nobel dell’economia Gary Becker, chiudendo domenica sera il festival dell’Economia di Trento, non ha usato mezzi termini nell’indicare il ruolo centrale che il capitale umano assume nello sviluppo economico: nel XXI secolo – ha detto Becker – crolleranno i Paesi che non investiranno sulla conoscenza e sulla formazione continua. Il tema non è nuovo, ma rimane comunque di grande rilevanza, specie per l’Italia che, com’è noto, presenta rispetto ai paesi dell’area Ocse una incidenza decisamente più bassa di laureati sulla popolazione lavorativa: da noi il 10%, contro una media dell’UE 27 di oltre il 20%, con la Spagna al 25%, Danimarca e Regno Unito al 30%, la Finlandia al 35%, Usa al 40%. Ma un altro dato, ancora più preoccupante, che solitamente accompagna le sconsolate analisi sul capitale umano in Italia è la cattiva qualità dell’offerta scolastica. Le indagini internazionali sull’acquisizione delle competenze matematiche, linguistiche e scientifiche nei quindicenni ci inchiodano, infatti, su punteggi nazionali più prossimi a quelli del terzo mondo che alle medie occidentali.
Tuttavia, se andiamo un po’ più a fondo nella lettura di questi dati scopriamo elementi interessanti e su cui pochi, fino ad oggi, si sono soffermati. Lo ha fatto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle sue recenti considerazioni finali, osservando che “la bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali ha una caratterizzazione territoriale che merita attenzione”. Draghi, in particolare, ha voluto sottolineare il grave e crescente divario nei livelli di apprendimento delle regioni del Mezzogiorno, dove “un quindicenne su cinque versa in una condizione di povertà di conoscenze, anticamera della povertà economica”. Ma quanto è davvero marcata la differenza regionale nella qualità dell’offerta scolastica in Italia? A leggere i dati della più nota indagine sull’argomento, il Programme for International Student Assessment (PISA) dell’Ocse si rimane allibiti. Mentre le scuole del Sud, in particolare quelle professionali, si collocano in un’area di incompetenza molto vicina a quella della Tunisia, che risulta il Paese con il più basso punteggio medio, i licei del Nord Est raggiungono invece livelli di eccellenza assoluta, con valori addirittura superiori a quelli della Finlandia, Paese con il punteggio più elevato. Avete capito bene: i licei del Nord Est misurano, infatti, punteggi che variano da 551 (matematica) a 560 (problem solving), contro il range 550-545 della Finlandia (500 è la media internazionale). Nel Mezzogiorno i valori medi sono inferiori di oltre 100 punti!
Potremmo sorridere di fronte all’ennesima conferma di un Paese in cui convivono varietà estreme. Tuttavia, qui il problema è troppo serio per lasciarlo cadere in una battuta. E pone interrogativi radicali su un tema politico sempre più attuale per l’Italia: quello della sostenibilità di un governo centralistico della Scuola e dell’Università. Se, infatti, la gestione nazionale del sistema pubblico dell’istruzione doveva assicurare l’uguaglianza delle opportunità di apprendimento, dobbiamo allora riconoscere che tale obiettivo è fallito. Allo stesso tempo, dobbiamo saper riconoscere ciò che di buono si è riusciti a fare in alcune aree di questo paese, impegnandoci a non mortificare le volontà di miglioramento che devono sempre guidare la gestione di istituzioni, come quelle scolastiche e universitarie, sempre più centrali per il futuro di ogni comunità. La domanda di autonomia della politica scolastica e universitaria ha perciò bisogno di risposte coraggiose, responsabili e urgenti.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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