Capitale umano, scuola e federalismo

Il Nobel dell’economia Gary Becker, chiudendo domenica sera il festival dell’Economia di Trento, non ha usato mezzi termini nell’indicare il ruolo centrale che il capitale umano assume nello sviluppo economico: nel XXI secolo – ha detto Becker – crolleranno i Paesi che non investiranno sulla conoscenza e sulla formazione continua. Il tema non è nuovo, ma rimane comunque di grande rilevanza, specie per l’Italia che, com’è noto, presenta rispetto ai paesi dell’area Ocse una incidenza decisamente più bassa di laureati sulla popolazione lavorativa: da noi il 10%, contro una media dell’UE 27 di oltre il 20%, con la Spagna al 25%, Danimarca e Regno Unito al 30%, la Finlandia al 35%, Usa al 40%. Ma un altro dato, ancora più preoccupante, che solitamente accompagna le sconsolate analisi sul capitale umano in Italia è la cattiva qualità dell’offerta scolastica. Le indagini internazionali sull’acquisizione delle competenze matematiche, linguistiche e scientifiche nei quindicenni ci inchiodano, infatti, su punteggi nazionali più prossimi a quelli del terzo mondo che alle medie occidentali.
Tuttavia, se andiamo un po’ più a fondo nella lettura di questi dati scopriamo elementi interessanti e su cui pochi, fino ad oggi, si sono soffermati. Lo ha fatto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle sue recenti considerazioni finali, osservando che “la bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali ha una caratterizzazione territoriale che merita attenzione”. Draghi, in particolare, ha voluto sottolineare il grave e crescente divario nei livelli di apprendimento delle regioni del Mezzogiorno, dove “un quindicenne su cinque versa in una condizione di povertà di conoscenze, anticamera della povertà economica”. Ma quanto è davvero marcata la differenza regionale nella qualità dell’offerta scolastica in Italia? A leggere i dati della più nota indagine sull’argomento, il Programme for International Student Assessment (PISA) dell’Ocse si rimane allibiti. Mentre le scuole del Sud, in particolare quelle professionali, si collocano in un’area di incompetenza molto vicina a quella della Tunisia, che risulta il Paese con il più basso punteggio medio, i licei del Nord Est raggiungono invece livelli di eccellenza assoluta, con valori addirittura superiori a quelli della Finlandia, Paese con il punteggio più elevato. Avete capito bene: i licei del Nord Est misurano, infatti, punteggi che variano da 551 (matematica) a 560 (problem solving), contro il range 550-545 della Finlandia (500 è la media internazionale). Nel Mezzogiorno i valori medi sono inferiori di oltre 100 punti!
Potremmo sorridere di fronte all’ennesima conferma di un Paese in cui convivono varietà estreme. Tuttavia, qui il problema è troppo serio per lasciarlo cadere in una battuta. E pone interrogativi radicali su un tema politico sempre più attuale per l’Italia: quello della sostenibilità di un governo centralistico della Scuola e dell’Università. Se, infatti, la gestione nazionale del sistema pubblico dell’istruzione doveva assicurare l’uguaglianza delle opportunità di apprendimento, dobbiamo allora riconoscere che tale obiettivo è fallito. Allo stesso tempo, dobbiamo saper riconoscere ciò che di buono si è riusciti a fare in alcune aree di questo paese, impegnandoci a non mortificare le volontà di miglioramento che devono sempre guidare la gestione di istituzioni, come quelle scolastiche e universitarie, sempre più centrali per il futuro di ogni comunità. La domanda di autonomia della politica scolastica e universitaria ha perciò bisogno di risposte coraggiose, responsabili e urgenti.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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23 Responses to Capitale umano, scuola e federalismo

  1. Nyk dicono:

    Molto interesanti le osservazioni di Giancarlo. E condivido appieno le sue preoccupazioni. Visto che si parla di ragazzi di 15-16 anni nell’articolo mi concentrerò in questo commento sui problemi della scuola media superiore tralasciando l’altrettanto lungo discorso che ci sarebbe da fare sulle università.
    E’ verissimo che, purtroppo, nel mondo scolastico ma non solo ci sono 2 italie. Al Nord vi è eccellenza. Strutture quasi sempre in ottimo stato e insegnanti forse più motivati. Al Sud invece le strutture dei plessi scolastici spesso risultano inadeguate per fornire una competenza aggiornata. Mancano i laboratori, i macchinari per le esercitazioni, i pc. Per non parlare dello stato di conservazione degli edifici. La mia esperienza di Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti di Vicenza nel 2003/2004 mi ha portato anche al confronto con studenti di tutta Italia quindi sò bene ciò che dico.

    Io penso, quindi, che questo divario sia dovuto anche alla differenza di ambiente scolastico oltre, forse, alla maggior presenza nel meridione di insegnanti svogliati e un pò “frustrati” dalla stessa situazione ambientale in cui si ritrovano.

    La politica scolastica, oggi come oggi, è già stata decentralizzata. Con la competenza del patrimonio scolastico passato alle provincie e l’autonomia delle singole istituzioni scolastiche. Da quest’anno completamente indipendenti rispetto agli ex provveditorati oggi C.S.A. (Centro Servizi Amministrativi). Le scuole, ad esempio, da quest’anno possono sottoscrivere contratti di collaborazione con privati per “esercitazioni” da far svolgere agli alunni il che può portare un’opportunità di integrare i fondi ministeriali in costante calo… E inoltre i docenti non sono più legati al programma ministeriale che rimane una “traccia” da seguire nel percorso di insegnamento delle varie materie. Ogni professore può approfondire o meno alcuni argomenti…
    Forse bisogna tornare alla centralizzazione dell’istruzione o continuare sulla strada della “devolution dell’istruzione”. Sinceramente non saprei cosa delle due scegliere.
    Nicolò Corrà

  2. Didi Steiner dicono:

    Il “Festival dell’Economia” di Trento, quest’anno centrato sulla diade “capitale umano – capitale sociale” si è concluso sulle considerazioni di Gary Becker che, anticipandosi alla stampa, rimandava il successo alla “capacità di una nazione di utilizzare la sua gente”, definendo il “capitale sociale” come “un bene che ha a che fare con le competenze dell’uomo, la sua istruzione, la sua salute”. Si tratta di “capitale” – in accezione non solo metaforica – poiché “è parte integrante di ciascuno di noi, un qualcosa che dura, come dura un macchinario, un impianto o una fabbrica”. “Le macchine sono importanti – chiariva Becker – ma la crescita è impossibile in assenza di una solida base di capitale umano”.
    Non occorre a questo punto uno slancio eccessivo della memoria, per ricordare Heidegger, che ne “L’oltrepassamento della Metafisica” ammonisce come l’uomo sia divenuto, entro l’orizzonte tecnologico, “la materia prima più importante”, nulla più di questo. Una pertinenza del capitale che, in qualità di simulacro dell’Apparato tecnico assurto a Soggetto, riduce infine l’uomo a suo mero predicato. Ma si tratta oggi, mi pare, di una riduzione dissimulata, ovvero giocata sulla falsa sublimazione dell’elemento umano, che lungi dall’essere descritto come semplice fattore produttivo, è innalzato a movente – Becker parlava di “base” – e referente – egli traeva in ballo “istruzione” e “salute” – della crescita economica. Poiché se il capitale “è parte integrante di ciascuno di noi”, ciò non significa forse un appiattimento dell’individuo su quelle competenze che l’Apparato esige in vista del proprio accrescimento; un accrescimento privo di scopi e referenti che siano diversi dall’Apparato stesso?
    Le visuali di Becker e Tito Boeri (responsabile scientifico del Festival) collimano: il “capitale umano” identificato nel “bagaglio di conoscenze personali”, è ciò che aumenta le probabilità di sopravvivenza dell’individuo entro i meccanismi procedurali del sistema della Tecnica, rendendo ciascuno più produttivo e meno rimpiazzabile.
    Eppure, la volontà dichiarata di collocare in primo piano l’uomo, i suoi sogni di prosperità e di felicità, si stempera, credo, nel quadro via via più obiettivo dei primati che la Tecnica sa conseguire. Perciò mi domando: se l’individuo è “funzionalmente” determinato, se il capitale, lungi dall’essere un mezzo di asservimento, diviene misura stessa della persona, delle sue qualità quantificabili, non è per ciò evidente il feticismo di un “capitale” che si fa “umano”, con l’accurata cordialità dell’imbonitore? Perché se il capitale sono io, se io stesso esprimo la razionalità sistematica del calcolo in cui si fonda l’Apparato, allora nemmeno la luce della critica ha più ragion d’essere. Il pensiero può procedere tranquillo sulla logica binaria del “funzionale” o “disfunzionale” – del “si” o del “no” – senza intermediazioni né diversivi.
    Se l’uomo si “capitalizza”, cosa resta?

  3. Giancarlo dicono:

    Capitale umano è un concetto più denso di quanto possa apparire. E’ l’insieme di conoscenze, competenze e capacità che si “accumulano” nelle persone sia attraverso l’esperienza, sia mediante l’istruzione e le attività di formazione. In questo senso è anche cultura, capacità critica, saggezza delle persone. L’analogia con il concetto di capitale fisico non deve trarre in inganno. Tale analogia deriva, innanzitutto, dal processo di accumulazione: così come costruire un edificio o acquistare una macchina costituiscono attività che si aggiungono allo stock di edifici e macchine precedenti, al netto degli ammortamenti, anche le conoscenze apprese si accumulano a quelle precedenti, al netto della perdita di valore delle informazioni sostituite. In secondo luogo, l’analogia riguarda la logica economica del processo di accumulazione: in entrambi i casi il capitale cresce se qualcuno investe sul suo sviluppo, cioè se si rinuncia ad un consumo immediato in vista di maggiori benefici futuri. Se invece di lavorare si dedica il proprio tempo a studiare si rinuncia ad un reddito immediato (che costituisce il costo-opportunità) in vista di un maggiore ritorno futuro. Tale ritorno, come ci dicono gli studi di Becker e di molti altri, non riguarda solo i benefici economici privati (attualizzazione dei differenziali di reddito), ma porta anche benefici sociali più generali: reputazione personale, migliori condizioni di salute, minori tassi di criminalità, maggiore crescita della comunità. Tuttavia, l’aspetto più interessante del concetto di capitale umano è che ha fatto emergere l’esigenza di “umanizzare l’economia”: come dice Enzo Rullani, il capitalismo personale è, infatti, molto più di quello tecnico-manageriale, la forma moderna di organizzazione produttiva nell’economia della conoscenza. Didi Steiner parla di una funzionalizzazione dell’uomo all’economia. E se invece fosse l’opposto? Sta anche a noi, e alla nostra capacità critica, spingere in una direzione piuttosto che in un’altra. A partire, dunque, dalle scuole, istituzioni che non solo garantiscono la trasmissione inter-generazionale dei saperi utili, ma che possono (devono) insegnare la capacità critica alle persone. Se poi questo serve anche all’innovazione produttiva – cioè alla capacità di rispondere all’evoluzione dei bisogni sociali – non vedo alcuna contraddizione. Anzi, è un orizzonte di senso verso il quale muoversi con impegno.
    Gc

  4. Marco dicono:

    Credo che il termine stesso di capitale umano debba essere cambiato. Così com’è evoca più l’immagine dei polli in batteria sottoposti a doping culturale che quella di persone che consapevolmente ed autonomamente investono su se stessi e sul proprio futuro. Non è ovviamente una questione di solo maquillage terminologico. La parola capitale fa riferimento solo all’aspetto di accumulazione e non coglie l’aspetto decisamente più importante delle modalità di impiego delle conoscenze. La laurea ed il master sono importanti, ma quello che conta ed il modo in cui queste conoscenze sono messe a frutto, sono costantemente rielaborate in modo creativo e personale. In un mondo che tenderà a crescere progressivamente il proprio tasso di istruzione, che cosa costituirà un vantaggio competitivo? Una differenza marginale nel tasso dei laureati oppure la capacità creativa di sintetizzare queste conoscenze in modo originale? Inoltre va tenuto conto che il tasso di obsolescenza della conoscenza ed in particolare di quella di tipo tecnico è oggi molto elevata. Dopo cinque anni il valore di queste conoscenze tende a ridursi progressivamente, rendendoci ignoranti di ritorno. Al pari dell’investimento in istruzione diventa fondamentale la capacità di partecipare a reti di persone che hanno conoscenze diverse e complementari, con le quali confrontarsi criticamente e imparare nel tempo. Se si rimane soli anche dopo una laurea a Stanford non si fa molta strada. Per questo più che di capitale umano mi piacerebbe utilizzare il termine di potenziale cognitivo. Risulta meno meccanicistico e lascia più spazio alla responsabilità individuale tanto nell’investimento quanto nelle modalità di utilizzo delle conoscenze.

    Marco

  5. Didi Steiner dicono:

    Lei stesso definisce il “capitale umano” come sedimento di competenza e conoscenza. E ciò si collega non al pensiero “critico”, come lei scrive, ma alla razionalità strumentale del calcolo, cui è funzionale il pensiero “logico”. Nella sua accezione propria la “critica” (dal grego “Krino” – tralascio alcuni segni grafici – che vale “giudico, scelgo”, da cui anche “krisis”, “decisione, scelta) implica la possibilità di predisporre mezzi in vista di scopi stabiliti non dall’Apparato, ma dall’individuo. Se il sapere diviene procedura, se l’individuo non sa attribuire all’incremento della tecnica altro senso che non sia il senso comune del “così occorre fare, perché così è”, se il sistema educativo si limita ad impartire competenze, se il versante delle istituzioni in cui si concreta la politica diviene arena di contesa del potere economico; se, in breve, la libertà individuale è cadenzata dalla somma delle competenze “spendibili” sul mercato, quale altra logica può consentire al sistema metaumano della tecnica di procedere indisturbato oltre a quella binaria, fondata sulla diade “funzionale-disfunzionale”? In un tempo in cui la nostra capacità di fare supera enormemente le nostre possibilità di prevedere, e le buone intenzioni non bastano più a garantire la vita, quale etica può fornire alla critica una solida base di giudizio? Come vede, temi già dibattuti tornano in un circolo fatale. Se criticare è scegliere, la scansione accelerata del sistema non necessita di pause riflessive o “blocchi” (di “crisi”), ma di buoni funzionari, di buon “capitale umano”. Il meccanismo progressivo che la tecnica pone a base dei propri ineluttabili incrementi non vuole freni. In gioco vi è la competizione costante (locale e globale) in vista di scopi che giacciono su un orizzonte semovente, espansivo. Che gli economisti parlino di umanità in termini di “investimento e crescita”, è l’indizio linguistico che, su quell’orizzonte, non vi è, come lei sostiene, un'”economia umanizzata”, bensì l’immagine di un individuo reso affine al capitale che da metaforico, diviene l’unico spazio di senso.

    dS

  6. Didi Steiner dicono:

    Domenica arance in piazza per combattere il “capitale umano”.

  7. Didi Steiner dicono:

    Marco ha ragione, “capitale umano” fa troppo “Blade runner”. Roba da replicanti.

  8. In un bel libro di qualche tempo fa Enzo Rullani, una persona indiscutibile, rilegge ed amplia il concetto di capitale umano parlando di capitalismo personale. Personalmente ritengo l’evuluzione verso il capitale umano una strada intrapresa, tanto inevitabilmente quanto giustamente, da chi ha capito che lavorando su sé stessi è possibile dare e avere di più. Dare in termini di qualità del proprio lavoro (o studio o pensiero), avere quando si parla di un ritorno che prima che economico è intellettuale. Non mi dilungo in battaglie filosofiche perse in partenza con Didi Steiner perchè, analizzando in un contesto macro i commenti che apporta, credo siano piuttosto sostituibili e indipendenti dal tema trattato, focalizzati su una visione cruda e schierata del contesto attuale. Solo un appunto: è necessario comprendere che in assenza di certi meccanismi (quelli che portano al capitale umano) non ci sarebbe crescita personale perchè probabilmente non ce ne sarebbero i mezzi, la domanda è quindi questa “meglio accettare un mondo in cui la conoscenza è sviluppata anche (e soprattutto non solo) per fini economici, potendo godere di tale conoscenza, oppure meglio non sporcarsi le mani con l’economia raccogliendo fiori nei prati per 10/20/40 anni?”

  9. Didi Steiner dicono:

    “Tecnicamente” – non vorrei che un solo avverbio sviasse dal tema della discussione – si tratta non di “filosofia”, ma di “sociologia della tecnica”. Se Soffiato ritiene di poter “sostituire” i miei argomenti – che includono la sociologia e l’antropologia in realtà meno schierata, poiché meno irretita negli schemi classificatori dell’utilitarismo e del marginalismo tanto in voga nelle università – lo faccia pure, ma a quel punto gli chiederei di non banalizzare tanto la questione. Il dilemma non è tra il pragmatismo di chi sa investire in “capitale culturale” e chi, da scioperato negligente, va a “coglier margherite”. Il problema non si pone in termini di giudizi di valore, come ritiene Soffiato: l’economia non sporca, l’economia produce, ma si limita a questo. Pensare è un’altra cosa. E pensare l’individuo unicamente in vista del ruolo che questo può giocare sul mercato delle competenze significa ridurlo. Così come l’economia ha ridotto la politica a propria pertinenza e la tecnica ha estromesso l’etica. Se Soffiato lo ritiene, posso fornire esempi pratici.

  10. Giancarlo dicono:

    Come è già successo in un’altra occasione di discussione del blog, questo confronto tra ragionamento economico e pensiero ipercritico rischia di non portare a nulla, per il semplice motivo che l’analisi viaggia su piani completamente diversi. Con il rischio di ridurre tutto ad un confronto ideologico che fa scivolare la discussione dai problemi concreti – come migliorare la qualità della scuola per noi e i nostri figli – ad una litania lagnosa sui destini cinici e bari che il sistema della tecnica ci riserva. Che palle! Oltre una certa misura, questa critica da stimolante diventa deprimente. In ogni caso, che il sapere sia “funzionale”, non mi sembra di per sé un aspetto negativo, anzi: se è funzionale alla cura delle malattie, ad aumentare la produttività dell’agricoltura, a ridurre l’inquinamento e il fabbisogno energetico, ad accrescere il valore estetico della vita, a mettere in comunicazione le persone (come la tecnologia che ci consente di dialogare attraverso questo blog)… ebbene mi sembrano funzioni a cui attribuire un valore positivo. Quando invece il sapere è funzionale ad accrescere i potenziali di distruzione dell’uomo e della natura, allora il giudizio cambia. Ma chi decide l’uso della conoscenza? In una democrazia ciò dipende dai valori e dalla capacità critica degli individui. In questo senso, credo importante non solo quanto dice Amartya Sen a proposito delle strette relazioni fra democrazia e sviluppo, ma anche quanto osserva Benjamin Friedman sul “valore etico della crescita”: laddove c’è prosperità economica, c’è anche più benessere sociale e più libertà politiche. Il mercato ha, infatti, una duplice funzione: creare uno spazio di relazione in cui poter esprimere le preferenze umane (la domanda ha il suo potere di mercato nel decidere cosa è utile!), e incentivare la ricerca di applicazioni utili della conoscenza (non basta il potenziale scientifico per produrre qualcosa di utile: serve anche chi investe a rischio per realizzarlo). In definitiva, una buona dotazione di capitale umano ci può aiutare ad organizzare un’economia in cui le persone hanno più potere sia nel consumo, che nella produzione. A me sembra un obiettivo per cui vale la pena spendersi.
    Gc

  11. paolo di bella dicono:

    Non mi sento di entrare nel dibattito. Vorrei solo lanciare una piccola petizione per eliminare l’uso di “questo paese” in riferimento all’italia. Mi sembrerebbe più corretto dire o scrivere il “nostro paese”.

  12. Didi Steiner dicono:

    A Giancarlo: questa volta non è colpa mia. Mi è stato chiesto di inserire, da un membro della redazione, l’intervento iniziale circa il “capitale umano”.
    In secondo luogo: che le meta-questioni siano confuse con lo spazio riservato alle ideologie, vale a dire all’inutilità della metafisica, è un pregiudizio da tecnici: il pragmatismo non è fortunatamente ancora l’unica modalità del pensiero e le questioni universali contano: sono le uniche che ancora permettano di accedere ad un’interpretazione della particolarità.
    Terzo: chi decide l’uso della conoscenza? Lei davvero crede che nel nostro spazio politico siano i codici etici ed ideologici a trascegliere gli scopi? Come ripeto, la politica non è forse divenuto un luogo di contesa del potere economico? La politica non demanda forse all’economia il compito di redigere la propria agenda? Non provengono forse dal mondo economico i leader di governo e opposizione? E non si invoca lo Stato sociale tra gli argomenti – o pretesti – decisivi per il riconoscimento delle unioni civili? Lei davvero crede che i flussi del capitale finanziario siano in misura rilevante interdetti dal potere statuale? Non è forse vero che oggi il possibile eccede ampiamente sul prevedibile, avendo la tecnica oggi un potere di fare che ampiamente supera la nostra facoltà di prevedere? Lei crede che questo non ponga problemi? O, piuttosto, è fatalisticamente convinto che si tratti di questioni troppo complesse? Nel primo caso non fa che cofermare quanto ho sostenuto sin ora. E lo stesso dicasi nel secondo caso.

  13. Stefano dicono:

    Mi ritrovo nei commenti di coloro che provano un fastidio istintivo di fronte al termine “capitale umano”.
    Nel corso degli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a ragionare sull’idea di creatività a scapito dell’idea di innovazione. La creatività è la capacità di inventare problemi, non solo quella di risolverli. La creatività rinvia alla dimensione dell’imprenditorialità individuale e collettiva; l’innovazione rinvia alla dimensione del problem solving tipica dell’economia manageriale che abbiamo lasciato alle spalle. Il passaggio dal concetto di innovazione a quello di creatività necessita il rinnovamento del concetto di capitale umano. Meno doping informativo, più enfasi sulle capacità espressive dei nostri adolescenti, sulla dimensione della comunicazione e della scoperta.
    Se crediamo davvero alla necessità di superare il concetto di “capitale umano”, dobbiamo anche prendere atto che il nostro sistema scolastico, anche quello del nord, non è all’altezza della sfida.
    s.

  14. Didi Steiner dicono:

    D’accordo con Stefano. Spero che le sue parole non traducano una luminosa utopia. Intanto, chi lo ritiene, prosegua nella critica.

  15. Didi Steiner dicono:

    La “creatività a scapito dell’innovazione”, che permette di procedere senza regredire, mi ha spiazzato. Se mi è concesso, complimenti.

  16. Giancarlo dicono:

    Stefano, capitale è qualcosa che si accumula, che può crescere senza sostituire interamente ciò che è stato creato prima: cosa più della conoscenza segue questo processo? Del resto anche la creatività, ci dice Florida, ha il suo capitale: i potenziali creativi non nascono dal nulla, né quando si esprimono nell’arte, né nella tecnologia, ed è per questo che tendono ad accumularsi in luoghi precisi, che diventano così capitali (di nuovo!) di una specifica cultura (artistica, filosofica, tecnologica). Anche sulla differenza fra creatività e innovazione ci sarebbe qualcosa da dire: i due concetti non si sovrappongono interamente, né perciò si escludono. Creare nuove idee avvia ma non completa il processo innovativo. Ne è fondamento ma – senza la capacità imprenditoriale di investire a rischio su un’idea, e senza la capacità del mercato di moltiplicarne gli usi – il valore potenziale di tale idea non si trasforma in lavoro, opera o (innova)azione. Certo, possiamo sempre accontentarci di creare idee senza preoccuparci dei prodotti innovativi. Tuttavia, senza questi ultimi temo che avremo meno tempo e meno mezzi da dedicare alle prime. Per tornare alla discussione iniziale, come può la scuola aiutare lo sviluppo di potenziali creativi e, allo stesso tempo, di capacità di innovazione? Non ho affatto la risposta, ma sono dell’idea che una maggiore autonomia delle istituzioni scolastiche e universitarie possa aiutare a migliorare la qualità dell’istruzione e aumentare la responsabilità nei confronti delle comunità in cui sono insediate. A qualcuno potrà anche non piacere, ma è proprio la concorrenza che ci fa oggi riscoprire il valore della conoscenza e la centralità delle persone nei processi di innovazione. E che quindi può far crescere la quantità di risorse da investire consapevolmente sull’accumulazione e la diffusione delle conoscenze, utili o meno che siano.

  17. Stefano dicono:

    Certamente i concetti di creatività e di innovazione non si escludono. Parto dal concetto di creatività perché spero in un individuo che sia in grado di esprimere se stesso in relazione agli altri, perché voglio porre in primo piano la capacità comunicativa e il talento di ogni giovane che affronta la scuola. Sono convinto che molto di questo potenziale di immaginazione, pensiero, abilità potrà tradursi in valore economico, ma credo che sia uno degli aspetti del problema. La creatività è alla base della libertà (nel senso più umanistico del termine), oltre che della prosperità.
    Che ne è della creatività nel nostro sistema formativo? Il nostro attuale ordinamento scolastico riflette una società della produzione di massa, dove molti dovrebbero fare gli operai, alcuni gli impiegati di concetto, pochi i dirigenti. La scuola è pensata per valutare la capacità di risoluzione di problemi formalizzati e per mettere in competizione (non in relazione) le persone. E molti dei test su cui si basano le valutazioni dei nostri sistemi scolastici riflettono questi presupposti. Non deve stupire se a forza di servire il “paradigma della tecnica” questo nostro modello formativo ne è stato risucchiato in modo pressoché completo (oggi la scuola è in buona parte un sistema di regole e procedure che entrambi conosciamo bene). Oggi questo apparato fantaburocratico ha qualcosa di tremendo e grottesco allo stesso tempo, e le riforme che Nicolò descrive sono lontane dall’intaccare la radice dei problemi.
    Concordo sull’idea che solo un solido federalismo potrà riavvicinare le comunità alle scuole e alla formazione dei giovani.
    s.

  18. Marco dicono:

    Mi reinserisco nel dibattito a riparto dal tema del federalismo formativo che è stato evocato da Giancarlo e ripreso da Stefano. Confesso un mio disagio a pensare all’istruzione in termini federali. Penso che semplicemente la questione non sia territoriale/regionale ma meritocratica. Credo che ogni istituzione formativa debba godere della maggiore autonomia possibile (economica e gestionale) e rispondere della qualità dell’educazione offerta. Solo così potremmo incentivare lo sviluppo di programmi formativi meno burocratici (gli esamifici che ben conosciamo) e più capaci di valorizzare la creatività dei singoli ed il loro senso critico. Vi immaginate l’Università di Berkeley alle prese con le griglie predisposte dal miur? Non molto direi. La recente esperienza che ho seguito personalmente in VIU in merito all’organizzazione del workshop sulla creatività e l’empatia http://www.designpeople.it/?p=176 realizzato in collaborazione con Nokia, conferma l’entusiasmo e l’ apprezzamento che gli studenti riservano a queste tipo di iniziative mirate alla valorizzazione della loro creatività e del loro senso critico. Solo l’ autonomia e la sensibilità istituzionale dei vertici di VIU hanno reso possibile questo tipo di iniziativa che in una università statale (anche una del nord) probabilmente non si sarebbe potuto nemmeno ipotizzare.

    Marco

  19. Giancarlo dicono:

    Giusto parlare di autonomia e di promozione della creatività ma non dimentichiamoci che anche qui c’è un limite: il sapere deve essere condiviso, perciò servono alcuni criteri formativi comuni. Marco cita Berkeley, ma questa straordinaria università è inserita in un network statale – University of California – che si avvicina molto ad un sistema federativo, in cui non c’è una rigida griglia fissata a Washington (né a Sacramento), ma nemmeno libertà assoluta sugli standard educativi. Credo sia un esempio interessante da riprendere e sviluppare. In ogni caso, l’autonomia delll’organizzazione scolastica dovrebbe avere molti spazi nei quali esprimersi: ad esempio nelle attività sperimentali, nella raccolta di fondi, nel decidere gli stipendi degli insegnanti, oppure nella scelta del giusto equilibrio fra spesa per il personale e infrastrutture, ecc. In questo spazio di autonomia vedo anche le condizioni per un investimento più consapevole di risorse da parte della società civile. Anche su questo l’esperienza Usa e Uk hanno qualcosa da insegnarci. A tale proposito ho un’ultima considerazione eretica da fare: una ricerca condotta da alcuni geografi dell’Università di Reading ha mostrato che la qualità delle scuole spiega una parte rilevante dei differenziali nei valori immobiliari delle aree circostanti le scuole stesse. Si può vedere questo risultato in molti modi, ma a me non dispiace osservare che anche questo conferma la centralità dei saperi nell’economia moderna. O no?

  20. Lucia dicono:

    La metafora meccanicistica di capitale umano non mi convince, l’apprendimento non è accumulazione, l’apprendimento è omeostasi. Ancor meno lo è la cultura (sono affezionata ad un concetto di cultura come rete di significati interconnessi); troppo spesso in questo blog ho avuto l’impressione di sentir parlare di cultura come assemblaggio di tanti elementi diversi che mescolati per bene dovrebbero creare un uomo “nuovo”, come se noi potessimo governare i processi ermeneutici!
    Capisco gli studenti, che hanno bisogno di fiducia nel futuro, capisco un po’ meno i professori…

    Soltanto un sistema scolastico che allena al pensiero critico e riflessivo può educare alle creatività.
    Ha ragione Stefano quando dice che la scuola oggi è un sistema di regole e procedure che tutto fa tranne questo, anzi, l’educazione al pensiero critico viene considerata svantaggiosa perché comporta, per gli insegnanti, il mettere in discussione se stessi e il proprio sapere.
    H. von Foester diceva che l’istruzione è imparare a fare domande legittime e le domande legittime sono quelle che non hanno ancora risposta, mentre il nostro sistema scolastico insegna a rispondere a domande illegittime e banali, ossia a quelle che hanno già una risposta…
    Diceva anche che i test scolastici sono un mezzo per misurare il grado di banalizzazione (imparo a rispondere a domande banali).

    Concordo con Marco sul fatto che la differenza la fa la capacità creativa di sintetizzare le conoscenze in modo originale, e anche la possibilità di connettere e meticciare queste conoscenze con altre.
    Amartya Sen dice che la differenza la fanno le capacità personali di tramutare i beni principali nei propri scopi, le “capacitazioni” sono l’insieme delle combinazioni possibili e alternative che ognuno di noi è in grado di realizzare.
    E’ possibile educare a connettere, a considerare possibilità diverse?
    Io mi dispero quando i miei figli tornano a casa e mi raccontano quello che succede in classe e ancora di più mi dispero quando lavoro con gli insegnanti. E non ho ricette pronte.
    Soltanto penso che se il primato della tecnica ci schiaccia occorre tornare alla pratica, ripartire dall’esperienza e non dalla teoria che ci allontana dal pensiero riflessivo.Con un pò di passione…
    Didi, questo lo dico anche a te…
    L.
    P.S.
    Molti di voi insegnano all’università, che ne dite di fare un po’ di autocritica?
    E ancora: i confronti vanno bene per provare a fare bricolage culturale , ma le cose non si prendono da una parte e si appiccicano dall’altra meccanicamente. Esiste il concetto di reinterpretazione culturale…

  21. Matteo dicono:

    Seguo a distanza questa interessante discussione che ha contributi molto diversi in quanto a background e punti di vista. Davvero stimolante.
    Vorrei invece dire la mia su un passaggio di Giancarlo, quando cita Friedman (che non conosco) e l’etica della crescita (“laddove c’è prosperità economica, c’è anche più benessere sociale e più libertà politiche). Capisco il senso e il significato delle parole che vengono dopo (una buona dotazione di capitale umano ci può aiutare ad organizzare un’economia in cui le persone hanno più potere sia nel consumo, che nella produzione).
    Penso che se non si specifica meglio si rischia di far passare l’idea che la crescita vada bene sempre. Io non la penso così.
    1) la crescita economica di un gruppo di individui può avvenire a discapito di altri, e quindi il benessere sociale non crescere affatto, anzi; un esempio: per estrarre petrolio dalla Nigeria si è massacrata e si continua ad opprimere la popolazione degli Ogoni nel delta del Niger (dove oggi la guerriglia da battaglia alle compagnie petrolifere), così come la magggior parte della popolazione del Medio Oriente vive sulla soglia della povertà e dell’ignoranza;
    2) la crescita economica può generare esternalità negative che non vengono considerate nel computo del benessere sociale, con lo stesso effetto di cui al punto 1;
    3) cosa significa esattamente aumento del benessere sociale? Le ricerche che rientrano nel filone di studi che va sotto il nome di Economia della Felicità (che annovera anche il premio nobel per l’Economia Kahneman) ci spiegano che fino a circa 12.000 euro la crescita del reddito rende le persone più felici, dopodichè non cambia molto ad ogni incremento dei guadagni. Questo mi dice che se la crescita serve a far uscire la popolazione da uno stato di indigenza viene aumentato veramente il benessere, altrimenti i numeri possono registrare aumenti di consumi, produzione, ecc. ecc., forse anche un allungamento della vita, delle cure a disposizione. Ma se non siamo più felici di prima, è vero progresso? Discutiamone

    Infine, e so di essere estremo, vorrei che fosse chiara una cosa: attualmente il nostro livello di benessere e prosperità economica va a discapito, anzi, impedisce che aumenti il benessere e la prosperità di chi ne avrebbe davvero bisogno. Consumiamo risorse in maniera talmente scellerata che abbiamo bisogno che l’80% della popolazione resti in condizioni di indigenza, perchè a questi livelli di consumo non ce n’è per tutti. Questo concetto dovrebbe essere chiaro a tutti, soprattutto a chi invoca la crescita economica per aumentare il benessere sociale. Se crescita deve essere, si deve trattare di sviluppo qualitativo nei paesi sviluppati, e crescita quantitativa quanto basta nei paesi sottosviluppati. Noi obesi dobbiamo dimagrire, per far ingrassare chi è sottopeso. Scusate il fuori tema.

    http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/ambiente/editoriale-direttore/editoriale-direttore/editoriale-direttore.html

  22. Didi Steiner dicono:

    A Lucia: la teoria in senso proprio è pensiero riflessivo. E gli universali, che tu non ami, spiegano la particolarità. Ma occorre saper istituire un passaggio logico e linguistico tra universale e particolare. Per questo, quando vengo qui a fare l’apocalittico, proponendo rielaborazioni di alcune correnti del pensiero sociologico ed antropologico attuale, mi si risponde con accuse di “falsa coscienza” ed “astrattezza”. Se la tecnica davvero – com’è vero – domina l’attualità ponendo in discussione tutte le categorie tradizionali, non serve la pratica, serve, ancora una volta, la critica. E non per mutare il corso della storia, ma per acquisire consapevolezza. Insomma, per imparare a porsi qualche domanda “legittima” il cui senso ecceda la “particolarità” in cui il pensiero tecnico ed il primato del semplice “fare” rischiano di ridurre ciascuno di noi.

  23. Lucia dicono:

    Certo, la teoria è pensiero riflessivo, ma quando parlo di educazione alla riflessività,parlo di un percorso (arduo e impervio) che ognuno di noi deve fare per costruirsi micro-teorie contestualizzate. L’uso ridondante di teorie precostituite uccide questo percorso, uccide la capacità critica.
    E insisto, parlo di educazione…

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