Impresa e cultura si incontrano

Venerdì 18 maggio si è tenuta a Venezia la premiazione del Premio Impresa e Cultura, il concorso ideato da Bondardo Comunicazione che premia le imprese che scommettono sulla cultura come asset strategico per distinguersi nell’arena competitiva.
La competizione quest’anno è stata vinta Bracco ma i premiati sono stati comunque molti, tutti casi interessantissimi di connubio vincente tra pratiche imprenditoriali e vocazioni culturali.
Il valore aggiunto dell’incontro è stato dato dal taglio molto pragmatico con cui è stata affrontata la tematica delle modalità con cui le imprese investono in cultura. L’istituzione della Bondardo riconosce con decisione un percorso lineare crescente del rapporto impresa-cultura, rapporto che se una decina di anni fa si risolveva nella sponsorizzazione, negli anni è evoluto assumendo i connotati prima della patnership e ora di un qualcosa definito progettualità. Con questo termine si è identificata una modalità di investimento in cultura che trae origine dal patrimonio di conoscenza dell’impresa stessa, derivato dal suo know-how e dalla sua tradizione. Gli esempi più frequenti hanno riguardato iniziative che vedono le aziende soggetti attivi che agiscono in base ad un preciso piano di marketing.
I modelli di riferimento sono ancora una volta quelli del Nord Europa: grazie alla testimonianza diretta dei membri del CEREC, Comité Européen pour le Rappochement de l’Economie et de la Culture, si sono messi a fuoco le esperienze di quei paesi nordici in cui l’investimento culturale ha acquistato ormai da anni un ruolo consolidato nella strategia d’impresa. A livello individuale, personalità come Bill Gates e Warren Buffet, hanno riformulato il concetto di mecenatismo, improntando la gestione dell’investimento culturale secondo criteri aziendali. Nello stesso modo, la filantropia ha preso il volto della venture capital. I passi compiuti da queste realtà nel campo della cultura hanno infatti un ritorno d’immagine, ma dietro a ciò c’è comunque la consapevolezza dell’importanza di sviluppare un modello di crescita che contempli la creazione del valore sostenibile, un approccio che unisce gli interessi economici e finanziari a quelli della società e della conservazione del patrimonio culturale e artistico.
Negli ultimi mesi si è moltiplicato in America il numero di giovani manager che hanno deciso di mettere il loro know-how imprenditoriale al servizio dei questo nuovo mecenatismo che vuole inserire la filantropia nei business plan. “Venture philanthropism”, lo chiamano. Così Gates nel 2000 ha varato la “Bill and Melinda Gates Foundation” in cui ha versato 29,1 miliardi di dollari, con oltre 1,5 miliardi donati ogni anno per progetti su salute ed educazione nel mondo. La Fondazione però, non è stata istituita per pura liberalità; essa ha infatti un rigoroso bilancio certificato e distribuisce solo i proventi dei suoi investimenti finanziari per iniziative da centinaia di milioni, spesso autogestite senza intaccare il capitale.
E’ possibile questo anche in Italia? Probabilmente se guardiamo alla struttura statale, un tale modello risulterebbe difficile: la tradizione storica italiana concepisce come onere statale la conservazione del patrimonio artistico e l’assistenza sanitaria. Guardando però ai dati di Impresa e Cultura ci accorgiamo che forse gli imprenditori stanno crescendo in sensibilità e consapevolezza riguardo tali tematiche. IGuzzini, Loccioni, e lo stesso Bracco ne sono esempi concreti, anche se la strada da percorrere è ancora molta.
Certo è che un approccio di tal genere risolverebbe molti problemi dal lato della conservazione e dello sviluppo del ricco patrimonio culturale nazionale, e agevolerebbe le imprese in quanto a posizionamento distintivo, contribuendone la differenziazione dell’offerta con relativi benefici economici.
Quello che emerge è comunque una nuova consapevolezza che vede la necessità di una relazione franca tra dimensione economica e mondo culturale senza preclusioni frutto di antichi pregiudizi.
L’unico dubbio che mi sono sentita di avanzare, riguarda la genuinità di questo approccio aziendale al mondo culturale. Se da un lato, infatti, il rapporto è consolidato perché diventano chiare le regole del gioco e lo scambio che ci si attende, dall’altro, forse, una formalizzazione così netta e consapevole potrebbe smorzare i toni di un coinvolgimento libero e personale. La questione è aperta.

Ilaria Paparella

[tags] cultura, innovazione, fondazione, finanziamenti, sostenibilità, marketing [/tags]

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27 Responses to Impresa e cultura si incontrano

  1. Didi Steiner dicono:

    E’ evidente una discrasia epistemologica che induce a considerare “cultura” e “impresa” come termini autosufficienti e ciononostante integrabili in un unicum distintivo, al fine di riformulare quell'”asset strategico” che consenta all’impresa un riposizionamento nell'”arena competitiva”. Quel che sfugge, per un’evidente distanza ermeneutica tra discipline economiche ed antropologiche, è l’attuale riduzione tanto dell’impresa quanto della “cultura” – che si prosegue a confondere con la creatività artistica – a semplici predicati del sistema tecnico. E’ così che si giunge ad espressioni quali “investire in cultura”, “capitale umano”, “mecenatismo d’impresa”, etc.
    Ne “la concezione materialistica della storia” Marx scrive: “Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale essi non sanno donde viene e dove va, che quindi non possono più dominare e che al contrario segue una propria successione di fasi e di gradi di sviluppo, la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e anzi dirige questo volere e agire”. Marx riferiva la propria riflessione ad un orizzonte ancora umanistico e pre-tecnologico. Ma già individuava il costituirsi di un sistema sostanzialmente autocentrico, in grado di instaurare sé come soggetto e l’uomo come suo predicato. Oggi lo stesso può dirsi riguardo alla Tecnica, che: “da strumento nelle mani dell’uomo per dominare la natura, diventa l’ambiente dell’uomo, ciò che lo circonda e lo costituisce secondo le regole di quella razionalità che, misurandosi sui criteri della
    funzionalità e dell’efficienza, non esita a subordinare alle esigenze dell’aparato tecnico le stesse esigenze dell’uomo” (U. Galimberti). Ebbene l’arte resta certamente un’esigenza umana, ma non sopravvive se non v’è “investimento in cultura”, per l’arricchimento di quel “capitale umano” che, come fattore della produzione, deve il proprio “sviluppo” agli slanci “filantropici” in cui si esprime il nuovo “mecenatismo d’impresa”. Ma vorrei sottolineare come non vi sia in ciò alcuna connotazione filantropica, alcun amore per l’uomo in quanto tale. Vi è, piuttosto, una rimodulazione, una sublimazione, e neppure ben mascherata, dei consueti motivi utilitaristici ed efficientistici. Che i nuovi criteri distintivi per la competizione d’impresa coincidano con un riferimento alla cultura, ha il significato, lo si colga o meno, di una pura e semplice strumentalizzazione. Vale a dire, l’elemento culturale come mezzo in vista della promozione economica. Non viceversa. Tutto ciò, non si fraintenda, non è “oppressione” da parte di una volontà estranea – come al tempo degli schiavi- ma “sistema”. Quel sistema che fa della creatività artistica una lezione di marketing.

    dS

  2. MarcoF dicono:

    Egregia Didi Steiner,
    il suo commento riporta in quota le solite (almeno per me) questioni: quella del ruolo della cultura e quella della funzione nel mondo che andiamo a costruire, della figura dell’intellettuale (organico).
    Visto che come lei osserva la tecnica è il sistema, e visto che “natura” è anche ciò che non si riesce più -per consuetidine soprattutto – a distinguere da “cultura”, lei ritiene che oltre la filantropia interessata e le strategie di marketing economicamente orientate possa esistere una forma di cultura che agisca davvero sul sistema? Oppure la cultura sarà sempre più destinata a colorare il mondo, a commentare e, talvolta a calmare con palliativi intellettualoidi gli animi dei più rivoluzionari?
    Può cioè la cultura ritornare ad essere (se in qualche periodo storico lo è davvero stata) “pensiero” (non necessariamente critico, ma sicuramente libero) in grado comunque di modificare e migliorare la realtà? Oppure secondo lei questo sistema è appunto talmente organico da non poter pensare la cultura solo come forma ancillare rispetto al capitale? E infine, dovremmo o non dovremmo auspicare che proprio il marketing – per una forma di vendetta della ragione – un giorno avesse bisogno di trovare nella cultura una qualche verità e ancora di salvezza? Me lo chiedo da molto. Ormai tutto è marketing, anche la scelta della Chiesa nella quale vado a messa la domenica mattina e l’asilo al quale affido mio figlio. non parliamo dei biscotti che compro o non compro. Secondo lei, non potebbe nascere proprio da un rovesciamento nell’approccio ad alcune discipline fin qui considerate “nemiche”, che paradossalmente potrà sgorgare necessariamente per queste discipline nemiche (perché un individuo non necessariamente alienato del III millennio lo richiederebbe), forme più partecipative di cultura?
    L’assicuro che non c’è alcun intento provocatorio in queste mie domande, ma solo il desiderio di un confronto serio sul ruolo di chi come me, ogni giorno sta dall’altra parte della barricata e si chiede in che senso lo fa e quale sia davvero il senso del suo agire, quale sia la configurazione della barricata stessa e, infine e soprattutto, si interroga sul potenziale bellico del nemico.

  3. Didi Steiner dicono:

    Il sistema della tecnica ha già sviluppato una propria “cosmologia”, ha già diffuso e radicato schemi di pensiero – per lo più regolati secondo la logica binaria del “sì” o “no”, del “funzionale” o “disfunzionale” – che stentano a riconoscere intermediazioni o diversivi. Che il suo “agire”, inteso come scelta delle finalità, non si risolva semplicemente in un “fare”, inteso quale conseguimento di risultati a partire dalle procedure tecniche avviate, è l’unica maniera, io credo, per impedire che la propria opera intellettuale divenga modo di pensiero organico. Ma si tratta, oramai, storicamente, di un falso problema, posto che nell’agone istituito dalla Tecnica tendono a scopmarire gli antagonismi che caratterizzavano i sistemi umanistici pre-tecnologici. Quella che Marx definiva “reificazione dell’uomo” – la riduzione dell’uomo e dei rapporti sociali a cose – non è più l’effetto di una volontà, come la volontà di un padrone può rendere schiavi, ma l’effetto della razionalità del calcolo, che sistematizza e rende progressivo il perfezionamento della razionalità stessa. Ciò significa che “non avremo più il dominio dell’uomo sull’uomo, bensì il dominio della razionalità del calcolo su tutti gli uomini” (U. Galimberti, Psiche e Techne). E’ oramai desueto parlare di organicità o antagonismo, posto che la Tecnica rappresenta l’ambiente e l’orizzonte in grado di saldare quelle antinomie che in passato si consideravano inconciliabili. Va da sé che “cultura” e “impresa” appaiano oggi molto meno distanti, e perciò combinabili, rispetto al tempo in cui l’uomo, lungi dall’essere una pertinenza del capitale, conservava la propria volontà in vista di scopi che egli stesso poteva stabilire. Scrive Lukacs: “la differenza che sussiste tra l’operaio di fronte alla singola macchina, l’imprenditore di fronte a un certo tipo di evoluzione delle macchine, il tecnico di fronte allo stato della scienza ed alla redditività della sua applicazione tecnica, è una differenza di grado, puramente quantitativa, e non direttamente una differenza qualitativa nella struttura della coscienza”. E se la “struttura della coscienza” diviene unitaria, allora non importa più da quale parte della barricata schierarsi; così come non è più necessario interrogarsi sul potenziale bellico di un nemico divenuto l’unico esercito in campo.

  4. Didi Steiner dicono:

    [Errata corrige]

    Il sistema della tecnica ha già sviluppato una propria “cosmologia”, ha già diffuso e radicato schemi di pensiero – per lo più regolati secondo la logica binaria del “sì” o “no”, del “funzionale” o “disfunzionale” – che stentano a riconoscere intermediazioni o diversivi. Che il suo “agire”, inteso come scelta delle finalità, non si risolva semplicemente in un “fare”, inteso quale conseguimento di risultati a partire dalle procedure tecniche avviate, è l’unica maniera, io credo, per impedire che la sua opera intellettuale divenga modo di pensiero organico. Ma si tratta, oramai, storicamente, di un falso problema, posto che nell’agone istituito dalla Tecnica tendono a scopmarire gli antagonismi che caratterizzavano i sistemi umanistici pre-tecnologici. Quella che Marx definiva “reificazione dell’uomo” – la riduzione dell’uomo e dei rapporti sociali a cose – non è più l’effetto di una volontà, come la volontà di un padrone può rendere schiavi, ma l’effetto della razionalità del calcolo, che sistematizza e rende progressivo il perfezionamento della razionalità stessa. Ciò significa che “non avremo più il dominio dell’uomo sull’uomo, bensì il dominio della razionalità del calcolo su tutti gli uomini” (U. Galimberti, Psiche e Techne). E’ oramai desueto parlare di organicità o antagonismo, posto che la Tecnica rappresenta l’ambiente e l’orizzonte in grado di saldare quelle antinomie che in passato si consideravano inconciliabili. Va da sé che “cultura” e “impresa” appaiano oggi molto meno distanti, e perciò combinabili, rispetto al tempo in cui l’uomo, lungi dall’essere una pertinenza del capitale, conservava la propria volontà in vista di scopi che egli stesso poteva stabilire. Scrive Lukacs: “la differenza che sussiste tra l’operaio di fronte alla singola macchina, l’imprenditore di fronte a un certo tipo di evoluzione delle macchine, il tecnico di fronte allo stato della scienza ed alla redditività della sua applicazione tecnica, è una differenza di grado, puramente quantitativa, e non direttamente una differenza qualitativa nella struttura della coscienza”. E se la “struttura della coscienza” diviene unitaria, allora non importa più da quale parte della barricata schierarsi; così come non è più necessario interrogarsi sul potenziale bellico di un nemico divenuto l’unico esercito in campo.

  5. ronni pavan dicono:

    Salve a tutti e scusate l’intrusione. Prima di tutto vorrei chiedere se la mia traduzione del commento di Didi e’ corretta: Didi vuole sottolineare il fatto che le imprese investono nella cultura non per il gusto di farlo ma perché e’ di loro convenienza economica farlo.
    Visto che lo scopo di un’impresa e’ di produrre ricchezza, non sono stupito da questo atteggiamento. Anzi, sono piacevolmente sorpreso dal fatto che al giorno d’oggi ci possa essere una fetta del mercato che trova conveniente promuovere la creazione di arte e cultura. Mi sembra però di leggere nel commento un tono critico, e questo mi lascia perplesso. Quale alternativa suggerite e in qual modo si può attuare? Per favore, indicate soluzioni che siamo compatibili con le costrizioni presenti in natura. Dire che la gente dovrebbe essere più buona e pensare al prossimo non soddisferebbe la mia curiosità.
    Un altro punto che non ho capito riguarda il commento di MarcoF. Mi sembra di capire che lui non e’ contento di come si sta evolvendo il mondo. Che periodo storico di riferimento ha in mente? Quando la cultura e’ stata “pensiero”? Parlando del mondo dal dopoguerra in poi, mi sembra che non si sia mai stati meglio, e questo e’ vero in tutte le dimensioni e non solo dal punto di vista della ricchezza (istruzione, liberta’ di espressione, durata della vita, quantita’ di tempo libero a disposizione). Lei si auspica che il marketing possa trovare nella cultura un’ancora di salvezza. Salvezza da cosa? Per favore, mi faccia il paragone con una situazione del passato (o ipotetica ma attuabile) in cui il marketing non era cosi presente e l’uomo era piu’ salvo.
    Riguardo all’articolo di Ilaria e al dubbio espresso alla fine. Secondo me la domanda da porsi dovrebbe essere: da dove potenzialmente potrebbe venire la maggiore quantita’ di risorse a sostegno alla cultura? Da imprese e societa’ che sono in grado di contribuire grazie a questa “formalizzazione” o da altri agenti che parteciperebbero solo se tale razionalizzazione non esistesse? Secondo me, ma e’ una mia opinione, la risposta e’ chiara.
    Complimenti per il Blog!
    Ronni
    P.S. Scuseme se no son bon a scrivar, ma son un poaretto e no go fato e scuoe alte.

  6. In “La comunicazione d’impresa” Cesare Valli ci riporta al 1400 quando scrive “Lorenzo de’ Medici è famoso in tutto il mondo per lo sfarzo e la ricchezza della sua corte e per lo sviluppo economico che Firenze ed il territorio sotto il suo dominio hanno avuto durante la sua reggenza. Le opere di arte varia che egli ha finanziato sono innumerevoli e contribuiscono ancora oggi a farne un notissimo personaggio della nostra storia. Era un mecenate? Secondo me no- Era un grande sponsor, perchè aveva capito che la forza e la potenza di una città e di un casato, oltre ad essere costantemente alimentate da azioni, come diremmo oggi, di buona politica economica, devono anche essere adeguatamente comunicate. L’arte in quegli anni, oltre alle armi, era un modo per farlo, ottenendo una serie di altri benefici (…)

    Didi Steiner con la sua scrittura, tanto affascinante quando complessa a comprendersi, esprime a mio avviso una visione disfattista e triste del mondo attuale, quasi come se “ci fossimo persi qualcosa” e vivessimo in un frivolo mondo di tecnica dominante dal futuro grigio quanto i cieli delle nostre città. Voglio credere invece che un nuovo paradigma in cui l’economia influenza tutto o quasi lasci spazio a quei pensatori che, come accade in questa sede, provano a fondere il contesto economico in cui ci troviamo con una visione che tiene conto di altri fattori come la cultura. Personalmente non starei a perdermi in dibattiti terminologici sul concetto, oggi domina la tecnica? Benissimo, ne prendiamo atto ma mi sembra riduttivo pensare che il mondo che ci circonda è oggi un treno impazzito e noi passeggeri automi senza possibilità di influenzarne la rotta. Il mecenate è sostituito dal filantropo, l’esternalità positiva del ritorno di immagine è forse calcolata, ed in questo caso il filantropo diviene sponsor, il concetto di fondo è però che, per come la vedo io, se un’azienda finanzia una mostra e mette il suo marchio all’entrata non è un dramma, sarebbe ovviamente bello che la mostra fosse finanzata dal cielo ma visto che questo non accade, tra la mostra con logo e la non mostra, io scelgo la prima. Se oggi è tutto al servizio della tecnica c’è da comprendere cosa la tecnica ha dato in cambio, a noi fortunati probabilmente un pò di benessere e a mia nonna 15 anni di vita in più, ma su questo si potrebbe discutere a lungo..

  7. Ilaria Paparella dicono:

    Compiaciuta dall’acceso dibattito. Non era mia intenzione scatenare polemiche sull’uso dei termini, termini che per altro assumono sfumature diverse a seconda degli archetipi a cui ci si riferisce.
    Quello che mi premeva sottolineare era, molto semplicemente, la tendenza dell’impresa ad accorgersi che l’arte(ogni espressione viva e spontanea del proprio mondo interiore, astraendo dai modi e dai mezzi espressivi) e la cultura (complesso delle manifestazioni tradizionali di una popolazione) possono fare aggiungere qualcosa (valore immateriale, significato condiviso, riconoscimento) alla propria offerta.
    Come hanno detto Ronni o Giorgio, insomma, non credo sia importante la totale vocazione filantropica quanto il fatto di rendersi conto che “facendo qualcosa di buono” anche i guadagni possono aumentare, con gioia di tutte le parti.
    Il dubbio che esprimevo alla fine voleva essere una provocazione: assodato che le aziende si sono accorte della cultura e hanno deciso di usarla per il loro business,è meglio che questo derivi da un processo deliberato ( l’imprenditore inserisce nel business plan i dettagli di una relazione con un istituzione culturale)o piuttosto emergente (es: l’imprenditore organizza eventi e mostre e i dipendenti, ispirati, usano gli input per la loro produzione)?

    Riprendendo la risoluta visione di dS sull’universo-tecnica in cui noi -burattini- viviamo, citando la Minima Moralia di Adorno (vs Marx): ” [..] il rapporto tra vita e tecnica, che abbassa la prima, ad una manifestazione effimera della seconda, è perfettamente assurdo. Mezzo e fine sono invertiti.L’essenza ridotta e degradata si ribela tenacemente contro l’incantesimo che la trasforma in facciata [..] In questa situazione, l’unico barlume di speranza è offerto dall’arte, nella misura in cui essa riesce ad armonizzare forme e contenuti, elementi soggettivi e oggettivi. L’armonia realizzata sul piano artistico deve, dunque, sempre contenere un elemento di protesta nei confronti della realtà esistente e una dimensione utopica come “promessa di felicità”.
    Evito ridondante compiacimento filosofico esimendomi dal citare Nietzsche,Bergson, Scheler o Popper che erano più o meno sulla stessa linea…in fondo qui stiamo costruendo cultura…
    PS: mi scuso per le eccessive parentesi chiarificatrici dei termini.

  8. Didi Steiner dicono:

    Mi spiace, dottoressa Paparella, ma la posizione di Adorno – che lei cita del tutto a spoposito – è persino più radicale: egli, infatti, ritiene che gli slanci illuministici abbiano tradotto il pensiero critico in puro pensiero tecnico. E in ciò consiste la sua “Dialettica Negativa”: “l’Illuminismo – egli scrive – nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”. In tal modo, va perduta la fiducia nella “ragione oggettiva”; quel che importa, dunque, non è la verità delle teorie, ma la loro funzionalità: funzionalità in vista di fini sui quali la ragione non detiene più alcun diritto. La ragione, in altri termini, assume una connotazione puramente strumentale. Essa è cioè incapace di fondare o porre in discussione quegli scopi su cui gli uomini orientano la propria esistenza. La ragione, in questo senso, individua, costruisce e perfeziona i “mezzi” adeguati al compimento di scopi stabiliti dal “sistema”. Riprendendo Adorno e Horkheimer: “[…] l’aumento della produttività economica, che genera, da un lato, le condizioni di un mondo più giusto, procura, d’altra parte, all’apparato tecnico e ai gruppi sociali che ne dispongono, una immensa superiorità sul resto della popolazione. Il singolo, di fronte alle potenze economiche, è ridotto a zero. Queste, nello stesso tempo, portano a un livello finora mai raggiunto il dominio della società sulla natura. Mentre il singolo sparisce davanti all’apparato che serve, è rifornito da esso meglio di quanto non sia mai stato. Nello Stato ingiusto l’impotenza e la dirigibilità della massa cresce con la quantità di beni che le viene assegnata” (Dialettica dell’Illuminismo).
    Ed ora viene il meglio. Allo scopo di perfezionare la propria funzionalità, il “sistema” (la società tecnologica contemporanea) ha istituito un possente apparato: l’industria culturale che, sottolineano Adorno e Horkheimer: “[..] ha perfidamente realizzato l’uomo come essere generico. Ognuno è soltanto ciò per cui può sostituire ogni altro: fungibile, un esemplare. Egli stesso, come individuo, è l’assolutamente sostituibile, il puro nulla […]. L’industria culturale non è che veicoli ideologie: essa stessa è ideologia; l’ideologia che si radica in quadro di “eterogenesi dei fini”, quei fini stabiliti dal sistema.
    Per concludere una precisazione ed un invito. L’arte cui fa riferimento Adorno nel passo che lei cita rappresenta l’esatto rovescio dell’alienazione: è l’arte prodotta e riprodotta da individui tornati ad essere, criticamente, soggetti del proprio agire. Il che, lo capisca o meno, non sgnifica assolutamente contraddire Marx.
    L’invito che posso rivolgerle, se davvero le interessa un approccio “culturale” alla sfera del marketing, è quello di approfondire meglio i testi che cita e la storia complessiva del pensiero. Dunque, almeno per ora, lasci stare Nietzsche.

    Cordialmente, dS.

  9. Ilaria Paparella dicono:

    Grazie per il titolo dottoressa che ancora non ho, sono felice di potermi confrontare e continuamente imparare qualcosa, comunque il Suo passo “L’arte cui fa riferimento Adorno nel passo che lei cita rappresenta l’esatto rovescio dell’alienazione: è l’arte prodotta e riprodotta da individui tornati ad essere, criticamente, soggetti del proprio agire” era proprio qui che volevo arrivare.

    “Un uomo non ha orecchie per ciò a cui l’esperienza non ha ancora dato accesso”
    Friedrich Nietzsche

  10. Didi Steiner dicono:

    Gentile Paparella, non può arrivare al rovescio dell’alienazione, nemmeno citando Adorno, perché il brano desunto da Minima Moralia ha un chiaro significato utopico, prima che rivoluzionario. Ma, come ho già scritto, non è più, questa, l’epoca delle alienazioni, bensì delle “personificazioni”, dell’appiattimento sul ruolo che l’apparato dispone funzionalmente in vista di scopi che esso stesso genera. La “rivoluzione”, come concetto storico, resta conchiuso entro un orizzonte umanistico. L’orizzonte tecnologico, lo si voglia intendere o meno, estromette nella sostanza – ripeto: nella sostanza – ogni diversione ideologica. Perciò, non aveva alcun senso citare Adorno contro Marx.

    ds

    P.s. Nemmeno io, ahimé, sono ancora dottore.

  11. ronni pavan dicono:

    Non capisco. Riporto la citazione di Adorno: ““[…] l’aumento della produttività economica, che genera, da un lato, le condizioni di un mondo più giusto, procura, d’altra parte, all’apparato tecnico e ai gruppi sociali che ne dispongono, una immensa superiorità sul resto della popolazione. Il singolo, di fronte alle potenze economiche, è ridotto a zero. Queste, nello stesso tempo, portano a un livello finora mai raggiunto il dominio della società sulla natura. Mentre il singolo sparisce davanti all’apparato che serve, è rifornito da esso meglio di quanto non sia mai stato. Nello Stato ingiusto l’impotenza e la dirigibilità della massa cresce con la quantità di beni che le viene assegnata”. Didi, hai riportato il passo solo per farci capire quello che Adorno pensava o condividi il suo pensiero? Vuoi forse dire che quando la produttivita’ economica era inferiore c’era piu’ uguaglianza tra le parti sociali? Che la massa era meno dirigibile e piu’ potente? Spero di aver sbagliato interpretazione perche’, altrimenti, queste sono bufale. Gia’ il fatto che gente sta scrivendo in questo blog e’ prova sufficiente per dimostrare come queste tesi siano solo masturbazioni mentali senza fondamento.
    ronni

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  13. Didi Steiner dicono:

    Il passo di Adorno non significa che la gustizia sociale sia inversamente correlata alla produttività di capitale e lavoro. Ma che il totale dominio dell’uomo sulla natura sì è rovesciato nel dominio della tecnica sull’uomo. In ogni caso, vorrei farti notare che la “produttività” non è una categoria sociologica, né striografica. E se si intende esaminare l’impatto sociale complessivo dello sviluppo tecnologico (culturale, politico, etico, etc.), è proabilmente il caso ricorrere ad un bagaglio epistemologico ed ermeneutico più ampio. La produttività non spiega la tecnica. E se la tecnica ha liberato alcuni – questo intende Adorno – ha indotto altri in una forma di schiavitù più sottile, che si identifica nel conformismo, nell’appiattimento sul ruolo funzionalmente definito dall’apparato e nella conseguente assenza di pensiero critico. Che la tecnologia liberi dal vincolo del bisogno materiale è indubbio. I suoi costi e le sue “esternalità negative” sono, tuttavia, meno evidenti. Ma non si tratta di identificare un’alternativa: la tecnica è l’orizzonte intrascendibile che ci accerchia. L’unica via soggettivamente percorribile è il pensiero critico, che oggi rischia di ridursi alla logica binaria del “funzionale” o “disfunzionale”. Ora una domanda te la rivolgo io: credi che la produttività abbia influito positivamente sulla dirigibilità delle masse e sulla sperequazione della ricchezza? Il 90% del prodotto globale resta in mano all’1% degli individui. Hai cifre più confortanti?

  14. ronni pavan dicono:

    Cito Didi: “vorrei farti notare che la “produttività” non è una categoria sociologica, né striografica”. Tu lo sai cosa e’ la produttivita’? E’ output diviso input, niente di piu’ facile. “la produttivita’ non spiega la tecnica”: son d’accordo. E’ piuttosto la tecnica che spiega la produttivita’, assieme ad altri fattori. Forse troppo grossolanamente, ho voluto riassumere i due concetti in uno, visto che son tanto, ma tanto, correlati. Mi sembra comunque di discutere di aria fritta. L’idea alla base rimane, e mi sembra che su quella ci si dovrebbe confrontare.
    Si ho cifre piu’ confortanti: Dal 1960 al 2000 la vita media e’ cresciuta da 49 a 67 anni nel mondo. A me questa mi pare una cosa buona, o forse sei gia’ stufa di questo mondo cosi ingiusto e prolungare la sofferenza ti provoca dispiacere? La mobilita’ sociale (o economica) odierna e’ incredibilmente piu’ alta di 100 anni fa, per non parlare di prima ancora. Che lavoro credi facessero i figli dei contadini 100 anni fa? E i figli degli proprietari terrieri? Io son figlio di operai e ora son professore universitario. Questo un tempo succedeva molto meno spesso. I lavoratori lavorano sempre meno e possono dedicarsi ad altre attivita’ nel loro tempo libero, come ad esempio scrivere in un blog (http://papers.nber.org/papers/w11629.pdf Figura 1). La percentuale di persone che ricevono una educazione di base e’ crescita enormemente (http://kuznets.fas.harvard.edu/~goldin/papers/history_of_edu.pdf per gli US). Difficile definire questa una brutta notizia (e percio’ la tecnica ha ridotto la dirigibilita’ delle masse, hai visto su youtube sex crimes in vatican? Questo senza internet non sarebbe successo). Guardati anche le figure di questo paper che son belline: http://kuznets.fas.harvard.edu/~goldin/papers/labor20th.pdf
    Il 90% e’ in mano dell’1%? Ancora con dati statici che non mi dicono nulla. Tu lo sai come questa percentuale e’ cambiata nei secoli? Senno’ non metterla nemmeno.
    Ok, negli ultimi 20 anni la disequalianza nei paesi della OECD e’ cresciuta (ma prima era diminuita). Ma la cosa non e’ un male di per se. O tu sei gelosa se il tuo vicino ha una bella macchina? A me, sinceramente, importa sapere che il tasso di poverta’ diminuisca e questo a livello mondiale sta diminuendo. Ora, non voglio semplificare troppo. Il comportamento del primo mondo nel confronto del terzo mondo e’ deprecabile e non sta permettendo al tasso di poverta’ di diminuire come dovrebbe e potrebbe, ma invece di starnazzare te la do io una alternativa fattibile che ridurrebbe la poverta’ nei paesi in via di sviluppo: togliamo tutti ma dico tutti i sussidi all’agricoltura. Magari un giorno ti spiego bene le conseguenze di questa politica. Altro dato che doverosamente riporto e’ che anche in alcuni paesi sviluppati la poverta’ e’ cresciuta negli ultimi 20 anni, come in US. Ma non credere che non ci siano un sacco di persone che dedicano la loro vita a risolvere questo problema. Ti voglio far notare che tu ti stai solo lamentando, non stai risolvendo i problemi.
    Ti cito ancora: “E se la tecnica ha liberato alcuni – questo intende Adorno – ha indotto altri in una forma di schiavitù più sottile, che si identifica nel conformismo, nell’appiattimento sul ruolo funzionalmente definito dall’apparato e nella conseguente assenza di pensiero critico.” Ok, lo so questo. Qualcuno sta meglio, qualcuno sta peggio. Tu preferivi come si stava 200 anni fa? Di SI o NO. Ancora: “Ma non si tratta di identificare un’alternativa: la tecnica è l’orizzonte intrascendibile che ci accerchia”. Perche’ non si tratta di suggerire un’alternativa? Che visione disfattista e INUTILE se non deleteria e’ mai questa. Basta, ripeto, basta con le critiche distruttive. Vuoi darmi una sola idea che non sia una stupidaggine utopica?

  15. Didi Steiner dicono:

    Amico Ronni, so benissimo cosa sia la produttività. Ma tu non conosci – ed evidentemente neppure ti poni il problema di considerare – alcune domande fondamentali – persino più fondamentali della produttività stessa e di tutti gli sdilinguimenti statistici, in prospettiva statica o dinamica – che hanno occupato ed occupano tutt’ora filosofia, sociologia ed antropologia. Non credere che basti la pancia piena per vivere soddisfatti, frequentare domenicalmente i centri commerciali o poter comprare la tuta spaziale ai figli. Scienza e tecnica ci liberano dal vincolo del bisogno materiale, ma con ciò non producono necessariamente consapevolezza e autocoscienza. Allungano la nostra la vita, il passo delle nostre auto, ma non rispondono (poiché non è il loro compito) a quelle domande che per noi – e non so se includerti – sono le più imporanti. Leggiti Husserl o Weber o Heidegger. Ti proporrano un punto di vista al quale, evidentemente, tu, così preso dai tuoi calcoli di produttività, dalle tue “funzioni di utilità”, dalle gabole veteromarginaliste che riducono persino il lavoro a semplice argomento di una “funzione di produzione” e via dicendo, non hai mai pensato. Che la Tecnica sia divenuto il nostro ambiente elettivo è un’evidenza storica, non una visione “disfattista”; tu stesso sei un “tecnico”, che si esprime con formule gergali proprie della “tecnica” che hai imparato. Vuoi dirmi d’essere un povero pesce fuor d’acqua?

  16. ronni pavan dicono:

    Nessuna risposta alle mie domande….
    Nessuna analisi costruttiva….
    Mi aspettavo un po di piu’. Capisco che non hai le idee chiare ma almeno una risposta la potevi abbozzare.
    “sdilinguimenti statistici, in prospettiva statica o dinamica “: rifiuti di considerare ogni evididenza empirica, eh? Tanto tu sei la portratrice della verita’ assoluta… Guarda sei tu che hai scritto che il 90% e’ posseduto dall’1%. Sputi sul piatto dove mangi? Scrivi delle stupidaggini statistiche e quando uno te lo fa notare dici che queste cose son contano? Hehe, devo dire che mi stai divertendo.
    ” neppure ti poni il problema di considerare – alcune domande fondamentali “: ma ti rendi conto che tu non ti stai ponendo nessuna domanda fondamentale? Fammi un solo esempio di domanda fondamentale (con accenno di riposta senno’ non vale, farsi una domanda senza cercare una risposta e’ da sciocchini).
    Mi ripeto per l’ennesima volta: Per quale motivo morire di fame e’ meglio di vivere in una societa’ consumistica? Per quale motivo crepare a 30 anni di polmonite e’ meglio di potersi permettere di scrivere canzoni la sera dopo una bella cena e un bicchiere di vino? Sicuramente si puo’ fare meglio, e son pronto a darti mille idee a riguardo, tu che proponi? NULLA NULLA NULLA.
    “tu stesso sei un “tecnico”, che si esprime con formule gergali proprie della “tecnica” che hai imparato”: Tu invece che usi? Il linguaggio divino?
    “Leggiti Husserl o Weber o Heidegger”: e tu per favore smetti di leggerli e pensa con la tua testa. Se impari a memoria poi non sei in grado di rispondere alle domande.

  17. Helmut dicono:

    Ronni, leggerti è come ascoltare Superquarc o leggere Focus. Dov’è l’approfondimento?

  18. ronni pavan dicono:

    Helmut,
    E’ una cosa brutta o una cosa bella (o neutra)?
    r

  19. Didi Steiner dicono:

    Ronni, non hai capito una fava (libero adattamento dal francese “fauve”). E perdonami se faccio precipitare il tono, ma sono d’accordo con Helmut: sei al livello di Focus, o poco meno. Dire che la Tecnica descrive anche la nostra “ecologia”, il nostro elemento, è come dire che i pesci vivono nell’acqua, le rane frequentano gli stagni e gli sciocchi talvota i forum virtuali: si tratta di una tale ovvietà che nemmeno tu, nella tua coriacea incoscienza, credevo potessi mettere in dubbio. Mi sbagliavo. Il problema non è se sia meglio morire di polmonite a trenta o a cent’anni; ma quali prospettive, quali “valori” debbano essere rifondati in un momento in cui l’etica tradizionale cola a picco (se vuoi, come scrivi tu, ti spiego come mai) e categorie quali “verità”, “ragione”, “politica”,”natura” perdono i connotati consueti e domandano di essere radicalmente rifondate. Lo capisci?

    P.s. che il 90% della ricchezza sia detenuta dall’1% degli individui resta un dato imbarazzante, che lo siconsideri come semplice dato attuale o tendenziale.

    P.s.s. il fatto che tu dal tuo tinello cablato possa scrivere tutto quello che ti salta in mente in giro per la rete non dimostra nulla circa il significato liberatorio della Tecnica. I tuoi sono argomenti ingenui. Ma cosa insegni?

  20. ronni pavan dicono:

    Ultimo commento (da parte mia) e poi ognuno per la sua strada.

    1) “che il 90% della ricchezza sia detenuta dall’1% degli individui resta un dato imbarazzante”. Certo, ma tu volevi usare il dato per denigrare il mercato, ma il fatto che quella statistica non fosse affatto migliore prima dell’avvento del mercato mi dice qualcosa, no? E come tu mi hai chiesto, ti ho dato esempi di altre statistiche correlate che indicano come le cose siano migliorate sotto molti aspetti. Mi dispiace se era troppo Focus per voi.
    2) Il chiedersi “ quali prospettive, quali “valori” debbano essere rifondati in un momento in cui l’etica tradizionale cola a picco” e’ una cosa seria. Ti chiedo: la causa di tale cambiamento e’il mercato? Bene, ti credo. Dimmi che dobbiamo fare. Dobbiamo rinunciare al mercato? Per questo ti facevo quei paragoni che tu ritieni tanto ingenui. O magari c’e’ la possibilità di mantenere i vantaggi e curare i mali. Sarei stato felicissimo se tu mi avessi dato qualche indicazione a riguardo. Sono convinto che il mercato non e’ perfetto e che si possa intervenire ma non per questo mi metto a spalare letame sul sistema attuale.
    3) I miei esempi di come la tecnica ha avuto effetti liberatori sono ingenui? Sara’. Ma a me sembra che raccogliere o dare informazioni non sia mai stato cosi facile. E questo non può che facilitare una maggiore consapevolezza. Ti ripeto uno dei miei ingenui commenti: ho letto che in Italia non volevano trasmettere il documentario della BBC, ma anche grazie alla tecnica (youtube), questo e’ stato cambiato.
    4) “Dire che la Tecnica descrive anche la nostra “ecologia”, il nostro elemento, è come dire che i pesci vivono nell’acqua”. Qua hai ragione. Avevo letto male la tua frase. Autogol.
    5) Mi dispiace ma continuo a pensare che quando si critica bisogna portare alternative.

    Scusate davvero per l’intrusione

    Ronni

    P.S. Vivo all’estero da diverso tempo. Mai letto Focus o guardato superquark. Non avevo capito la critica. Mea culpa.

  21. Rilancio. Didi, per tornare al topic del post, una piccola impresa del nord est come può applicare quanto da te sostenuto? Posto che sponsorizzi una mostra, cosa deve cambiare in atteggiamenti e azioni per non essere dominata dalla tecnica? Leggo con ammirazione i tuoi commenti, se ci fossero tre righe di istruzioni per l’uso finali forse davvero avremmo un valore aggiunto forte: l’invito a pensare è colto, ma dov’è l’invito ad agire?
    Non è una critica, ma un invito a fare il passo successivo contestualizzato nell’argomento della discussione (impresa-cultura) e nella “piazza” che ci ospita che è un salotto di pensiero, ma anche di proposta e azione, sarebbe un peccato perdere il dialogo portato avanti fin qui, ma lo sarebbe altrettanto chiuderlo senza una fattiva proposta.

  22. Didi Steiner dicono:

    A Ronni: 1) non io sono contro il mercato – quello atomisticamente concepito come somma di individui perfettamente razionali e massimizzanti le proprie funzioni di utilità – perché questo tipo di mercato non è mai esistito e, se mai esistesse, ora tende a scomparire. La vera libertà economica, che implica l’autentica democrazia politica, rischia l’estinzione in un’arena nella quale le maggiori decisioni sono vincolate da organismi internazionali non democraticamente eletti – infrastatali quanto a dimensioni ed ultraterritoriali quanto a raggio d’azione – come le banche sovranazionali, la agenzie di rating, le Borse, dalla cui valutazione dipendono saggi di interesse e volumi d’investimento. La politica è costretta a capitolare dinanzi all’economia e questa dinanzi alla Tecnica.

    2) Maggiori quantità d’informazione non garantiscono affatto la libertà di pensiero. Questa si fonda nella possibilità di sviluppare soggettivamente e collettivamente un approccio critico alla realtà e qui sta il nocciolo: non credi vi sia qualche rischio quando la Tecnica da strumento in vista di scopi determinati tende – e sottolineo: tende – a divenire il codice unico espressivo della nostra funzionalità individuale e delle nostre capacità di “sviluppo” – ove “sviluppo” sia inteso secondo una logica puramente economicistica?

    To George Blown: due posizioni, una radicale, l’altra pragmatica – non danno luogo necessariamente ad un’antitesi. 1) “Agire” singifica promuovere scopi e realizzarli; “Fare” è da intendersi come adeguamento pratico allo standard procedurale in vista di risultati stabiliti dall’apparato. Se la piccola azienda del Nord-Est coglie nella promozione artistica una pura strategia di crescita, allora direi che restiamo entro l’orizzonte autocentrico della Tecnica, che spodestando il soggetto, lo riduce a proprio predicato; insomma, ancora una volta la Tecnica, in virtù del proprio istinto ipertrofico, si serve di mezzi che l’uomo stesso le fornisce: segnatamente la creatività artistica. E non c’è molto da fare.
    2) Immaginando un residuo “umanistico” come l’ottenimento del profitto – inteso quale scopo perseguito volontariamente – l’arte da mero strumento di una volontà impersonale (la Tecnica) diviene mezzo di una volontà questa volta personale o, meno drasticamente, l’elemento collaborativo che allo sviluppo d’azienda unisce un proprio interesse. Insomma, arte e denaro crescono di pari passo, senza asservimenti. Ma perché ciò sia praticabile, l’arte non deve semplicemente funzionalizzarsi, alienandosi, allo scopo di favorire il profitto. Rovescio la domanda iniziale: ciò è possibile? Io credo che la tendenza storica attuale sia meglio descritta dall’ipotesi numero uno.

  23. Didi Steiner dicono:

    Giusto perché io sono uno che persegue il profitto, propongo di compilare un paper (wiew, cioè un “pay off to read the paper (P.R.P.)”, con gli interventi più significativi; poi di venderne numerose copie (anche su supporto informatico), magari imponendone l’acquisto agli studenti (da 28 a 30 all’esame, se con dispensa – qualsiasi esame, anche quello di Storia del Bucato; da 24 in giù se sprovvisti). Con il ricavato, che prefiguro ingentissimo, potremmo istituire un fondo previdenziale per artisti decaduti. In questo modo si rovescia l’assunto per cui l’economia è serva della Tecnica.

  24. Continuo a fare un pò di fatica a starti dietro, ma va già meglio. Diversamente da quanto avevo compreso inizialmente non è tanto il contesto che ti preoccupa quanto piuttosto il singolo approccio al rapporto tra tecnica a cultura/arte etc..
    Tu dici che è l’ipotesi 1 la dominante, ed è forse vero. Provando a portare un esempio di ipotesi 2 mi viene in mente il ciclismo, le aziende investono più dei ritorni che ottengono e il driver principale è la “passione” del “patron” che si contrappone al “ritorno” dell’ “azienda”. In questo secondo scenario impresa e sport (ma al posto dello sport potrebbe esserci la cultura) crescono assieme senza la supremazia della cultura del ritorno economico (assimilabile alla tecnica), è questo a tuo avviso uno sviluppo accettabile in termini di coesistenza tre impresa ed entità promossa?

  25. Didi Steiner dicono:

    Certo. La passione è già qualcosa di “pre-tecnologico”, ma come si vede, nel caso che hai citato, la competizione non avviene senza tecnologia. Anzi, si compete anche sulla tecnologia (che nel ciclismo può assumere le forme perverse del doping – tecnologia farmacologica e biomedica – e spesso “per” la tecnologia. La Tecnica cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Nel caso dell’arte, la promozione non credo debba avvenire per forza caricando il conto perdite. Quel che vale è che sia promossa liberamente l’umanità di chi partecipa allo “scambio”. Ma temo che, nel lungo periodo, ciò sia utopico.

  26. Lorenzo dicono:

    Cari, mi inserisco nel dibattito.
    Da tempo mi occupo di progetti in cui la ricerca artistica si lega ad elementi esterni al sistema dell’arte propriamente detto.
    Occupandomi del progetto triennale Radar, uno human lab di artisti di sei nazioni europee (finanziato dalla comunità europea), ho capito, insieme a molti partners istituzionali e non, che la ricerca artistica, seppur d’avanguardia e sperimentale, quando si apre senza spocchia anche a persone esterne all’ambiente, trova grande riscontro, senza per questo dover divenire didattica e semplicistica, e senza che gli artisti perdano integrità.
    Se penso al sistema dell’arte contemporanea, di contro (riutilizzo l’efficace definizione di Achille Bonito Oliva) penso a un apparato esclusivo e spietato, in cui il potere è condiviso e gestito in modi diversi da direttori di musei, collezionisti, curatori, artisti. Spesso il collezionista acquista opere per assicurarsi un investimento, altre volte per entrare a far parte di un’élite che gli assicurerà conoscenze, potere ed occasioni di business, altre, certamente, per amore dell’opera o del collezionismo per sé.
    Penso anche al progetto Mobile Journey, da me coordinato (non per essere autoreferenziale, ma perchè si tratta di un esempio che conosco bene) in cui performers e ricercatori del gruppo Vodafone accettano di confrontarsi per far sì che la ricerca artistica e quella tecnologica si incontrino.
    Personalmente considero creativo sia un artista che uno scienziato: entrambi ricombinano dati per addivenire a qualcosa di nuovo.
    Esiste certo ancora il consolidato e forse obsoleto sistema della sponsorizzazione culturale, erede dell’antico mecenatismo, ed è certo vero, come nota Didi, che l’informazione di internet ha cambiato il modo di rapportarsi all’informazione su carta, alla lettura e alla fruizione culturale (io stesso, da quando internet esiste, mi rendo conto di interagire in modo più veloce con quotidiani, libri e musica); è vero che il mercato a volte utilizza la cultura, ma è anche vero che alcuni rappresentanti del mondo della cultura giocano una partita autocompiaciuta, solipsistica e incestuosa.
    I tempi sono cambiati, la tecnica è preponderante, ma non credo questo sia necessariamente un male. La produzione culturale e artistica (uso il termine produzione non a caso), sono mutate generando nuova ricerca e nuove potenzialità, talvolta superando vecchi limiti. Rischierò di essere scontato, banale e generalista, vista la vastità del tema trattato, ma ancora una volta il rapporto con la tecnica dipende dall’uso che se ne fa e dal grado di autocoscienza che si ha. In questo caso, per esempio, la cultura aiuta molto.

  27. Pingback: First Draft » Quando Arte e Scienza si incontrano

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