Fare ricerca in Europa

E’ ben noto che ormai gran parte della ricerca scientifica, nazionale ed internazionale, richieda come must la partecipazione e la collaborazione delle imprese. La partecipazione a questi progetti, per uno che vive e lavora nel Nord-Est è un’esperienza particolare caratterizzata anche da momenti di disagio. Soprattutto nei progetti di ricerca europei (7° Programma Quadro), alla formazione della cordata di istituti di ricerca, universitari e non, partecipano spesso veri e propri colossi, sovente nordici. Si tratta di istituti ben finanziati dai rispettivi governi, con un numero di ricercatori che si conta nell’ordine delle centinaia e migliaia ed estremamente professionali nel tradurre in comportamenti concreti le pratiche burocratiche e le terminologie di Bruxelles, nonché gli umori dei vari corridoi della Commissione. Questi istituti oggi, sempre più dicevo, devono fare i conti con il coinvolgimento nei progetti di imprese. E qui viene il bello. Emerge con una certa chiarezza (ovviamente tuttociò non vuole essere assolutamente esaustivo del fenomeno, ci mancherebbe) come essi, confinati da molto tempo nel mondo fatato della “ricerca ben finanziata” (chimera per chi opera, che so, ad esempio in Italia) affrontino il coinvolgimento delle imprese in modo quasi “didattico”. Dopo aver preparato il progetto in modo assolutamente blindato per i dettami di Bruxelles, cercano fuori qualche operatore. Dettame: l’operatore deve essere di grido, altrimenti al tecnocrate di Bruxelles non piace e il progetto ce lo bocciano. Allora (gli esempi sono reali): il grande centro di ricerca finlandese chi può coinvolgere? Beh, chiaramente Nokia. Nel mio campo, quello della logistica e del trasporto, chi si può coinvolgere? Beh, ad esempio Kuhne-Nagel. Oppure, meglio ancora (e questo vale per tutti i paesi), anzi meglio di tutto: le FERROVIE! Se poi sono le ferrovie tedesche, Bruxelles non ci sta più nella pelle (noto spesso che più K o H ci sono nei nomi delle imprese coinvolte più temibili ed importanti sono agli occhi di Bruxelles…). Non importa se a livello europeo la quota di trasporto ferroviario si conti in unità (e volendo essere più cattivi, misurandola in valore si avvicina allo zero..). E se nel frattempo le ferrovie europee sono state una voragine di sussidi pubblici.. L’atteggiamento “spontaneo” di chi, come noi, ha impostato la propria progettualità di ricerca nel rapporto con le imprese del territorio – leggi ad esempio il Nord-Est – è decisamente opposto. La prima richiesta, dato il tema generale della proposta progettuale, è: chi vi va bene? Quante imprese volete? Un rapido sguardo di orizzonte, una breve “selezione” delle criticità logistiche reali, ed il gioco è fatto. In altri termini, ci si accorge “per comparazione” europea, che qui le imprese ci sono, e ci sono per davvero. Passo successivo, e sofferto: conoscete queste imprese? A Bruxelles “vanno bene”? Fatto realmente accaduto, di recente, al sottoscritto: va bene, la filiera dell’occhialeria è centrata nel progetto, ma …Luxottica è un caso un po’ troppo “locale”, confinata lì fra le montagne del Cadore! Abbiamo bisogno di una revised version del tuo WP. Se poi gli citi, ad esempio, l’operatore logistico di riferimento dell’occhialeria e di Montebelluna, il gruppo De Bortoli, il gioco è fatto: rischi veramente di non essere coinvolto nel progetto. Ma le ferrovie proprio non le riesci a coinvolgere? Certo che ci riesco, mi verrebbe da dire (ma non posso), ma per farne che? Il rappresentante del gruppo Lannutti di Marghera (tra gli operatori logistici leader, si, lo so, non lo conoscete, ma è l’operatore di riferimento per Toyota, Nike, Alcoa, ecc.), quello che non si comprerebbe TNT Logistics neanche se gliela regalano, ad una domanda di uno studente del nostro Master sul Libro Bianco della UE rispondeva che sarebbe stato molto meglio se fosse stato veramente bianco… Concordo: è una visione estrema, non la faccio mia, nella politica europea dei trasporti c’è sicuramente del buono, ma è un chiaro segno di chi la logistica la fa veramente, ogni giorno, in tutto il mondo. Perciò: dopo il momento di gaudio, e di malcelato orgoglio, per un facile coinvolgimento, a differenza dei temuti partner (nordici), delle imprese da parte di un nordestino, arriva un momento di sconforto. Le ferrovie sì e Luxottica no? Conclusione scontata (ripeto, spero propositiva e non retorica): se guardiamo un po’ fuori dai nostri confini nazionali o nordestini e andiamo oltre le nostre baruffe chiozzotte, ci si può facilmente accorgere, sulla propria pelle (non sto parlando di dati statistici..), della ricchezza del nostro territorio e dell’incredibile potenziale di progettualità in grado di esprimere. Certo, ciò che spesso manca è la consapevolezza di tale potenziale e la volontà di farlo valere a livello internazionale. Credetemi: è più facile di quanto si creda…

Marco Mazzarino

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3 Responses to Fare ricerca in Europa

  1. Giancarlo dicono:

    In questo bel post di Marco leggo le molte potenzialità, ma anche i limiti, del nostro modello produttivo. Non riuscire a farci capire in Europa è certo un problema dell’ottusa burocrazia di Bruxelles, ma forse è anche un po’ colpa nostra. Che su quella buorcrazia non abbiamo investito, magari anche solo per cambiarla, oltre che per capirla. Il risultato è che nei grandi progetti di ricerca rischiamo di rimanere esclusi: non solo chi in ques’area fa ricerca, ma soprattutto le imprese che potrebbero utilizzarne i risultati. Possiamo sempre consolarci con le battute del dirigente della Lannutti sul Libro bianco UE sui trasporti: poi, però, con le regole e le decisioni di investimento pubblico che da quel libro bianco discendono, dovrà fare i conti anche la Lannutti.
    Gc

  2. Stefano dicono:

    Non sottovaluterei la gravità del fuoco amico. Se Brx non ci aiuta granché è anche perché quota parte delle nostre istituzioni (politica + ricerca) ha capito poco e creduto poco alla tenuta del nostro modello. Soprattutto, ha sottovalutato la sua capacità di evolvere e di trasformarsi.
    Se non ci crediamo noi, difficile che qualche eurocrate possa darci una mano.
    s.

  3. sb dicono:

    A Brx si la largo uso di un termine per indicare la soluzione del problema sollevato da Marco nel proprio post: LOBBY.
    La complicata (ma non quanto quella italiana) burocrazia comunitaria può essere più facilmente affrontata e gestita se in campo si mettono strumenti organizzati e capaci di esercitare la giusta pressione politica.
    Molti paesi lo hanno ben capito e per questo a Brx vi sono lobby nazionali, regionali o di singole categorie economiche che non risparmiano nessuna forma di pressione (chiaramente lecita!!) per ottenere il risultato di un interessamento della commisione rispetto alle loro istanze. I benefici economici che derivano da questi interventi sono di una portata tale da giustificare ogni sforzo fatto per farseli assegnare.

    Al contrario, a detta dei nostri rappresentanti presso il parlamento o le varie commissioni europee, l’Italia, il Veneto e le altre rappresentanze nazionali in sede comiunitaria stentano invece ad affermarsi in questa forma di aggregazione.
    Un progetto europeo si vince non tanto presentando una buona application form ad una call per un progetto specifico, ma interessando il proprio rapresentante presso le istituzioni ben prima che il progetto venga pensato, per indirizzare il progetto quanto più possibile alle nostre esigenze.
    Altri paesi lo hanno capito e lo stanno facendo, l’Italia non riesce ancora ad affermarsi.

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