Nord Est al bivio

Ho presentato il caso Alpinestar a un seminario sul futuro delle medie imprese. Considero Alpinestar l’emblema di un nuovo made in Italy: le scarpe da moto, le tute, le protezioni che l’azienda di Asolo produce sono un condensato di design e di tecnologia, sono belle e piene di brevetti. Alpinestar non è la classica impresa distrettuale che abbiamo imparato a conoscere. Solo una piccola quota delle attività manifatturiere di Alpinestar (prototipazione e prime serie) viene mantenuta nel distretto di Asolo e Montebelluna. Oggi gran parte della produzione viene svolta in Cina; una quota importante in Romania. Il successo economico di Alpinestar si deve proprio anche alla sua capacità di portare altrove la produzione puntando sull'innovazione e sulla comunicazione. Il distretto tradizionale non è più lo spazio della manifattura.
Un collega mi ha chiesto quale ruolo gioca il territorio nella competitività della nostra economia. Lo sviluppo delle nostre piccole e medie imprese è stato “locale” perché ha fatto tesoro di un patrimonio di competenze artigianali trasformato, in pochi decenni, in eccellenza manifatturiera. Ha fatto tesoro anche di una coesione sociale (un vero e proprio “capitale”) che ha consentito scambi efficienti (costi di transazione limitati) e un continuo flusso di informazioni e di innovazione. A un’economia sempre meno manifatturiera sono ancora utili le risorse del territorio?
Ho risposto che senza produzione le imprese non rinunciano al territorio, ma ne reclamano un altro. Non smettono di esigere competenze,

ma quelle che chiedono sono nuove. Vogliono nuovi ingegneri, designer creativi, comunicatori in grado di dialogare con i media, esperti in nuove tecnologie. Descrivo al mio interlocutore un Nord Est metropolitano, fatto di professionalità emergenti, di nuovi talenti, di un salto di qualità nel processo di internazionalizzazione. Descrivo un Nord Est che cresce perché si apre alla globalizzazione; che si rinnova perché tradisce, almeno in parte, la sua storia recente.
Quello che racconto è davvero il Nord Est? In parte. Le statistiche mi dicono che questa nuova generazione di imprese (come Alpinestar) è una piccola frazione rispetto al panorama industriale reale (approssimativamente un po’ più del 10%). Che i mestieri che descrivo sono ancora minoritari e che la loro visibilità sociale e politica è marginale rispetto alle identità professionali più consolidate. Insomma, il Nord Est che descrivo è un’alternativa politica (nel senso più generale del termine) che compete con altre.
La verità è che siamo di fronte a una scelta. Su un piatto della bilancia sta il rilancio dell’economia, il recupero della competitività e il recupero, forse, di un primato culturale. Sull’altro sta la possibilità di accudire un’identità locale in continua erosione, un'identità per molti aspetti caricaturale, eppure rassicurante. Mentre concludo la mia relazione realizzo che oggi parlare di Alpinestar è prima di tutto una proposta culturale: è il manifesto di Nord Est meno locale e più internazionale; meno industriale e più terziario; soprattutto, meno comunità locale e più metropoli.

Stefano

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14 Responses to Nord Est al bivio

  1. Marco dicono:

    La retorica della conservazione del territorio (ho perso il conto di quante volta a Montebelluna nel distretto dello scarpone ci si lamentava perchè non c’erano più le orlatrici, le signore che cucivano la suola con la tomaia delle scarpe) è veramente molto forte. Sembra che dobbiamo conservarci per forza come il veneto dei nostri nonni, paradiso mitico della virtù e della felicità.
    In questo clima chi cerca di battere altre strade non trova un terreno molto facile. Non sto parlando di astruse nuove tecnologie ma di design e comunicazione, due elementi che senza grandi sforzi intellettuali potremmo ritenere alla base del vantaggio competitivo del made in Italy. L’esperienza dei designpeople http://www.designpeople.it che è un network di designer del nordest mi dice quanto sia difficile far passare un ragionamento alternativo. Come designpeople non abbiamo avuto le porte aperte, anzi. Gli industriali ad esempio non hanno mai dato molta attenzione al progetto, sostenendo di avere dei grandiosi progetti sul design di cui non si è però mai concretizzato molto. Proprio di questo aspetto, tra l’altro, ne parliamo in questo post http://www.designpeople.it/?p=165. Credo che una riflessione sul tema del rinnovamento del territorio sia urgente. Il rischio è che le imprese, almeno quello più competitive e innovative, decidano di trasferirsi altrove.

    Marco

  2. Marco dicono:

    Sono pienamente d’accordo. Anche se più che “tradire” l’identità tradizionale, si tratta di davvero di “superarla”, di capitalizzare le conoscenze fatte fin qua in termini di innovazione e produzione, e iniziare una fase nuova, più basata sul “pensiero”, sulla capacità di creare innovazione attraverso le idee, invece che puntare solo su innovazioni di prodotto o di processo. Per le imprese, ciò significa anche poter creare valore aggiunto (ma questo non tutte le imprese l’hanno ancora compreso bene, soprattutto le piccole e medie).
    Questo passaggio a cui sono inevitabiolmente chiamate, poi, significa ritrovare unità col proprio territorio, nei confronti del quale mettere a disposizione di un progetto più ampio e ambizioso attraverso un bagaglio di creatività unico al mondo. Non cerdo, infine, come provocatoriamente dici che ci siano due strade aperte. Sono convinto che la strada da percorrere sia una sola, questa. Il resto è un alibi probabilmente frutto di una paura recondita, quella del cambiamento, che ha le sue radici più profonde forse proprio nella cultura contadina da cui la nostra impresa deriva.
    Le aziende nel futuro per percorrere la strada dell’innovazione sono chiamate a fare di più per il proprio (nostro) territorio e radicarsi maggiormente in esso, farlo crescere investendo sulle persone che lo abitano per raccogliere e costruire una nuova classe dirigente da una parte, produttiva dall’altra.

     

    Marco Franzoso

  3. Nicolò dicono:

    Concordo pienamente con le osservazioni espresse da Stefano e Marco Franzoso. Il Nord Est deve lasciarsi alle spalle il modello “autarchico” in cui si producevano cose semplici con l’ausilio di quella “bassa manovalanza” che nel ricco NordEst è sempre più difficile trovare (se si parla di nazionalità italiana). Bisogna confrontarsi con un mercato ormai globale in cui produrre cose semplici non và più bene per l’industria italiana. o non del tutto. Ci sono paesi le cui industrie producono le stesse cose a costi minori. E si rischia di andare fuori mercato se non si punta su un valore, quello del made in Italy, che è universalmente riconosciuto come simbolo di qualità e stile.
    Quindi effettivamente bisogna delocalizzare la produzione dove questa risulta economicamente più conveniente ma mantenere un rapporto con il territorio mantenendo la sede centrale e implementare quelle figure come ingegneri, designers e comunicatori.
    Alcuni industriali vedono investimenti in questo senso come inutili perchè direttamente comportano solo che spese. E nessun profitto. Niente “schei” guadagnati. Questi industriali devono forse ancora comprendere che oggi come oggi il plus di una marca o di un prodotto è la brand image dell’azienda. L’immagine che l’azienda si porta dietro. E questa immagine si ottiene introducendo innovazione, anche stilistica e non solo di processo o di costo; e comunicazione.
    Inoltre. Concordando con Stefano e Marco Franzoso ritengo che ormai il concetto “un capannile un capannone” adottato sin qui nel nostro territorio sia ormai da modificare. Bisognerebbe ripensare le aree industriali. Creare dei parchi industriali. Dei distretti di settore e sulla base di questi distretti progettare infrastrutture e servizi collegati… Perchè è facile dire che il NordEst non ha infrastrutture adeguate quando le industrie sono dislocate a macchia di leopardo. Diventa anche molto difficile garantire delle infrastrutture adeguate a tutti.

    Nicolò Corrà

  4. paolo dicono:

    credo che la riflessione, oltre a quanto detto fin qui, potrebbe anche spingersi a esaminare questo aspetto: fin ora l’economia del nord-est è stata quasi spontanea. penso soprattutto ai piccoli artigiani che hanno comprato un capannone e così via.
    quello che propone stefano, invece, dovrebbe essere frutto di pianificazione e sinergie. il contrario della spontaneità. speriamo che la generazione dei nipoti trovi una formazione adeguata per capire che il passaggio di consegne non avverrà nel segno della tradizione.

  5. marco da dicono:

    Leggo le riflessioni sempre pertinenti di Stefano ed anche gli altri interessanti interventi. Mi viene da pormi/porvi un interrogativo: invece di pensare ad un bivio per il Nord Est perchè non immaginarsi invece due strade parallele ?
    La prima punta sostanzialmente sullo sviluppo delle conoscenze, sulla formazione, sul capitale umano (in particolar modo dei giovani) sull’apertura internazionale; tutto questo nell’ottica della sprovincializzazione del nostro tessuto imprenditoriale e manageriale.
    La seconda punta al recupero e salvaguardia dei saperi artigianali ed artistici che ci hanno resi, sin dal Medio Evo, dei punti di riferimento nel mondo.
    Anche qui la chiave sta nella formazione o meglio nell’educazione, intesa come stimolo ai giovani, partendo dall’infanzia, a riprendere gioia e confidenza con la manualità, con la creazione, con un rapporto fisico con il territorio.
    Io credo che se è vero, da un lato, che senza investimenti nelle nuove conoscenze, nelle nuove tecnologie, nelle nuove professioni le PMI del Nord Est non hanno futuro, è altrettanto vero che il vero fattore scarso – che genera oggi il vantaggio competitivo – è l’opera di ingegno, di creatività, frutto in buona parte di un sapere “storico”, per quanto sviluppato con strumenti moderni.
    Ricordo qui una frase che mi disse un giorno un noto imprenditore (che non nomino) durante un’intervista, quando gli chiesi come riusciva a rimanere competitivo nonostante le piccole dimensioni, gli scarsissimi investimenti in nuove tecnologie, ecc: “Caro signore i programmi del computer si possono copiare, ma il genio e l’inventiva per fortuna no!”

  6. Giancarlo dicono:

    Il bivio di cui parla Stefano è chiarissimo, e l’unica strada che l’economia del Nord Est può percorrere è quella dell’innovazione: che poi significa più conoscenze nei prodotti (tecnologie, design, servizi), più efficienza nei processi (organizzazione e infrastrutture moderne), più cultura internazionale (che significa anche riconoscere il valore della propria identità locale). Sorge tuttavia il dubbio se, guardandosi intorno, sia proprio questa la strada che stiamo imboccando. Gli ostacoli disseminati sul cammino sono numerosi. Penso a due in particolare. Il primo, più scontato, è quello dell’inerzia istituzionale, che non riguarda solo la politica ma una parte consistente dell’economia civile e delle organizzazioni sociali: partiti, sindacati, associazioni di impresa, ma anche scuola e università. E’ difficile fare crescere tante Alpinestars in un terreno istituzionale inaridito da conflitti distributivi e dalla mancanza di idee, cultura e coraggio politico. Soprattutto, è difficile investire nell’innovazione se gli attori collettivi, per difendere le proprie rendite, hanno assunto come obiettivo programmatico quello di negare la possibilità di un progetto di sviluppo. Il secondo ostacolo sulla via dell’innovazione è quello che porta a negare la specificità della storia che abbiamo alle spalle, e guarda ad un futuro ipotetico in base a modelli astratti e de-contestualizzati. Per cui il Nord Est non esiste, la piccola impresa è da buttare, il territorio è una gabbia di cui liberarsi. Questo secondo ostacolo non è meno insidioso del primo: in realtà, ne rappresenta la sponda ideale, e contribuisce ad alimentare la deriva politica in corso. Ecco perché Stefano ha ragione quando sostiene che parlare di Alpinestars significa, soprattutto, proporre un progetto culturale. Un progetto, però, non è fatto solo di idee. Ma anche di persone che ci credono e che investono a rischio per realizzarlo. Insomma, il bivio è chiaro, ma la strada giusta è in salita.
    GC

  7. Mi chiedo solo se non siamo già un po’ in ritardo nell’imboccare quella strada, visto che gli altri competitors globali sono già abbastanza avanti sul sentiero… speremo ben.

  8. Stefano dicono:

    @paolo
    è verissimo che fino a oggi la crescita del nord est è stata il risultato di dinamiche “emergenti” (nel senso di non pianificate in modo esplicito), ma dubito che oggi un soggetto centrale possa fare granché. l’ultima finanziaria vorrebbe ridare al ministero la possibilità di pilotare da Roma lo sviluppo di alcune filiere complesse come quelle del made in Italy. Per ora i risultati sono risibili (non c’è un responsabile, non c’è un’ipotesi di lavoro). Sono convinto che la scommessa debba partire dai diretti interessati: deve cambiare la scala territoriale (lo spazio metropolitano) e deve cambiare il livello di consapevolezza rispetto a un futuro condiviso (una nuova proposta culturale e politica).

    @marco de alberti
    la crescita di due Nord Est paralleli è già il fenomeno di questi anni. direi che oggi la convivenza si fa sempre più complicata. il nostro sistema formativo, il sistema delle associazioni, la rappresentanza del lavoro sono tre spazi in cui le contraddizioni fra vecchio e nuovo sono ormai evidenti (con tanto di regolari polemiche sui giornali). temo che i costi di questo doppio binario siano ormai insostenibili. ha ragione massimo benvegnù quando dice che siamo in ritardo. oggi serve uno scatto in avanti, un’accelerazione. una gita a valencia per verificare quello che stanno facendo i nostri cugini spagnoli è utile per misurare il numero e la consistenza delle occasioni perdute dal nostro territorio.

    s.

  9. cesare dicono:

    come non concordare,ma la questione è che fare per accelerare l’innovazione senza stare ad aspettare il colpo di genio di qualcuno, come mi pare si sia fatto politicamente sinora. tenete conto che le strutture destinate alla ricerca sono quello che sono, in attesa di riforme da anni e decenni e che le risorse disponibili vengono quotidianamentr sprecate nell’indifferenza genersale. costruire una cultura capace di innovazione e riuscire a darle forza ha bisogno di uns classe dirigente non solo di qualche individulità d’eccellenza, e così sorridendo con un po’ di amarezza siamo tornati al punto di partenza come nel gioco dell’oca. baci. cedem

  10. Grigolato Manuel dicono:

    Concordo con le opinoni di un po’ tutti, noto nel caso dibattuto una sommiglianza con le tesi da me sostenute in un articolo che scrissi 2 anni fa per un amico.
    Oltre ad Alpinestar vi è un’altra azienda simbolo di questo tentativo di cambiamento dal basso, come Atlanta di Padova, un azienda che si rifornisce del design a montebelluna e fa produrre in Cina, una realtà che muove affari per 10 milioni di euro l’anno.
    Il Mattino di Padova intitolava, “Atlanta l’azienda che non c’è”. Non c’è perché in Veneto è rimasto solo l’Head Quarter strategico, che coordina il design con la produzione.
    Altra azienda che rispecchia quel povero 10% di aziende che secondo le statistiche di Stefano si stanno “sradicando” dal territorio, di fronte a questo bisogna dire che la competizione internazionale o la si affronta o si viene eliminati, la vera retorica è quella che proviene da chi si lamenta di tali nuovi modelli di business dimenticando che, o ci si muove e si ripensano modelli superati (con tutto il rispetto per la tradizione) o davvero dopo ci sarà da lamentarsi sul serio. Il mercato si è evoluto e globalizzato, e per stare a galla bisogna evolversi con esso.
    In riferimento al ritardo temuto da Benvegnù, si può candidamente dire che lo siamo alla grande, che lo si può misurare dal numero di occasioni perdute, come dice De Alberti, ma certo non un ritardo cronicizzato, non è tutto perduto, come dimostrano realtà quali Alpinestar ed Atlanta, quello che manca è un po’ di sano opportunismo imprenditoriale che inibisca la paura negli investimenti e nuove soluzioni aziendali.
    Non si può, infine parlare di tradimento di modello imprenditoriale Veneto, bisogna semplicemente far tesoro della nostra tradizione appunto, perché comporta l’apprendimento di valori esclusivi, da utilizzare per approciare con l’economia globale, per sapersi relazionare con imprenditori esteri portandosi con sé una propria etichetta cultural-impreditoriale, come d’altronde fanno i tanto temuti cinesi.
    Ok anche ai parchi industriali, sono buoni catalizzatori di capitali, ma con una seria politica infrastrutturale a supporto, e una apertura mentale all’”invasione estera”.
    Non un modello Veneto parallelo, non tradimento, ma evoluzione.

  11. Didi Steiner dicono:

    Ricercare soluzioni locali a problemi globali è impossibile. Mettetevi l’anima in pace.

  12. Pingback: First Draft » Il design per rinnovare la cultura locale

  13. Didi Steiner dicono:

    Di nuovo, soluzioni “glocali” a problemi globali. Località e globalità in sintesi.

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