L’Europa non può vivere di solo high-tech

sinnVenerdì scorso Hans-Werner Sinn, importante economista tedesco, ha parlato a Venezia sugli effetti della globalizzazione nell’economia europea. Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante (per la Germania, ma anche per l’Italia).
L’abbattimento del muro di Berlino ha ammesso al gioco del capitalismo una fetta importante della popolazione mondiale. Al club dei paesi occidentali (15% della popolazione mondiale) si è aggiunto in poco tempo il 24% proveniente dei paesi ex-comunisti (Cina e Est Europa); se consideriamo anche l’India la percentuale sale al 45%. Questo cambiamento ha reso drammatico il confronto del costo del lavoro tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Il costo del lavoro in Cina è di circa 1 euro all’ora, in Est Europa varia dal 2 al 7, mentre in Italia raggiunge la cifra di 17,7 euro ora per arrivare alla cifra record a livello mondiale della Germania con 27,87.
Il risultato è quello che conosciamo: delocalizzazione delle attività manifatturiere a maggior intensità di lavoro verso l’Est Europa ed il FarEast, crescente rilevanza degli interscambi commerciali e ricerca da parte dell’Europa di una maggiore specializzazione in attività a maggiore valore aggiunto. Sinn chiama questa trasformazione con l’appellativo di Bazaar Economy. L’Europa si sta sempre di più concentrando sulle fasi a valle della catena del valore (quelle più vicine al consumatore finale), rinunciando a quelle attività manifatturiere di base che invece sono appannaggio dei paesi a basso costo del lavoro. Si vende e si comunica, ma non si produce: in Germania ad ogni 1 euro di export corrispondono 50 centesimi di import.
Le conseguenze sono evidenti soprattutto sul fronte occupazionale. In Germania, negli ultimi dieci anni, il calo nei sett

ori manifatturieri è stato molto pesante: il 26.9%. In Italia l’effetto è stato più contenuto 5,9% grazie ad una struttura industriale più frammentata e basata sulla piccola e media impresa.
Secondo le teorie economiche prevalenti la disoccupazione è una fase transitoria, destinata ad essere riassorbita grazie alla specializzazione del sistema industriale nei settori ad alta intensità di tecnologia e nelle attività a maggior valore aggiunto. Sinn però presenta dei dati che smentiscono la teoria. Negli ultimi dieci anni in Germania si sono persi 1,24 milioni di posti di lavoro. Di questi soltanto 320.000 hanno trovato posto in nuove attività (high tech e altro), mentre il restante 920.000 è rimasto disoccupato. I nuovi settori tecnologici non costituiscono da soli una soluzione al problema della disoccupazione. Sinn non si ferma qui e prosegue la sua relazione affrontando di petto la questione delle politiche del welfare che secondo l’economista tedesco sono le vere responsabili delle difficoltà che l’Europa sconta nell’affrontare la globalizzazione. L’assistenza offerta ai disoccupati costituisce oggi l’ostacolo principale alla risoluzione del problema della creazione di nuovi lavori (“social replacement incomes are job killers”). Il sussidio alla disoccupazione disincentiva la ricerca di un nuovo lavoro e blocca il corretto funzionamento del mercato: il costo del lavoro non scende (nessuno accetterebbe di lavorare ad un salario inferiore rispetto a quello percepito dallo stato), dando vita ad un effetto fisarmonica per il quale chi è disoccupato tende a rimanere tale e si riduce il mercato del lavoro alle posizioni più qualificate e meglio remunerate.
Fin qui l’analisi. La ricetta proposta da Sinn è piuttosto radicale: invece di assistere i disoccupati bisognerebbe cambiare strategia e sostenere chi lavora, offrendo sussidi a quei lavoratori che ricevono un salario eccessivamente basso a causa dei prezzi di mercato. Può essere una soluzione anche per il nostro paese?

Marco

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9 Responses to L’Europa non può vivere di solo high-tech

  1. mario dicono:

    La questione è interessante. Su un punto, credo, dovremmo essere meno pessimisti. Ci sono casi, anche se pochi, in cui il ri-posizionamento non è solo sulle fasi a valle, quelle vicine al consumatore finale, ma sulle fasi intermedie. E’ questo il caso del Veneto, dove si assiste ad un rafforzamento della meccanica e della maccanica “dedicata” in particolare. O dei distretti, che dalla produzione finale passano alle macchine per la produzione finale. Sono pochi casi, ma testimoniano come si possa reagire a questo (apparente?) declino in vari modi: insomma, le strade dello svilupppo sono molteplici.

  2. Giancarlo dicono:

    Se guardiamo all’Italia le tesi di Sinn non trovano conferma. La disoccupazione non è mai stata così bassa, e lo è soprattutto dove i processi di delocalizzazione sono stati più forti, come in Veneto, Lombardia, Emilia, Marche. E, guarda caso, ciò avviene anche dove i flussi di immigrazione sono stati più consistenti. Sono d’accordo sul fatto che la sostituzione degli operai nell’industria non può avvenire con lo stesso tasso di crescita dei knowledge workers. Ma non c’è solo l’high tech all’orizzonte dell’Europa. Ci sono anche i servizi, soprattutto quelli alla persona, come la sanità, l’assistenza, il turismo, la cultura: stiamo parlando della metà della spesa dei consumi! L’Europa – soprattutto Germania e Italia – ha ancora troppa industria e pochi servizi. Basti pensare all’UK, ma anche all’Irlanda, per capire i vantaggi della globalizzazione. Oppure ai paesi nordici, dove c’è un welfare ancora più oneroso di quello tedesco, ma più efficiente. Soprattutto perché, come avviene in Danimarca con il modello della flexicurity, quando si è disoccupati c’è un incentivo ad investire sulla propria crescita di competenze, che rappresenta anche un’economia esterna che avvantaggia gli altri e aiuta a promuovere l’innovazione. Il problema, perciò, non è la dimensione del welfare ma la sua qualità. La quale dipende dal controllo sociale: cioè dall’efficienza delle istituzioni e dall’esistenza di adeguati incentivi morali. In Italia, come in Germania, ci sono troppe disparità regionali per rendere sostenibile un welfare nordico. Ma se si iniziasse a dare più poteri alle comunità locali nell’auto-organizzare il welfare, credo che qualcosa si muoverebbe anche da noi. E questo ci riporta al tema generale sollevato da Sinn e commentato da Marco: la globalizzazione è un gioco potenzialmente a somma positiva. Il problema è come si distribuiscono i vantaggi. Il welfare ha questa funzione: redistribuire in modo intelligente i benefici della crescita. L’intelligenza delle istituzioni, però, è promossa dalla responsabilità. La risorsa scarsa, oggi, è questa.

  3. Alessandro Minello dicono:

    In Italia si parla da un po’ di tempo di welfare delle opportunità o di workfare, piuttosto che di welfare nel senso della pura assistenza di quanti si trovano in condizioni non lavorative. Il primo funziona se si attua un sistema che favorisce il reimpiego e questa forma di reimpiego non può dipendere solo da norme statali, bensì da un insieme di regole decentrate. Ecco allora come i casi regionali citati da Giancarlo si dimostrino sistemi a maggior tasso di reimpiego dei lavoratori espulsi dall’industria, e questo sovente proprio grazie all’impiego in settori e fasi intermedie come sottolienato da Mario.
    E’ questo lo scenario di molti cluster, soprattutto di quelli più esposti alla concorrenza internazionale.
    Alla fine è sempre l’apertura alla concorrenza che stimola soluzioni efficienti e meno assitenzialismo.
    Alessandro Minello

  4. rb dicono:

    Aspetti come quelli presentati dall’economista Sinn sono di sicura rilevanza socioecnomica, sopratutto difronte ad una continua rivalutazione dell’Euro che è a mio avviso la causa principale della delocalizzazione, almeno quella Italiana e del Nord Est in particolare.Di fatto la corsa al basso costo della manodopera è iniziata non appena il Dollaro si è posizionato al difuori della parità con l’Euro,1.10 prima e poi su su fino a 1.34 oggi, portando alle aziende Italiane che esportano negli States, una perdità secca del 30% ca. sul margine di contribuzione.Vista la situazione dei cambi, presumo che ne dovremo vedere ancora delle belle con l’RMB a livelli di inaccettabiltà nei confronti dell’Euro Dollaro US e Yen. Premesso questo, sono molto d’accordo sulla proposta poco populista, ma molto efficace, di incentivare chi lavora e disincitivare chi no. Si è vero che in Italia la disoccupazione è calata, ma dove? al Nord dove notoriamente l’assitenzialismo non è mai stato il modo per scansare il lavoro, quindi lasciamo perdere le statistiche che nella maggior parte dei casi servono solo a creare confusione o a fornire interpretazioni strumentali.Per tornare al basso costo della manodopera, non serve più andare in Cina perchè i Cinesi sono da noi e producono per noi in loco con gli stessi costi mantenendo le stesse condizioni disumane dei loro colleghi in Cina, ma dando loro una parvenza di libertà evitando così l’impaccio delle duties, trasporti etc. Interessante l’idea dei Cinesi-Italiani, perchè delocalizzare i prodotti? delocalizziamo i Cinesi e il gioco è fatto, vedi Prato, vedi Veneto etc…E di ieri la notizia che l’Italia, Veneto compreso, è seconda al mondo nella produzione di falsi e non sono sicuramente degli imprenditori del Nord-Est quelli che… Il governo Cinese ha fatto rottamare una quantità enorme di prodotti contraffatti, falsa comunicazione, approccio furbetto di MKT? e le nostre Istituzioni quando andranno a rottamare questi laboratori lager,visto che per una giusta multa siamo già arrivati alle rivolte di piazza? Un pò d’ordine perdindirindina.

  5. Giancarlo dicono:

    Come Trilussa, anche rb insiste nel ritenere le statistiche la peggiore delle bugie. Questo, in ogni caso, non dovrebbe portare a scrivere parole in libertà. La delocalizzazione non è affatto nata con l’euro, bensì molto prima. Ovviamente la forza dell’euro riduce il prezzo relativo degli investimenti all’estero e accresce la profittabilità delle importazioni. Ma questo ha come conseguenza maggiore ricchezza, non meno: quella americana è l’economia più delocalizzata al mondo (di che nazionalità sono le multinazionali?), eppure continua ad essere la più ricca. Anche la Germania, per quanto in difficoltà, è pur sempre la terza economia al mondo, subito dopo quella giapponese (a proposito di multinazionali, anche i jap non scherzano!), ed è la prima per volume di esportazioni, nonostante l’euro e i suoi alti costi del lavoro.
    Sull’immigrazione, compresa quella cinese, c’è da fare una semplice osservazione: gli stranieri che si spostano vanno dove possono trovare lavoro e condizioni di vita migliori. La mobilità internazionale ha per le persone costi molto elevati – economici, sociali, culturali – ed è difficile pensare che ciò avvenga se non a fronte di benefici consistenti. Se l’Europa – fra cui Italia e Germania – continua ad essere un’area di immigrazione ci sarà pure un motivo. O no?

  6. Stefano dicono:

    Della relazione di Sinn mi ha colpito il rigore dell’analisi (pochi numeri molto chiari) e la rigidità tutta teutonica del quadro interpretativo.
    La Germania perde in dieci anni oltre un milione di posti di lavoro nell’industria; solo una quota molto limitata viene riassorbita nell’high tech e nei nuovi servizi. Le colpe di tanta rigidità? O nell’industria (troppo focalizzata sul downstream) o nel welfare (troppo lasco e inefficiente).
    Manuel Castells qualche settimana fa aveva aggiunto al binomio industria-welfare almeno altri due fattori: l’università e il capitale. L’università come fattore di promozione imprenditoriale e di sperimentazione e il capitale inteso come venture capital. Questi due ingredienti hanno consentito agli Stati Uniti di inventare nuovi servizi, nuove tecnologie, nuovi modi di stare sul mercato. Questi due ingredienti sono alla base del passaggio da un’economia dell’innovazione (quella in cui i tedeschi hanno saputo eccellere) a un’economia della creatività (dove gli americani stanno dimostrando la loro capacità). Al netto di considerazioni sensatissime sull’efficienza del welfare negli usa e nei diversi paesi europei, mi pare questa la discriminante fra le due sponde dell’atlantico (e fra modi diversi di leggere l’economia).
    Stefano

  7. sf dicono:

    Non solo manodopera!
    Lo stereotipo che il costo del lavoro sia l’unico vero fattore di conpetitività è fuorviante. Per il distretto vicentino della concia, primo in europa e con un export molto elevato, il costo più rilevante è quello della materia prima, le pelli che derivano dalla macellazione per uso alimentare, che incide per più del 50% del valore finale. In questo caso il costo del lavoro non appare decisivo, altre sono le dinamiche della competitività. E questa materia prima non costa meno ai cinesi o agli indiani che devono procurarsela dagli stessi produttori cui fanno riferimento i vicentini. Piuttosto servizi, logistica, innovazione di prodotto per le imprese e welfare per le comunità. Ma il welfare da noi è soprattutto welfare locale e una sua crescita anche qualitativa non può prescindere da una diversa distribuzione delle risorse. Rovigo col Trentino sarà pure una provocazione ma la questione non è più rimandabile, altrimenti il welfare chi lo finanzia?

  8. marco da dicono:

    Vorrei inserirmi in questo interessante dibattito facendo alcune osservazioni e ponendomi/ponendovi una domanda.
    In primis sembra assodato che il costo del lavoro in Italia non è uno dei più elevati d’Europa, e se questo vale per le professioni operaie, vale ancor di più per i lavoratori high-skilled (docenti, ricercatori, tecnici specializzati, ecc).
    Recentissimi dati europei confermano che da noi il livello dei salari negli ultimi anni è salito meno che altrove e comunque ben al di sotto dell’inflazione.
    Ciò premesso, alcuni economisti di valore, tra cui Lorenzo Bini Smaghi della BCE ci hanno dimostrato (vedi ad esempio http://www.fondazionenordest.net/N__4_Luglio-Agosto_2005.887.0.html) che l’Italia ha diminuito pesantemente la sua competitività negli ultimi anni perdendo quote di mercato internazionali,
    principalmente a causa di un pesante calo della produttività del lavoro.
    Allora mi chiedo e vi chiedo: a fronte di un costo del lavoro relativamente basso e che è cresciuto meno che negli altri paesi europei, che cosa ha causato la grave perdita di competitività del nostro sistema-paese ?

  9. Giancarlo dicono:

    La risposta alla domanda di Marco è, di fatto, contenuta nelle dichiarazioni di Bini Smaghi (che riprende quelle di Bankitalia): la perdita di competitività dell’economia italiana è stata causata dalla bassa crescita della produttività. Ciò che infatti conta ai fini del confronto competitivo non è la dinamica del costo del lavoro, ma del costo per unità di prodotto (clup), cioè il rapporto fra redditi da lavoro e produttività. Se la produttività cresce meno dei redditi, per quanto questi siano bassi, il Clup aumenta, e perciò si riduce la competitivtà. Il problema competitivo dell’Italia, allora, non è contenere il costo del lavoro, ma come fare crescere la produttività. Tema per un prossimo post.
    Giancarlo

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