Le periferie della periferia: Telecom, Antonveneta e le compagnie di sempre

Come in ogni mio intervento, mi occuperò ancora del tema dell’identità.
Premetto che sono ovviamente favorevole alla cessione delle quote di Olimpia a aziende straniere per quanto riguarda il controllo di Telecom Italia. Non tanto per motivi relativi al mercato, nella purezza del quale ho smesso di credere, quanto perché sono convinto che prima o poi, conoscendo come siamo fatti, Telecom Italia ritornerà in mano italiana.
Questo fa parte di qualcosa che deve essere congenito nell’identità del giovane capitalismo nostrano e forse anche dell’Italia, del suo spirito, della sua anima profonda. Anche di noi, insomma. Qualcosa che tocca corde intime del nostro cuore. Corde sconosciute e incomprensibili per i non italiani.
In fondo, in questi anni, non si fa che parlare d’altro. Prima, in ordine di tempo è venuta Fiat con General Motors. E questa cosa ha fatto molto bene, soprattutto finanziariamente, a Fiat stessa, che si è trovata alla fine della partita con circa 3.000 miliardi delle vecchie lire in più. Cose da poco, si dirà. Però. Utili, comunque per riappianare perdite accumulate negli anni spesi in ricerca e da tutti osservabili in prodotti come “Brava”e “Bravo”, “Multipla” e soprattutto “Stilo”. General Motors alla fine ha deciso di lasciare il banco e uscire dal gioco lasciandosi tavolo appunto 3.000 miliardi. Deve aver pensato che così, comunque, avrebbe salvato qualcosa di ancora più grande.
Non è andata altrettanto bene tra Autostrade e la spagnola Abertis. La politica (vista la fretta e la pessima gestione dei tempi dell’operazione da parte dei due gruppi) si è messa quasi subito di mezzo. Ma qui è stata soprattutto la poca lungimiranza degli imprenditori a far fallire il piano.
Altra cosa, epicamente molto più interessante e vivida, è avvenuta con Antonveneta e Popolare di Lodi. Qui la partita, anche se di provincia (ma allora nessuno l’avrebbe detto) si presentava abbastanza interessante. Ha coinvolto, infatti, più o meno direttamente tutta quello che si può conside

rare la classe governativa di uno Stato: politici più o meno locali (soprattutto del Nord), un Governatore della Banca d’Italia, Imprenditori e Immobiliaristi, una Banca (sempre del Nord), la ex Popolare di Lodi, il Presidente della stessa (tale Gianpiero Fiorani), Assicurazioni (Unipol), e tanti altri che hanno preso parte e poi perso la partita. Alcuni sono stati inquisiti e/o carcerati, per far posto agli olandesi di Abn Amro, che hanno preso tutto il tavolo. Un gruppo internazionale apparentemente più solido della Popolare di Lodi, presente in 53 Paesi, con più di 105.000 dipendenti e total asset per 987 miliardi di Euro (al 31.12.2006). (Antonveneta ha avuto al 31.12.2005 un utile ante imposte di 557 milioni di euro e vanta complessivamente un risparmio gestito, pari a 14,5 miliardi. Altri numeri. Ma adesso, dopo pochi mesi, Abn Amro, sta trattando con Barclays Bank, con la Bank of Scotland e con altri istituti bancari e, pare, che la rete Antonventa non rientri nei piani strategici di tutte queste entità. Barclays, la più vicina a fondersi con Abn Amro si sta facendo (notizia del 05.04.2007) la sua propria rete sul territorio e pare che non ci sia particolare interesse per la rete Antonveneta. In una gestione globale del Business, insomma, Antonveneta non pare così interessante (quanto lo è stata in una gestione locale, coinvolgendo proprio tutti).
E quindi forse, non ci sarà da stupirsi se presto ritornerà dove deve stare. Forse proprio grazie ad una cordata delle Casse Rurali, o qualcosa del genere.
Pare, insomma, insito nel capitalismo italiano proprio il “Cambiare tutto affinché nulla cambi”. Ma forse è qualcosa di ancora superiore: cambiare tutto perché nulla cambi e guadagnarci su. In fretta. Per questo, e concludo, nel caso Telecom io non perderei tempo a scorporare la rete fissa, perché questa, fra qualche anno potrebbe risultare proprio l’ago della bilancia per far tornare tutto com’è. Vista la su complessità e difficoltà (impossibilità) di gestione nel medio periodo.
Marco Frazoso

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