Pensare è svestirsi

Pensare è svestirsi, dice Jean Luc Nancy in un suo saggio, riprendendo una frase di Bataille: “Je pense comme une fille enlève sa robe”. Il gesto del togliere, del lasciar cadere il vestito – questo il percorso della riflessione secondo il filosofo francese. Dunque non solo e non tanto smascherare il mondo, quanto smascherarsi.
E’ certamente un’immagine affascinante, la cui radicalità porta lontano. Nei nostri anni globalizzati, cosa significa un pensiero che si smaschera, si sveste? Secondo Nancy, la rinuncia a progettare o criticare, “a cercare di identificare i poteri che guidano il processo”. Questo non per viltà o acquiescenza al presente, anzi. Il punto centrale è che la comprensione del reale è semplicemente comprensione della sua opacità e incompiutezza, della sua inesauribile alterità, nella quale ogni significato svanisce. Il pensiero oggi non può che tratteneresi nella sua propria nudità e non appariscenza, per restare vivo. Siamo talmente invasi e penetrati dal senso dominante, talmente soggiogati dalla dittatura dei fini, che il pensiero può trovare la propria dimensione soltanto facendosi muto e inerte: l’irriducibilità passa, insomma, attraverso il silenzio, il sottrarsi al calcolo e al racconto.
Da questo discende subito la domanda: quale il compito del pensiero e della cultura, oggi? Gli intellettuali devono esercitare la critica o che?
In effetti il compito dell’intellettuale parrebbe sempre lo stesso, nei seco

li dei secoli. Dire la verità, sfuggire alle semplificazioni, esercitare un controllo “alto” sul potere. E l’intellettuale impegnato deve, naturalmente, mantenere un rapporto forte con la realtà del proprio tempo. Sartre si dispiaceva dell’indifferenza di Balzac dinanzi alle giornate del ‘48 e del timore di Flaubert di fronte alla Comune. Se ne dispiaceva per loro. “Noi non vogliamo perdere niente del nostro tempo: forse ve n’è di più belli, ma è il nostro. Non abbiamo che questa vita da vivere.”
Ha ancora un senso porre la questione in termini simili, oggi? Secondo Nancy, no. Oggi, come si diceva, possiamo soltanto svestirci degli strumenti della critica e del sapere stesso. Ormai il pensiero compare, furtivo e inappariscente, esclusivamente là dove sembra aver declinato le proprie responsabilità.
Personalmente, avverto tutto il fascino problematico della posizione di Nancy. Le cose di cui parla sono tutt’altro che astratte. Questo è davvero il tempo della “inesaurbile alterità”. Si tratta del tema centrale della nostra epoca.
Eppure, è ammissibile una rinuncia così assoluta? Oppure è necessario prendere comunque la parola, nella piena consapevolezza del limite e del rischio che questa stessa presa di parola implica? Lasciarsi trascinare nel circo ingovernabile della comunicazione (massificata), nel quale tutto diventa banale, povero, vuoto? Credo che un buon punto di partenza sia almeno avere una qualche consapevolezza di tutto questo, tenerlo presente. E poi correre il rischio.

Romolo Bugaro

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2 Responses to Pensare è svestirsi

  1. dodo dicono:

    “Noi non vogliamo perdere niente del nostro tempo: forse ve n’è di più belli, ma è il nostro. Non abbiamo che questa vita da vivere.”

    Difficile a dirsi. Sarebbe opportuno che tutti “gli altri” – o meglio coloro che non sono più capaci di profonda riflessione o critica – prendano coscienza di
    tutto ciò che il passato ha espresso o che nel futuro potrebbe accadere: senza dubbio ci sono stati (e ci saranno) tempi più brutti, ma ciò che è stato è passato, e del futuro ancora poco sappiamo. Ci sono (e ci saranno) molti altri modi per morire.
    Resta fermo un punto: compito dell’intellettuale – lo credo fermamente – è di affermare sempre e comunque se “il re è nudo”. L'”inesauribile alterità” non può essere rinuncia, ma affermazione di mistero, dell’insondabile coscienza del presente, nella quale le dimensioni temporali esemplificate in tesi-antitesi-sintesi (bocciolo-fiore-frutto) vengano rintracciate dal soggetto senziente attraverso un percorso ermeneutico di ricomposizione mai pienamente conchiusa e sempre in fieri.

  2. Lorenzo dicono:

    Il punto che mi interessa di più, nel post di Romolo, è il seguente dilemma: accomiatarsi dal mondo, finzione imperfetta, e ritirarsi in meditazione in un eremo, come facevano alcuni monaci buddisti del passato, o palesare il proprio pensiero, col rischio che esso anneghi in un mare magnum di informazione massificata, sino a divenire indistinguibile dal resto?
    Concordo con lo svestire il pensiero da sovrastrutture, tanto per tornare alla filosofia zen, penso però che vi sia anche la possibilità per l’intellettuale di ideare nuovi modi per comunicare il proprio pensiero, differenziandolo dalla corrente di “too much information” che lo e ci circonda.

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