I mali dell'Europa secondo Castells

Manuel Castells ha partecipato ieri all’Innovation Forum 2007 organizzato da IDC Italia. La sua relazione ha concluso una lunga serie di interventi centrati sulla competitività dell’industria italiana in un’economia sempre più globale. Castells ha ragionato sullo stato di salute dell’economia europea, tratteggiando un quadro piuttosto inquietante. Il divario fra la produttività europea e quella americana è sempre più marcato. Nel quinquennio 95-2000 gli USA hanno visto crescere ogni la loro produttività del 2,2% contro una media europea dell’1,3%. Dopo Lisbona questo divario si è ampliato ulteriormente (2,8% contro 1,05%), nonostante gli interventi di politica industriale promossi in sede comunitaria.
Le ragioni di tanto disastro sono principalmente tre. La prima è la qualità della nostra forza lavoro: troppo poco formata e troppo rigida di fronte alle opportunità delle nuove tecnologie. La seconda è legata al management. Le nuove tecnologie non sono penetrate abbastanza nelle imprese europee: soprattutto non sono penetrate nelle piccole e medie imprese industriali e non hanno contribuito abbastanza a riorganizzare l’offerta dei servizi. La terza ragione è il contesto istituzionale. Da questo punto di vista, i mali europei sono principalmente due: la rigidità dei capitali (troppo poco venture capital e troppo poca creatività nel finanziamento all’innovazione), e un’università incapace di produrre eccellenza. Secondo Castells (che è

professore sia a Berkeley che a Barcellona) l’università europea “non ha perso contatto solo con le imprese, ma più in generale con la vita reale”.
Molto chiaro sulla diagnosi, Castells è stato piuttosto avaro di dettagli per quanto riguarda la terapia. Alcuni paesi europei sono eccezioni virtuose: la Finlandia dimostra che è possibile tenere insieme crescita economica e un welfare efficiente. Alcune imprese dimostrano che si può essere competitivi anche in settori maturi (Castells cita Zara e H&M). Dalle “eccezioni” alla regola, però, il passo appare ancora lungo. La ricetta europea per fronteggiare Cindia rimane da scrivere.
Per l’Italia è tempo di ripensamenti. Siamo stati a lungo uno fra i punti di riferimento dell’innovazione e dello sviluppo a livello europeo, grazie alla formidabile esperienza dei nostri distretti industriali. Nei convegni internazionali e nei seminari organizzati dalla Commissione, le piccole e medie imprese della Terza Italia sono state per anni prese a riferimento come modello per uno sviluppo economico capace di fare del territorio una risorsa produttiva. Nelle parole di Castells, molto vicino alla Commissione, non c’è più traccia di questa ammirazione, anzi; le piccole e medie imprese sono indicate come uno dei possibili limiti del rilancio europeo. Magari Castells è stato ingeneroso con una realtà, quella dei nostri distretti, tutt’altro che statica e refrattaria all’innovazione. C’è da dire, però, che anche noi italiani non abbiamo fatto granché per rinnovare la competitività del nostro modello industriale, tantomeno attraverso un uso innovativo delle nuove tecnologie. Urge un rapido cambio di rotta per far cambiare idea a lui e a molti altri osservatori internazionali.

Stefano

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4 Responses to I mali dell'Europa secondo Castells

  1. Pietro dicono:

    Cercando di saperne di più delle tematiche trattate da Castells, ho googlizzato “crescita produttività italia 2006”, e tra i tanti risultati mi sono imbattuto in una trattazione dell’admin di hermeslab.net, riguardante il rapporto dell’EURISPES del 2006.

    http://hermeslab.net/node/41

    L’amministratore di certo calca la mano, e la sua posizione, per quanto personale, rende comprensibile una tendenza che in Italia si manifesta ormai da più di 10 anni: infatti l’ultimo ventennio che ha visto una crescita economica pari se non maggiore a quella della media UE, si attesta nel periodo 1975-1995, con crescite annue attestabili intorno al 3 – 3,3%.
    Al contrario, se consideriamo i dati dal 1996 fino ai giorni nostri, notiamo un forte rallentamento (comunque riscontrabile in buona parte delle nazioni UE -> Crescita Prod. Germania 2004 = 0,7% vs Cresita Italia Prod. Italia 2004 = 0,6%).

    Il commento sul rapporto dell’EURISPES, fornisce uno spaccato interessante e mette in luce, anche attraverso paragoni personali, un fantasma o una fama che purtroppo l’Italia sta trasmettendo.

    Pietro R.

  2. Giancarlo dicono:

    Manuel Castells è uno studioso serio e non è certo indulgente, come alcuni noti commentatori italio-americani (vedi Alesina e Giavazzi), nei confronti del turbo-capitalismo Usa. La sua analisi sulle difficoltà competive dell’Europa deve, perciò, farci riflettere. Dagli anni ’90 gli Usa hanno ingranato una marcia in più, che l’Europa, nel suo insieme, stenta a tenere. Mentre non è così per altre aree geo-economiche, come La Cina e l’India, che possono invece sfruttare il basso livello di sviluppo come condizione della crescita: non dimentichiamo che se Cindia cresce al 10% all’anno, il reddito pro-capite è ancora oggi meno di un decimo di quello europeo! In Europa, tuttavia, è come si fosse raggiunto lo steady-state del processo di sviluppo, cioè quel livello di accumulazione in cui i costi di una crescita ulteriore superano i benefici. Ci sono, comunque, due considerazioni da fare. La prima è che gli squilibri macroeconomici americani cominciano ad appesantire un meccanismo di crescita basato su consumi eccedenti la produzione interna e, dunque, sulla capacità di attirare capitali da tutto il mondo. Se questi capitali (molti dei quali europei, ma anche cinesi) cominciassero a finanziare l’innovazione in Europa, la situazione potrebbe facilmente mutare. La seconda considerazione è che in Europa ci sono paesi che stanno mostrando ottime performance competitive, come la Finlandia citata da Castells (su cui ha anche scritto un libro assieme a Pekka Himanen), ma anche Danimarca, Svezia e UK, che nelle recenti graduatorie internazionali sulla competitività hanno superato gli Usa. E l’Italia? Qui il problema è molto più complicato. E la cattiva gestione dell’Università – in particolare la sua indifferenza dai contesti economici locali – è certamente tra le cause principali. E’ un tema su cui tornare.

  3. Giampaolo dicono:

    E’ giusto concentrarsi su quali siano i problemi che caratterizzano la realtà industriale italiana, ma le ricette sono molte e diverse da contesto a contesto.
    E’ indubbio che la nostra Università non risponda alle esigenze del mondo imprenditoriale, ma sarà difficile invertire la rotta se questa rimane autoreferenziale. Non può esserci un mondo accademico che guarda solo a se stesso. E’ questo uno dei mali più importanti del nostro panorama universitario. La capacità di far fronte alle esigenze esterne non può prescindere da un continuo confronto con il contesto imprenditoriale. Questo non avviene o comunque trova delle barriere difficilmente sormontabili anche per colpa dei nostri imprenditori che vedono spesso l’università come una minaccia piuttosto che un’opportunità di crescità.

  4. marco dicono:

    L’Europa ci ha provato a prendere il toro dell’economia della conoscenza per le corna con l’agenda di Lisbona, ma i risultati sono stati deludenti. Gli obiettivi fissati a Lisbona, molto ambiziosi (per colpa del troppo porto, alcuni maligni insinuano), restano a mio avviso attuali. Credo, al contrario, che le ricette e le iniziative che sono state messe in capo per attuare l’agenda vadano rivisti.
    In particolare uno degli aspetti cruciali riguarda il ruolo dell’università. Io credo che non solo l’università deve avvicinarsi al mondo dell’impresa (e viceversa se possibile) ma deve fare un passetto in più. Deve diventare la fucina dei nuovi imprenditori, che, come Andretta ha sottolineato in un recente convengo a Padova, sono ricercatori/imprenditori. Mi aspetto che la nuova università incoraggi ricercatori e professori ad intraprendere percorsi imprenditoriali innovativi, ad esempio, inserendo questo all’interno dei parametri di valutazione. Senza voltare loro le spalle in caso di fallimento ma favorendo sia l’uscita verso il mondo imprenditoriale che il rientro nei ranghi del corpo accademico.
    Il secondo punto riguarda l’interazione tra gli atenei a livello europeo. Su questo punto mi sembra che dobbiamo recuperare. I progetti europei non sono serviti molto a saldare le relazioni soprattutto in termini di ricerca. Manca uno spazio comune di ricerca a livello europeo. Un proposta potrebbe potrebbe essere quella di lanciare un programma erasmus per ricercatori e professori, dove si offre la possibilità di fare ricerca in un altro ateneo europeo per un periodo limitato di tempo. Si favorirebbe la nascita di reti di ricerca più ampie e più internazionali.

    Marco

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