Ingegneri, imprenditori e stranieri

Non siamo i soli a lamentarci del nostro sistema scolastico; soprattutto, non siamo i soli a essere preoccupati della scarsa passione dei nostri giovani per le scienze e per l’ingegneria. Il rapporto curato da alcuni ricercatori di Duke University (pubblicato ieri su Issues) si chiede se gli Stati Uniti potranno reggere la concorrenza di Cina e India a partire da un ragionamento sul numero degli ingegneri che ogni anno si diploma nei rispettivi paesi. Il lavoro fa giustizia di alcune leggende metropolitane: in Cina si diplomano più o meno 350.000 ingegneri ogni anno (non 600.000 come alcune fonti avevano indicato); in India 170.000; negli Stati Uniti “solo” 130.000 (in Italia più o meno 30.000). Si tratta di numeri comunque impressionanti, che contribuiscono a definire una nuova geografia dell’innovazione a scala globale. Che piaccia o no, gli ingegneri sono ancora la professionalità chiave per la crescita economica e per la competitività di un paese. Senza di loro, difficile andar lontano.
I dati della ricerca sono ancora più interessanti quando si parla del ruolo di una nuova generazione di ingegneri imprenditori. Tra il 1995 e il 2005 il fenomeno degli ingegneri immigrati di prima generazione che diventano imprenditori dilaga dalla Silicon Valley e diventa un fenomeno nazionale. Il 25,3% delle nuove imprese impegn

ate nei settori della tecnologia e dell’ingegneria avviate nel decennio preso in esame è stata fondata da imprenditori non americani (principalmente indiani); la percentuale sale al 35,2% nel settore dei microconduttori. Il contributo in termini di fatturato delle imprese fondate da immigrati nello stesso decennio è di circa 52 miliardi di dollari; nel 2005 gli impiegati in queste imprese erano 450.000. Il contributo degli stranieri è fondamentale anche in termini di brevetti e proprietà intellettuale. Un confronto: nel 1998 la percentuale degli inventori stranieri residenti negli Stati Uniti era del 7,3%; nel 2006 la stessa percentuale sale al 24,2. E’ cinese il gruppo più consistente fra gli innovatori. Insomma, Cina e India non solo diplomano molti ingegneri, ma contribuiscono alle vocazioni di quelli che si laureano negli Stati Uniti e che fanno la qualità dell’economia americana.
Che fare per il futuro? Lo studio offre indicazioni utili – mi pare – anche per il contesto italiano. “Serviranno 10 – 15 anni prima che le riforme alla scuola dell’obbligo (negli US) apportino i loro benefici”. Per ora indiani e cinesi sono necessari. La conclusione è una sola: “Se la nazione ha bisogno di lavoratori con competenze, dovrebbe accoglierli fornendo loro lo status di residenti permanenti.”.
Stiamo ragionando sulla nascita di un nuovo politecnico per il Nord Est: la lettura dell’articolo potrebbe risultare utile a chi vuole farsi venire delle idee.
Stefano

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