Crack finanziari

Chiedo scusa se parto da un riferimento personale. Io ho appena pubblicato un romanzo, “Il labirinto delle passioni perdute”. A dispetto del titolo, si tratta della storia di una bancarotta familiare. L’ascesa e caduta di Enrico e Gianfranco Corradi, protagonisti del libro, richiama da vicino le vicende Cirio e Parmalat. Anche il mio romanzo precedente conteneva il tema del tracollo economico, e così quello prima ancora. Perché parlo sempre di bancarotta? Dal punto di vista squisitamente letterario, credo vi sia una fascinazione legata al impatto drammatico del tema: chi cade, nel momento esatto in cui cade, sprigiona una specie di luce, che è stata meravigliosamente raccontata, per esempio, da Francis Scott Fitzgerald.
Ma c’è dell’altro. Il crack economici mi interessano anche dal punto di vista simbolico, come cifra della reversibilià del nostro tempo. Questi sono anni d’incertezza, di variabilità. Niente più vere garanzie per nessuno. Un industriale può venir messo fuori gioco dalla sera alla mattina o quasi, a fronte della crescente complessità dei mercati. Un medico, un notaio, un commercialista, possono perdere tutto per via d’una causa di responsabilità professionale.
E infine c’è la questione più importante da trattare qui. La bancarotta come espressione del cortocircuito fra sistema normativo e realtà. Pochi mesi fa il Tribunale di Brescia ha condannato a pene molto severe diversi esponenti di primissimo piano del gotha bancario italiano. L’accusa era di concorso in bancarotta (preferenziale) nel crack Italcase-Bagaglino. Non uno di quei banchieri si è dimesso o è stato rimosso. Avrebbero dovuto dimettersi? Naturalmente si tratta soltanto di u

na sentenza di primo grado, che sarà impugnata. Del resto non esiste banca che non tenti, a fronte della decozione del cliente, di rientrare delle proprie esposizioni, o almeno di trasportare il proprio credito chirografario verso qualche forma di privilegio. A ciò si aggiunga che uomini come Geronzi, Gronchi, Colannino, Marcegaglia, sono espressione e garanzia di equilibri molto delicati. La loro designazione è frutto di trattative fra investitori istituzionali, grandi azionisti, patti di sindacato. La verità è che la sentenza di Brescia semplicemente non poteva venire presa sul serio. Quando gli interessi in campo sono bastevolmente importanti, il dato normativo cede, svanisce. Naturalmente la legge è essenziale per la vita di tutti i giorni. Se il nostro vicino sposta di tre metri la rete del confine, noi gli facciamo causa. Se il cliente non paga la fornitura di bulloni, gli notifichiamo il decreto ingiuntivo. Ma esiste una linea invisibile oltre la quale la norma diventa, in effetti, poco più che folklore. Può diventare leva di manovre, compromessi, imboscate. Ma non ha più alcuna rilevanza o valore in sé. E’ affascinante osservare cosa accade in concreto quando si supera la soglia, si entra nel territorio dell’irrilevanza della legge. A me è capitato tre o quattro volte per lavoro (faccio l’avvocato). Ma questa sarà magari materia d’un prossimo post.
Senza voler tentare qui un mini-trattato di filosofia del diritto, direi che il sistema giuridico, rispetto al sistema economico, appare, in concreto, autoadattante. Offre in modo varabile la propria cogenza, da un massimo ad un minimo che ricomprende anche la possibilità dell’annullamento totale.
Romolo Bugaro

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One Response to Crack finanziari

  1. Stefano dicono:

    Suggerisco di accelerare quanto possibile il processo di “adattamento” tra norma e realtà economica. Non conosco in dettaglio le vicende processuali di Italcase. In generale, credo che il “cortocircuito” di cui parla Romolo non sia un evento sciagurato (prerogativa di ricchi banchieri e imprenditori) ma sia destinato a diventare sempre più pervasivo nella nostra economia. In una società che scommette sull’innovazione non può essere altrimenti.
    La grande impresa della produzione di massa ha negoziato ampie ricompense agli amministratori in cambio dell’assunzione di rischi, e salari modesti a lavoratori che hanno potuto disinteressarsi abbastanza serenamente dei destini delle imprese (di quelle grandi, soprattutto). Il patto ha retto fino a che le imprese hanno saputo addomesticare il cambiamento economico e, soprattutto, il mondo che le circondava.
    Le regole oggi sono cambiate. Chi scommette su una molecola che fra otto anni potrebbe diventare il principio attivo di un farmaco contro l’ipertensione sa che i rischi della sua iniziativa sono più altri di quelli di una latteria, ma anche di una ex-municipalizzata. Gli incubatori di impresa (quelli veri) sanno che molto delle imprese che vengono avviate nei settori di punta delle nuove tecnologie non sono destinate al successo e non perché i loro amministratori sono delinquenti, ma perché nel mondo in cui viviamo il fallimento è fisiologia, non patologia.
    La nostra è un economia della complessità, in cui il rischio deve essere condiviso, così come i guadagni che l’innovazione consente. Urge un nuovo sistema giuridico e una cultura dell’innovazione all’altezza della sfida.

    Stefano

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