I migliori secondo Business Week

Business Week ha pubblicato anche quest’anno la classifica delle migliori 50 imprese americane, quelle imprese che – cito testualmente – faranno da apripista in questo ventunesimo secolo.
Ci sono alcune conferme e alcune sorprese. Fra le conferme c’è il primo posto di Google: un fatturato in crescita esponenziale (nel 2006 oltre 10 miliardi di dollari) e un valore di borsa che supera abbondantemente i 130. Al secondo posto – qui arrivano le sorprese – troviamo Coach. Non conoscevo Coach, ma evidentemente mi sbagliavo. Coach produce principalmente borse e accessori. Sì, avete letto giusto: proprio borse. Borse in pelle, borse in tela, cartelle, trolley per il fine settimana, valige per lunghi viaggi. Anche un sacco di altri prodotti che potete trovare sul sito. Coach fattura 2,4 miliardi di dollari (più o meno 5.000 miliardi delle vecchie lire); negli ultimi tre anni la sua crescita è stata di poco inferiore al 30%, con un ritorno medio sul capitale del 70% , sempre su base annua. Coach precede nella speciale classifica di Business Week imprese come Gilead Sciences (inventore di Atripla, medicina rivoluzionaria nella terapia contro il virus HIV), Nucor (leader nella produzione dell’acciaio e innovatore nelle relazioni industriali), Questar e Sunoco (energia), Verizon (telecomunicazioni).
Sorprendente, no?
L’articolo di BW sembra anticipare la nostra sorpresa (e – forse – perplessità) mettendo nero su bianco le ragioni di tanto successo. Coach ha innovato in maniera sorprendente nel suo settore cambiando le regole della creatività. Per innovare preferisce al talento dei suoi stilisti il dialogo con i suoi clienti: ogni anno il produttore di New York intervista più di 60.000 clienti attraverso questionari via internet, sondaggi telefonici, colloqui diretti nei negozi della sua rete di distribuzione. Questo dialogo continuo ha consentito a Coach di ampliare la sua offerta entrando nel business degli orologi, degli accessori e dell’abbigliamento. “L’unico modo che abbiamo per crescere – dice il Ceo di Coach – è evolvere seguendo il cambiamento dei nostri clienti”.
Possiamo essere sorpresi, ma fino a certo punto. Ci sorprende che Coach sia al secondo posto della classifica di BW, non ci sorprende il suo modo di stare sul mercato. Mentre leggevo il rapporto pensavo al direttore delle relazioni esterne di Intimissimi che in un’aula affollatissima dichiarava senza affanno che si può vivere benissimo senza un ufficio marketing se si è in grado di capitalizzare le tante informazioni di chi lavora nella rete di vendita. Sono tante le medie imprese italiane del vituperato TAC (tessile-abbigliamento-calzature) che hanno imparato a crescere più o meno come Coach. A differenza di Coach queste imprese devono sempre portare la giustificazione per non essere abbastanza high tech, abbastanza grandi e abbastanza innovative. La classifica di BW fa giustizia di un modo di fare impresa che l’Italia conosce (anche se sa raccontare ancora molto poco).
Si badi bene, il capitalismo non campa solo di borse e accessori. Lo studio di BW è un vero e proprio elogio della varietà. Un’economia sana promuove l’innovazione in ogni settore perché in ogni settore si possono cambiare le regole del gioco. Una utile lezione per i nostri politici nazionali. Abbiamo un sacco di Coach dalle nostre parti; sarebbe utile che crescesse anche qualche Google o qualche Gilead.
Stefano

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