L’interiorità delle merci

Jean Baudrillard è morto. Ma forse anche no. Hume avrebbe detto che non c’è nessun nesso causale certo tra quello che ci viene detto dai media e la realtà. Baudrillard stesso, con più precisione chirurgica, avrebbe sostenuto che essendo saltato il legame tra segno e referente, oggi ci troviamo a vivere nell’età del simulacro. Il Principio di Realtà (in questo caso la morte reale di Baudrillard), infatti, appartiene ad un ben preciso e determinato stadio della legge del valore e quindi ad un ben determinato stadio culturale. Quel principio è stato superato dalla fine della produzione. Per questo, in una società come la nostra non possiamo più essere sicuri al 100% di niente. O meglio, di niente che esca dal mondo dei media. Forse.
Ma il punto, oggi, trent’anni dopo Lo scambio simbolico e la morte, non è più nemmeno questo. Il superamento è avvenuto, sì, ma succede che il nostro apparato simbolico e sentimentale non sia stato al passo. Il nostro apparato simbolico è reazionario, pare.
La nostra concezione dell’amore è ancora quella di Romeo e Giulietta, al massimo di Heathcliff e Caterina (anche se talvolta la applichiamo alla persona che abbiamo conosciuto due mesi fa in chat). Forse la categoria della precarietà può venirci in aiuto per comprendere meglio le cose. A pensarci bene sembra che la precarietà sia una delle caratteristiche di quest’epoca e non banalmente una delle sue conseguenze. Molti precari infatti sono giovani che hanno paura del posto fisso (che spesso mantengono per anni). Molti amori a distanza sopravvivono precariamente per decenni.
Verrebbe da dire che la condizione della precarietà forse è una forma di adattamento o di propensione all’adattamento. E allora, perché in quest’epoca precaria continuiamo a pensare come se esistesse ancora qualcosa di definitivo? L’amore definitivo? L’amicizia definitiva? Il lavoro definitivo? La casa definitiva? La carriera? Il mondo simbolico definitivo? La società definitiva? L’inconscio definitivo?
Solo le merci, nella loro materialità sembrano essere ancora definitive, oggi. Ed è infatti qui che dobbiamo andare a fare le nostre considerazioni. Perché il fatto che la maggior parte degli spot pubblicitari tratti il prodotto attribuendogli sembianze e sentimenti umani non fa che confermarci il bisogno di trovare apparati simbolici forti e stabili, almeno al di fuori dell’uomo. Il fatto che la brevità dei messaggi pubblicitari abbia necessariamente bisogno di lavorare su stereotipi e il fatto che per semplificazione questi stereotipi li si peschi nel passato non fa che confermare la nostra idea e spiegarci un po’ perché l’apparato simbolico attuale fa riferimento necessariamente (per motivi di marketing verrebbe da dire) ad un apparato simbolico del passato.
Novità di questi ultimi anni è che questo apparato simbolico è stato attribuito per semplicità non tanto più all’uomo (non ci crederebbe in fondo nessuno), ma alle merci, ai prodotti.
Rassicurante, anche perché le merci, loro no che non sono provvisorie né precarie. E se il loro inconscio è moderno (loro sì, con gravità e sincerità e senza tanti giri di parole vogliono infatti solo essere comprate), non ci resta altro che appoggiarci a loro per attribuire a noi stessi un’identità, una speranza e una rassicurazione.
In fondo: Solo un diamante è per sempre. E: Chi è già smart ringiovanisce di un anno.

Marco Franzoso

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