Innovare senza paura

La settimana scorsa la Regione Veneto ha organizzato una visita al Parco Scientifico la Sale di Barcellona. Ero della partita: abbiamo avuto il modo di vedere (e respirare) idee, proposte ed intuizioni che spesso sono stati dibattuti in questo nostro blog. Provo a sintetizzare alcuni aspetti:

  • il parco si trova dentro (fisicamente) all’università, e le due realtà si sostengono e si contaminano a vicenda (dalla condivisione dei laboratori tecnologici, gli studenti rappresentano il bacino principale – ma non esclusivo – da dove nascono i “nuovi imprenditori”, l’attività di brevettazione dell’università è finalizzata alle imprese ecc);
  • la mission istituzionale del parco è quella di creare valore per il territorio non attraendo grandi aziende (non gli interessa attrarre multinazionali) ma attraendo “talenti”, ovvero risorse umane di talento su cui investire;
  • l’attività principale del parco sta nell’incentivare e sostenere la nascita di nuove imprese hight-tec (in particolare nell’ambito IT). Con una precisazione molto importante (forse scontata ma importante): i progetti che incubano e finanziano nascono per essere globali, riporto testualmente due frasi che declinano secondo me molto bene questo concetto “le nostre imprese devono pensare subito in grande: per il mercato mondiale” e “non ci interessa finanziare un’azienda che fatta da tre persone di Grannolers (..una città vicino a Barcellona)” ;
  • il parco finanzia solo le imprese che propongono innovazioni market driven (ovvero guidate dal mercato) e il parco aiuta le imprese andando ad intercettare ed intermediare la domanda locale qualificata. In questo momento la domanda locale più qualificata proviene dall’applicazione del ICT nella sanità e nel settore audiovisivo;
  • lo staff del parco accompagna e segue le imprese principalmente nella attività che considera strategica: la comunicazione. Dall’individuazione della golden reference (ovvero della prima vera referenza sopra la quale costruire lo sviluppo), alla promozione internazionale, allo showroom permanente, al forum annuale ecc la loro vera attività è aiutare le imprese a comunicare la propria innovazione. Per inciso, incentivano le aziende che incubano dopo 2/3 mesi a trovare altri uffici fuori dal parco (!!!)

Alcuni numeri: in cinque anni hanno valutato 160 progetti, avviato 70 aziende per un volume di 12 milioni di euro. La valutazione dei progetti è svolta completamente in autonomia dallo staff del Parco: chi passa la prima fase di accreditamento riceve 100.000 euro dati con la modalità del prestito convertible con risorse provenienti del governo regionale, poi dopo un anno possono accedere a 300k di finanziamento agevolato fornito dalla “cassa di risparmio locale” e successivamente il parco mette in contatto l’azienda (se meritevole) con un venture capitalist. A una nostra domanda sul tasso di successo delle iniziative imprenditoriali che hanno incubato ci hanno risposto con molto orgoglio “mediamente su 10 aziende, 4 sopravvivono dopo i due anni e una sola e’ un caso di successo”. Una società che funziona e che punta sul merito, non ha il problema di ammette i propri errori

Luca De Pietro

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7 Responses to Innovare senza paura

  1. marco dicono:

    Torno sul punto che Luca solleva in chiusura. La cultura del rischio nella pubblica amministrazione. Si tratta di un tema prioritario per l’Italia. Viviamo, infatti, una situazione paradossale. Da un lato un sistema imprenditoriale tutto rischio e dinamicità. Dall’altro una pubblica amministrazione ormai bloccata in procedure formali e incapace di assumersi rischio e responsabilità. Difficile pensare di continuare così a lungo.
    Tangentopoli ha contribuito a far crescere un clima di sospetto su qualsiasi iniziativa di investimento pubblico. E’ tale questo sospetto che oggi qualsiasi amministratore pubblico ha paura (non figurata, ma reale) di prendere iniziative rischiose. Credo che sia necessario liberarsi di questo tabù, e pensare ad una pubblica amministrazione in chiave più imprenditoriale: capace di guardare in avanti e di effettuare delle scelte chiare. Gli errori ci saranno: è inevitabile in un mondo complesso. Ma è anche chiaro che senza errori non si fa un passo in avanti e si tira solamente a campare.

    Marco

  2. Stefano dicono:

    Del quadro catalano mi hanno colpito due cose. La prima è l’internazionalizzazione come pratica quotidiana, come vita di ogni giorno. La seconda è l’accettazione del rischio che l’innovazione comporta: viviamo fra progetti europei che si traducono in milestones, gant, kick off, report e altre amenità e che mai – ripeto – mai dichiarano una difficoltà o un insuccesso, anche piccolo piccolo. A vedere le rendicontazioni, tutti i progetti europei sono un successone di critica e pubblico. Che ci sia qualcosa che non va?
    Invidio il sano realismo degli amici spagnoli.
    s.

  3. Eleonora dicono:

    Il dibattito sul ruolo (e l’utilità) dei parchi scientifici e degli incubatori di impresa è lungo e tortuoso. Casi di successo come quello spagnolo citato si affiancano a proposte che non puntano sulla triade innovazione-internazionalizzazione-talento, ma che preferiscono valorizzare il locale (quando va bene).
    Non sarei per giudicare necessariamente bene tutto cioè che punta solo all’internazionalizzazione (o il viceversa), quanto piuttosto nella capacità di realizzare concrete opportunità di crescita e di scambio tra questi due livelli che un parco- come catalizzatore – può generare. In questo un ruolo importante lo può giocare anche l’università – come selezione e attratore di talenti che si legano al parco – così come la finanza.
    Mi ha colpito il valore dato al mercato come vero fattore di valutazione dei progetti imprenditoriali, non basta aver inventato e brevettato una nuova tecnologia, ma è necessario creare un significato, comunicarlo, creare un legame con l’utilizzatore. In questo penso che l’esperienza spagnola abbia diverse cose da insegnare, rispetto ad una gestione del tempo che spinge fin da subito le nuove realtà d’impresa a confrontarsi con la concorrenza e con la necessità di muoversi oltre i confini (protetti) del parco stesso.
    Un valore nell’accreditamento e nella scelta dei progetti che deve avere delle ricadute non solo rispetto ai successi, ma anche rispetto ai fallimenti.

  4. Antonio Picerni dicono:

    Ho avuto la fortuna di accompagnare Luca nella visita fatta al Parco Scientifico la Sale; aggiungo solo alcune sensazioni del tutto personali (Luca ha già fatto un ottimo riassunto).

    Tra le maggiori differenze che ho riscontrato con la nostra realtà, più di tutte mi hanno colpito, la grande attenzione rivolta al mercato (i progetti devono avere un chiaro go-to-market), la particolare cura esercitata nella comunicazione dei progetti e la continua propensione a pensare in termini “glocali” (inteso come sistema che valorizza le potenzialità del territorio locale senza però dimenticare la dimensione internazionale con cui le giovani start-up devono in ogni caso confrontarsi).
    In più di una occasione il direttore del Parco Scientifico ha sottolineato come i progetti che incubatore decide di sostenere sono ambiziosi e pensano in grande.

    Inoltre, ho trovato il Parco Scientifico perfettamente in sintonia con la città: ho scoperta una città vitale, moderna ma ordinata. Barcellona è un misto di architettura, tecnologia, design e cultura: tutti elementi che, penso, aiutino le persone ad essere più creative ed innovative.

    La domanda che dovremmo porci, a questo punto, dovrebbe essere questa: un giovane ricercatore, con un’idea brillante in tasca, dove pensate che investirebbe il proprio talento ed il proprio tempo? Nell’incubatore di Marghera (a un passo dal petrolchimico) o in quello di Barcellona (nel cuore di una delle città più vivaci dell’Europa)? Non so voi, ma io non avrei dubbi!

  5. rm dicono:

    Mesi fa mi è capitato di assistere ad una presentazione del citato Parco di Marghera. In quella occasione non ho sentito parlare minimamente di regole di ingaggio/accreditamento e di valutazione dei progetti, ma solo di servizi e di dati immobiliari. Oltre a ciò, gli ambiti progettuali di impresa erano indicati in termini esclusivamente tematici. Nessun dato economico di risultato. Con ciò non intendo dire che le nanotecnologie o l’ICT non siano temi certamente di primo piano, ma credo sia importante evidenziare il fatto per Barcellona si parla di attività market driven a livello internazionale, senza definire a priori quali esse siano; ciò significa mantenere una costante apertura e flessibilità non solo nei confronti dell’innovazione, ma – più in generale – dell’innovazione stessa dei mercati.

  6. lucio dicono:

    Una considerazione da “incubato” locale.
    A Barcellona hanno indubbiamente parecchie cose che qui possiamoo solo invidiare. supporto (non solo a parole immagino) per comunicazione e promozione, accesso a finanziamenti, canale privilegiato con venture capitalist. di sicuro a Venezia, ma credo un po’ in tutti gli incubatori italiani, aiuti di questo livello sono impensabili.
    Però bisogna anche dire che investimenti di quel livello vengono fatti a fronte di 160 domande fra cui fare selezione, qui nemmeno con aiuti di pari livello si riuscirebbe ad arrivare a tali cifre.
    Alla giudecca sono stati necessari tre bandi per esaurire gli spazi, alma cube a bologna stenta a riempirsi, l’incubatore di feltre mi pare stia chiudendo (d’altra parte chi di voi aprirebbe un’azienda a feltre…)
    Non è solo la pubblica amministrazione che difetta di cultura del rischio, anche gli imprenditori, o potenziali tali, nostrani non lo amano eccessivamente.
    Forse perchè storicamente siamo stati abituati a protezionismo e assistenzialismo pubblico piuttosto che ad un reale confronto col mercato o perchè c’è una sfiducia ormai consolidata (immotivata, ma questo è un discorso) nell’equità del mercato italiano.

    Molto apprezzabile la dichiarazione che solo quattro start up su dieci sopravvivono, ma in italia sarebbe possibile? chi avrebbe il coraggio di chiudere la propria iniziativa sapendo che una seconda possibilità non gli verrà più data?

    Visto che è il mio primo post saluto tutti.

  7. theCodeWarrior dicono:

    Credo che il business principale degli incubatori in Italia sia quello di vendere servizi (energia, telefoni, affitti, pulizie, …) alle societa’ incubate sino a poco prima del probabile fallimento – credo che nei dintorni di Venezia ne abbiate fulgidi esempi. A breve, proprio li’, credo vi sara’ un meeting faraonico per presentare delle invezioni storiche passate per innovazioni tecnologiche purche’ presentate da Carlo Massarini …

    Un altro problema, e qui parlo dell’IT che e’ il mio campo, risiede nelle capacita’ inespresse per immaturita’ ed inesperienza degli incubati: difficile pensare ad un prodotto sw innovativo senza esser passati almeno quelche mese per un lab della silicon valley.

    Chi start-uppa deve avere delle idee forti e presumibilmente almeno un progetto chiaro per “funzionare” (subito) in europa e nel mondo con i propri prodotti, partendo con un piccolo gruppo di code warriors …

    Poi i fallimenti … a parte Hewlett e Packard ed i ragazzi di Google tutti i “grandi” della silicon valley sono passati per uno o piu’ fallimenti: raramente va bene la prima … anche quando giri un film con un grande regista. In Italia non funziona proprio cosi’ …

    Chi sceglie cosa ? Chi finanzia chi / che cosa ? Qual e’ la vostra personale percezione dei criteri di selezione, di chi finanzia e con quale livello di comprensione dell’idea da finanziare ?

    Quanti CNR, INFN, distretti tecnologici, incubatori e altri soggetti accessori e non funzionali possiamo permetterci in Italia ? In quali campi possiamo pensare di fare ricerca ? Quanti ricercatori possiamo realmente sostenere per una ricerca seria e con quali mezzi ???

    4/10 e’ un gran risultato. Non tutti possono fare gli imprenditori (a prescindere dalle capacita’ ideative e dalle predisposizioni alle scienze ed alle tecnologie). Mi piacerebbe pensare che a Barcellona si occupino anche di come “rimettere in cirolo” le energie relative agli insuccessi. Chi per qualche motivo ha fallito puo’ comunque essere un buon partner od un buon secondo (apportando esperienza) su altre (nuove) navi in partenza.

    … e avanti se avessi piu’ tempo.
    Cheers

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