Vivere a rate

Nel corso del 2006 il ricorso al credito da parte delle famiglie italiane è considerevolmente aumentato, confermando un costante trend di crescita. Più 20,6 % rispetto all’anno precedente. La fonte è autorevole: l’osservatorio Assofin – CRIF – Prometeia. E’ un dato abbastanza impressionante. Cosa si comprano, a rate, le famiglie? Case, naturalmente. Poi automobili, elettrodomestici, televisori al plasma, viaggi esotici, cure estetiche, vini. Lo status sociale delle merci, ormai quasi del tutto disconnesso dal loro prezzo, evapora e svanisce. Berline da cinquantamila euro di listino vengono offerte in vendita in comode rate mensili da centocinquanta euro cadauna, salvo anticipo e maxirata fiale. Cucine e arredi d’ogni genere non necessitano di alcun anticipo per arrivare a casa nostra. Quasi tutto, in astratto, può essere acquistato da quasi tutti. E’ una gestione del desiderio molto aggressiva, desinata ad ampliare la base dei potenziali acquirenti
Naturalmente esiste il rovescio della medaglia. Negli ultimi due anni il numero dei decreti ingiuntivi emessi dal Tribunale di Milano è quasi raddoppiato. I soggetti a rischio non sono quelli vicini alla soglia della povertà, ma quelli di categoria medioalta. I redditi mensili sui quattro/cinquemila euro, che si indebitano con minori cautele, minor pianificazione. Sempre le stesse, più o meno, le cause del crollo. Malattie o divorzi. Improvvisamente professionisti e quadri dirigenti vengono sbalzati via dal loro territorio, trascinanti verso luoghi distanti, inconcepibili.
Naturalmente demonizzare il credito al consumo è stupido, se non ridicolo. Esso aumenta la fluidità del sistema, lo modernizza. Ma qual è, in definitiva, la verità di tutto questo? Che cosa offriamo davvero alla banca o alla società finanziaria, in cambio del denaro che ci viene erogato? La nostra casa, la nostra automobile? Ma no! Alla banca non interessa affatto la nostra casa. Gli incanti immobiliari sono procedure lunghe, costose, relativamente prive di garanzie di risultato. L’insolvenza è una patologia. Il vero scambio è un altro, molto più semplice e originario. Chi acquista a rate cede una certa una certa quantità del proprio tempo futuro, dei propri giorni a venire. Come scriveva Jean Baudrillard in un bellissimo saggio dei lontani anni sessanta, Il sistema degli oggetti, la seconda metà del novecento è stata caratterizzata da un vero e proprio ribaltamento dell’etica dell’acquisto. Si compra prima per ricomprare in seguito, grazie al lavoro. Si ritorna così, grazie al sistema creditizio, a una situazione propriamente feudale, cioè a un ordine in cui una frazione del proprio lavoro è dovuta in anticipo al Signore, cioè al sistema sociale. Per scelta e non per costrizione.
Vietato pagare recita in questi giorni una gigantesca pubblicità sui muri di Padova. E’ un claim azzeccato, anche se non proprio nuovissimo. Figlio dello spirito del tempo.
Romolo Bugaro

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14 Responses to Vivere a rate

  1. PatBateman dicono:

    [OT]
    Non vi conoscevo. Scoperti oggi tramite un commento a un commento. Complimenti, mi sono perso a leggervi.
    Vi aggrego seduta stante.

  2. Giancarlo dicono:

    E’ vero, chi acquista a rate cede, in cambio, una certa quantità del proprio tempo futuro. Ma questo, dal punto di vista economico, è assolutamente razionale se ciò che si compra genera utilità o reddito nel tempo futuro, come i beni durevoli (ad esempio un’automobile o un elettrodomestico) e, ancora di più, quelli di capitale (come la casa, oppure un PC con cui lavorare). Pagare a rate, in questo senso, non è poi diverso dal pagare un prezzo per il servizio d’uso del bene: per quelli non immobiliari, quando finiamo di pagare, molto speso il bene ha perso il suo valore (per la casa vale solo per la quota di rimborso degli interessi). Inoltre, possiamo osservare che il tempo che cediamo nei pagamenti rateali è direttamente proporzionale al tasso di interesse (il prezzo con cui paghiamo il denaro a prestito). Considerato che oggi i tassi di interesse sono relativamente bassi, si spiega perché sia cresciuto il credito al consumo. Seguendo il ragionamento di Romolo Bugaro, si potrebbe allora dire che avere una moneta forte come l’euro, che aiuta a tenere bassi i tassi di interesse, ci ha regalato tempo! O no?

  3. Stefano dicono:

    Seguo il ragionamento di Romolo e guardo al lato positivo della faccenda.
    Vendere parte del proprio tempo richiede una certa fiducia nel futuro: sperare di essere sani, di avere un discreto lavoro, che l’economia cresca. Fare dei debiti richiede anche una certa fiducia in se stessi: se le cose andranno male, una soluzione si dovrà trovare. In questo senso, una società che fa debiti è una società che si impegna (volente o nolente) a essere più responsabile. Alla faccia di alcune virtù cardinali (la parsimonia soprattutto) alle quali molti sono stati educati.
    Stefano

  4. zazzus dicono:

    L’equazione popolare: il tempo è denaro è stata una leva straordinaria per l’economia, ma un disastro sotto il profilo esistenziale. Credo che sia stata elaborata, con una certa ingenuità, da qualche vecchio capitano d’industria. una di quelle battute da biascicare con la pipa in bocca e un buon wisky in corpo, in qualche club londinese. Ma è stato nel secolo scorso che ha conosciuto la massima espansione, grazie alla divulgazione effettuata – non senza un po’ di cinismo – dagli psicanalisti.
    Scherzi a parte. Il germoglio di questa cultura non è ancora arrivato alla piena maturazione. Il paradosso è che con la mano destra la scienza sta facendo passi da giganti per alllungare le aspettative di vita e con la sinistra i modelli comportamentali la stanno trasformando in una lunga e inconsapevole apnea.

  5. Matteo dicono:

    Credo che nessuno metta in discussione la validità del credito, e la sua funzione “produttiva”. Ma la questione posta dal brano di Romolo è se esista un limite, un livello di guardia oltre il quale è bene non spingersi troppo. Ogni famiglia italiana ha circa 18.000 euro di debiti, a cui si aggiungono i circa 70.000 euro di debito pubblico (con la situazione paradossale di molti che hanno tra le attività titoli di debito pubblico). Riusciranno ad estinguerli per tempo? Per quanto riguarda il secondo debito, certamente no, per il primo i dati citati da Romolo ci dicono che sempre più persone non lo faranno.
    La crescita del credito al consumo è un tema attualissimo negli USA, patria del consumo e locomotiva mondiale, dove la situazione preoccupa molti esperti. Il consumo è diventato il vero motore della nostra società, lo spiega bene Rullani, secondo cui il consumare (sostituire) oggetti permette di fare nuove esperienze, e quindi creare nuove conoscenze (il vero motore della produzione di valore economico oggi). Ci vorrebbe un po’ di igiene semantica dunque, visto che buttiamo i beni prima di averli consumati, bisognerebbe parlare di sostituzioni. Però è anche vero che alcune innovazioni semplici e geniali, come eBay, permettono di dare nuova vita e nuovo valore ad oggetti altrimenti dismessi prima del tempo.
    Dalla mia prospettiva (ambientale) aggiungo che il credito al consumo non è solo scambio di tempo futuro, ma anche di risorse ambientali necessarie alla produzione del bene, che sarebbero state consumate in futuro. Quindi è una scomessa sulla capacità futura dei sistemi ecologici di riprodurre le risorse ambientali. Inoltre succede già oggi che consumiamo risorse ad un tasso superiore alla loro capacità di riproduzione; stiamo quindi intaccando un patrimonio che non è infinito. Con due conseguenze: non siamo in grado di consegnarlo intatto alle generazioni future (oppure confidiamo che esse saranno in grado di consumarne molto meno); rischiamo di superare limiti oltre i quali non si torna indietro, almeno in termni di funzionalità ambientale. Sono discorsi che, mi rendo conto, non piacciono ad una parte degli economisti (recentemente mi è capitata una discussione muro contro muro su questo). Ma mi pare siano questioni attuali e più che mai concrete
    (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/03_Marzo/11/cina.shtml). Di fronte alle quali, però, mi pare continuiamo a mettere troppa fiducia nel futuro e poca concretezza nel presente.

  6. Silvia dicono:

    E’ appena stato presentato a Austin un divertentissimo film, “What would Jesus buy” (http://2007.sxsw.com/film/screenings/film/F8639.html), che mostra quanto gli americani si siano indebitati proprio perchè vivono in una società che li incoraggia ad avere eccessiva fiducia in sé stessi e nel futuro. Il film è in stile Michael Moore e documenta il viaggio del reverendo Bill e del suo coro Gospel chiamato “Stop buying”, che si diverte, tra le altre cose, a entrare nei Disney Store gridando che Mickey Mouse è l’anticristo. Negli Stati Uniti la gente aspetta in massa davanti agli shopping center il primo giorno dei saldi: quando le porte si aprono, le persone si gettano verso l’ingresso – cadono, si calpestano, e qualcuno non ce la fa a entrare: lo porta prima via l’ambulanza! Il 60% delle famiglie è indebitato, e sotto Natale il debito medio è di 13 mila dollari. Ad essere più indebitate sono le famiglie povere: per bisogno, e a volte per l’incapacità di difendersi da proposte commerciali troppo allentanti molte sono indebitate con le carte di credito al punto che non riusciranno mai, in tutta la loro vita, a pagare i debiti che hanno contratto. In Italia il fenomeno si nota ma non è preoccupante: se non altro, ci salvano i limiti piuttosto bassi delle nostre carte di credito, che, almeno nel caso della mia banca, non superano in media i 5000 euro mensili. Le banche americane, invece, di norma pongono limiti di 20mila dollari mensili o più. Praticamente, nessun limite: le banche guadagnano di più a incentivare le persone a spendere piuttosto che a pagare in caso di frodi. Le famiglie americane usano il loro stipendio mensile per pagare i propri debiti, e le carte di credito per farsi altri debiti. Qui non si tratta di fare debiti come forma di fiducia nel futuro. Il rischio è quello di incentivare irrazionalmente i consumi. Il punto di Rob VanAlkemade, il regista di “What would Jesus buy”, è che incentivare il credito porta a un consumismo sfrenato e irrazionale: se certamente non possiamo smettere di comprare, almeno compriamo meno, ricicliamo di più, e poniamo dei limiti al credito, soprattutto per proteggere le fasce più deboli.

  7. Stefano dicono:

    Silvia, ho cliccato sul link che hai lasciato. Ma possiamo anche vedere il film a questo indirizzo? Sono molto curioso di guardare la crociata del reverendo Bill.
    s.

  8. Il film, prodotto da quel Morgan Spurlock che si è già personalmente spaccato il fegato per darci Super Size Me, ha appena avuto la sua prima mondiale al festival segnalato da Silvia. Penso che per vederlo qui da noi bisognerà aspettare qualche mesetto almeno…

  9. Lorenzo dicono:

    Il post di Romolo (che saluto, non lo vedo da parecchio ormai) mi fa pensare anche alla situazione dei giovani ricercatori e professionisti in genere, che si adattano a situazioni di eterno tirocinio, cedendo la gran parte del loro tempo presente in cambio di un incerto futuro in cui sostituiranno i baroni che godono dei loro servigi. Nell’Italia delle corporazioni, questo è un caso non circoscritto alle sole università.
    Se pensiamo al sistema pensionistico, i giovani lavoratori si trovano coinvolti in un modello quantomeno innovativo, essendo costretti ad investire addirittura sul passato, senza alcuna garanzia per il futuro.
    Philip K. Dick ci avrebbe scritto un romanzo.

  10. Ecco un articolo esaustivo sul Reverendo Billy… a quanto pare il film uscirà a Dicembre.
    Qui il Rev. attacca uno Starbucks di NYC…

    http://www.radaronline.com/features/2007/03/reverend_billy_1.php

  11. Giancarlo dicono:

    Guardare ad un lato del problema è spesso necessario, ma se volgiamo esprimere un giudizio fondato è necessario guardare anche dall’altra parte. Se il credito al consumo sta diventando sempre più rilevante, sta però crescendo anche lo stock capitale a garanzia sociale del credito. Il capitale è frutto del processo di accumulazione realizzato tramite investimenti. Gli investimenti sono a loro volta scommesse sul futuro, pagate al prezzo degli interessi con il risparmio di chi consuma meno del proprio reddito. Insomma, alla fine il credito al consumo non può essere separato dal più generale processo di accumulazione di capitale fisico (edifici, infrastrutture, attrezzature, tecnologie, ecc.) e, soprattutto, umano (conoscenze che ci aiutano ad accrescere la produttività). Inoltre, se il credito al consumo spinge, per definizione, i consumi, può anche rappresentare lo strumento che ci consente di affrontare alcuni problemi futuri: per risparmiare energia dobbiamo investire oggi (in ricerca, tecnologie, infrastrutture, ecc.) in vista di un beneficio futuro. Anche i pannelli solari si acquistano a credito!

  12. Matteo dicono:

    Sono pienamente d’accordo. Farei però una differenza tra investimenti produttivi e investimenti improduttivi (in termini monetari). Acquistare a credito una nuova auto provoca benessere , ma priva di ricchezza monetaria l’acquirente e, tramite i costi esterni, la società. La ricchezza monetaria viene trasferita al produttore e solo in parte alla società, tramite le tasse (ma senza che queste coprano i costi esterni). Acquistare un pannello solare a credito provoca benessere al consumatore, un risparmio di ricchezza (tramite il risparmio energetico, che ripaga l’investimento) e una riduzione dei costi esterni per la società.
    Non sto dicendo di non comprare più macchine, ma osservo che ancora pochi acquistano pannelli solari, nonostante gli indubbi vantaggi. Ed è essenzialmente un problema di informazione e conoscenza (da parte dell’acquirente).
    Casa a parte, gli investimenti citati da Romolo sono tutti investimenti che perdono rapidamente valore con il passare del tempo: automobili, elettrodomestici, televisori al plasma, viaggi esotici, cure estetiche, vini. Con il tasso di innovazione odierno, più gli investimenti sono tecnologici, più tendono a perdere valore, a meno che non siano investimenti produttivi: computer, pannelli solari, al limite auto usate per lavorare (ma con il tasso di congestionamento odierno una maggiore potenza non si traduce più in maggior produttività, ma in maggiori consumi).
    Per quanto riguarda la crescita dello stock di capitale a garanzia, osservo che se aumentano gli insoluti di pagamento, aumenta la liquidazione di questo capitale di sicurezza. Posso fare un mutuo ipotecario sulla casa che acquisto con il mutuo stesso, ma se poi non sono in grado di onorare il debito con il mio reddito, perdo il bene. Il sistema complessivamente non ne risente, ma l’individuo sì.

  13. Silvia dicono:

    Stefano,
    purtroppo ancora non ci sono ancora spezzoni in giro sul film. E’ uscito ieri in prima mondiale al South of Soutwest festival di Austin. Comunque, visto il tema, inizierà a girare per le sale sotto Natale.

  14. Romolo dicono:

    Sono d’accordo con quanto scrive Matteo. E’ importante cercare di capire quale sia il limite oltre il quale il credito al conumo, cioè un sistema di reperimento di risorse sempre più diffuso e capillare (che, ripeto, non ha alcun senso demonizzare) diventa patologia personale e sociale. Forse riduttivo trattare il tema esclusivamente in termini economici. Questo per la semplice ragione che la scelta del ricorso a questo strumento, rispetto alle reali capacità restitutive del soggetto, può essere governata e razionale ma può anche non esserlo. Molto spesso, in effetti, non lo è. Credo non vada dimenticato che il nostro tempo è fondato sul valore assoluto del desiderio individuale, sulla sua centralità rispetto al destino del soggetto, e proprio lì sta il limite, il frequente cortocircuito fra capacità/possibilità d’acquisto e capacità/possibilità di gestione della propria esistenza.
    Romolo

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