Tre qualità per un Politecnico

Sul Politecnico Veneto si comincia a litigare. E’ un indizio che, dopo mesi di sospetto unanimismo, forse si comincia davvero a fare sul serio. Speriamo che adesso si riesca finalmente a delineare il profilo di un progetto finora piuttosto confuso e indeterminato. Che cosa si intende, infatti, per Politecnico? Seguendo il dibattito dei giornali se ne ricava che l’idea dei più è, nella sostanza, molto vicina ad una facoltà di ingegneria, con alcune nuove specializzazioni tematiche – informatica, ambiente, logistica – da affiancare a quelle tradizionali.
Se restiamo in Italia, le esperienze di Politecnico (Milano, Torino, Bari) non si discostano molto da quanto detto. Tuttavia, se proviamo a guardare le principali esperienze internazionali (le fachhoch schule tedesche, l’école polytechnique francese, gli institute of technology negli Usa) e, soprattutto, se tentiamo di rivolgere lo sguardo in avanti, l’idea di Politecnico potrebbe assumere caratteri meno scontati.
Il primo aspetto da rilevare è lo stretto rapporto che un Politecnico intrattiene con il tessuto produttivo in cui è inserito. Ciò che innanzitutto differenzia un Politecnico da un’Università – anche di ingegneria – è che ciò che si insegna e chi insegna non viene deciso esclusivamente da logiche accademiche ma è frutto di un’interazione molto stretta, riconosciuta anche sul piano gestionale, con il sistema delle imprese e delle istituzioni locali. Ad esempio, una parte significativa della docenza impiegata nei Politecnici deve necessariamente avere maturato un’approfondita esperienza produttiva, dalla quale non si distacca mai in modo definitivo proprio perché questo contatto viene ritenuto fondamentale per l’efficacia della didattica e della ricerca.
Un secondo aspetto da considerare è nel termine stesso di Politecnico, che richiama la pluralità di tecniche e saperi che concorrono sia alla costruzione del profilo professionale di chi esce da questa scuola, sia alla promozione dei progetti di innovazione. Un Politecnico in Veneto dovrebbe avere come obiettivo quello di integrare le discipline ingegneristiche con i saperi legati alla salute, all’ambiente, al mondo dell’espressione artistica, al design, alla comunicazione. Insomma, dovrebbe mirare ad un progetto culturale innovativo, non a replicare l’offerta, per altro più che soddisfacente, degli attuali corsi universitari di ingegneria.
Il terzo aspetto da considerare è quello delle economie di scala necessarie ad assicurare un’organizzazione efficiente dell’offerta formativa. Questo aspetto è più controverso di quanto alcuni osservatori intervenuti nel dibattito vogliano ammettere. Non basta allargare l’area di monopolio perché aumenti la qualità. Anzi, strutture troppo grandi rischiano di diventare burocratiche, e molto spesso nascondono conflitti interni che non possono nemmeno prendere la forma di una sana concorrenza. La soluzione dovrebbe essere cercata in un sistema federativo fra strutture specializzate e ben ancorate alla propria area di domanda. Dove per uno studente sia possibile frequentare, senza troppi intralci, insegnamenti offerti da strutture diverse. E dove un’impresa possa accedere, senza perdersi, alla varietà di risorse conoscitive necessarie per sviluppare un progetto innovativo.

Giancarlo

Share/Save

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione, Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

5 Responses to Tre qualità per un Politecnico

  1. rb dicono:

    Il tema molto dibattuto dell’insediamento di un Istituto Politecnico nel nostro tessuto economico industriale del Nord-Est.
    E sempre stato di estremo interessse per i giovani che vogliono uno strumento che oltre a dare cultura li porti alla conoscenza dell’ambiente che poi andrebbero a vivere ,cioè la fabbrica.
    Vero che lo scopo dei Politecnici è stato quello di preparare in modo più coerente le nuove specialità ingegneristiche avvicinandole al mondo del lavoro in modo più realistico, ma è vero anche che questo è attuato in modo parziale e sporadico ed in modo poco strutturato.
    In questi Istituti, l’apporto di “docenti” che operano in azienda, deve essere molto massiccia!
    Per mia personale esperienza, essendo stato Manager per anni in grandi gruppi internazionali, è stata quella di percepire durante le mie presenze in aula una sete incredibile di nozioni che riguardano il modo di operare in fabbrica anche il più semplice ed il più spicciolo, dalla ideazione, allo sviluppo, alla fabbricazione fino alla distribuzione del prodotto.
    Leggevo sempre negli occchi degli studenti un senso di maraviglia mista a incredulità quando si parlava del tessuto aziendale e del suo funzionamento tout-court, come se quello che è stato loro insegnato dai loro bravi docenti fosse lontano anni luce dalla realtà che si portava a testimonianza.
    Quindi un nuovo approccio all’insegnamento ed una nuova metodologia sicuramente dovranno essere adottate con una maggiore coesione fra Istituto e Fabbrica. Sarà in ogni caso necessario sensibilizzare l’industriale del Nord-Est a rendersi più disponibile nel fornire un supporto effettivo ed efficace agli studenti per creare il suo nuovo management, che entrando in Fabbrica, abbia la sensazione di esserci sempre stato e non sentirsi pesce fuor d’acqua.
    Ergo, ben venga un Politecnico nel Nord-Est magari inserito logisticamenete e strategicamente al centro di questa nostra area, così densamente popolata di industrie, in modo tale da facilitare la frequentazione anche dal punto di vista dello spostamento per lo studente di Belluno piuttosto che di Verona.

  2. Stefano dicono:

    La parola Politecnico non mi entusiasma e credo che, se il progetto prenderà consistenza, saremo costretti a trovarne un’altra. Riconosco però che il termine ha un suo fascino, soprattutto se pensiamo alle sue origini. L’école polytechnique nasce per rispondere all’esigenza di razionalizzare saperi diversi da mettere al servizio di un grande progetto di modernizzazione (la Francia rivoluzionaria). Oggi il Nord Est si pone di fronte a sfide analoghe. I saperi che ne hanno fatto la ricchezza negli ultimi vent’anni mostrano i loro limiti di fronte alla sfida della globalizzazione. Pensare una scuola “politecnica” significa oggi pensare al rilancio della competitività del sistema, significa avere un’immagine nitida della società in cui vogliamo vivere e lavorare. Se si crede davvero a una sfida così alta, è difficile pensare che la discussione possa limitarsi a qualche accrocchio fra un paio di università. Giancarlo pone il tema dell’apertura dell’università al mondo (alle imprese, ai saperi non accademici, ai centri di ricerca specializzati). E’il primo passo di un progetto che o è ambizioso o non è.

    s.

  3. Giancarlo dicono:

    I primi istituti politecnici nascono in Europa sul finire del XVIII secolo, anche se il loro massimo sviluppo avviene fra 1870 e 1920. Si tratta, perciò, di istituzioni educative che rispondono alla crescente domanda di quel tempo di applicazioni scientifiche – in particolare della chimica e fisica – nella produzione industriale. Oggi il sistema delle conoscenze è straordinariamente più vasto, e pensare di ingabbiare il “sapere utile” alla produzione moderna in qualche pacchetto formativo di “tecniche immediatamente utilizzabili” sarebbe una idiozia. Tuttavia, non possiamo sottovalutare come il dibattito sul politecnico del Nord Est abbia aperto, dopo molti anni, una questione di importanza vitale per la nostra economia: lo sviluppo del sistema educativo.
    Se la conoscenza deve diventare la principale leva competitiva, dobbiamo allora decidere di investire seriamente su questo sistema. Tuttavia, come dice bene Stefano, questo investimento non può essere fatto a caso: deve invece rientrare in una strategia di sviluppo che aiuti il sistema a muoversi, al margine, in alcune precise direzioni. A partire da quello che sappiamo fare meglio (i nostri vantaggi comparati) e che vogliamo (e possiamo ragionevolmente, dato il contesto competitivo) fare in futuro. Gli investimenti in capitale umano che danno i maggiori rendimenti sociali sono infatti quelli che generano esternalità specifiche collegate alle vocazioni produttive di un sistema locale. Se parlare di Politecnico ci porta a discutere delle stretagie di sviluppo, allora si è fatto comunque qualcosa di utile.

  4. Marco dicono:

    A proposito del dibattito (e dei litigi) sul politecnico vi segnalo l’articolo di fondo sul Corriere del Veneto di oggi (9 marzo 2007) di Giovanni Marchesini, professore di ingegneria dell’informazione all’Università di Padova. La posizione di Marchesini è piuttosto netta e non lascia spazio ad ambiguità: il politecnico esiste già e coincide con Ingegneria. Punto.
    Più che un segno negativo trovo salutare che alcune facoltà e aree disciplinari reclamino con forza la propria centralità, sottolineando con dati alla mano il proprio impegno in tema di ricerca e di formazione. Nel caso di ingegneria di Padova è più che giustificato visti il prestigio ed i risultati ottenuti nel corso di questi anni.
    Non possiamo però dimenticare la distanza che intercorre tra il sistema industriale e il mondo universitario. In Italia e nel nostro territorio in particolare. Due universi paralleli che per ragioni diverse hanno trovato pochissimi punti di contatto. Se questa distanza non è stata un problema nel passato semplicemente per il fatto che la nostra industria si è concentrato moltissimi nel fare manifatturiero, oggi sta diventando una priorità per lo sviluppo economico futuro. Nell’economia della conoscenza è difficile pensare di essere competitivi senza un’interazione stretta tra imprese e università. Difficile poter cercare questa interazione con sistemi che nel passato hanno funzionato in modo parziale.
    L’idea del politecnico appare interessante proprio perché rappresenta una nuova metodologia per l’incontro tra domanda e offerta di ricerca e quindi di conoscenza.

    Marco

  5. Pingback: First Draft » ll Veneto visto da Milano: è ancora bello?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *