Tante storie

Negli anni mi sono convinto di una cosa: che il nostro stare al mondo, in quello esterno ma anche in quello interiore, sia filtrato – o meglio creato – dalle narrazioni.
Tutto nella costruzione della realtà, infatti, sembra essere narrazione: non solo le fiabe che raccontiamo ai bambini per farli addormentare la sera e che contengono in nuce tutti gli elementi e le dinamiche che gli stessi bambini si troveranno ad affrontare nel mondo degli adulti, ma anche banalmente la comprensione della società per come ci viene trasmessa dai mass media: conosciamo infatti il mondo attraverso i racconti che leggiamo quotidianamente sulla stampa e, ultimamente, siamo portati a dare particolare credito a quelli che ci pervengono della rete. Poco conta qui che il riferimento di quei racconti sia la realtà dei fatti. Ciò che qui conta è che la realtà – politica, sociale, economica, spirituale/religiosa – si crea nella nostra mente attraverso il filtro di queste narrazioni.
Ma non solo. Sono convinto che anche le discipline cosiddette scientifiche si reggano su delle narrazioni. Mi sono convinto, per esempio, che l’idea nata sull’alibi di un’architettura matematica, di uno spazio e di un tempo curvi, e di un Universo senza più punti di riferimento stabili non sia altro che una narrazione che mi parla, appunto, di un certo periodo storico e di una persona che di quella narrazione è stato l’inventore. A leggere oggi la teoria della relatività di Einstein, più che comprendere qualcosa sulla fisica dell’Universo, comprendo sicuramente qualcosa sul mondo sociale precedente la prima guerra mondiale in Europa e qualcosa sul mondo inconscio di Albert Einstein. La sua teoria, cioè, oggi mi parla soprattutto di una ben determinata disgregazione della Mitteleuropa dei primi dieci anni del nuovo secolo. Disgregazione che poi, appunto, sarebbe sfociata nella prima guerra mondiale. E anche mi parla dei primi anni di vita di Einstein, e di un rapporto speciale col padre e lo zio e di un tentativo (il tempo curvo, appunto), di recuperare quei complessi e iniziatici rapporti vissuti nei suoi primi anni della sua vita, attraverso il feticcio della matematica.
E forse non è un caso che proprio in quegli anni e proprio da quelle stesse parti un austriaco (Arnold Schönberg) inventasse una musica senza punti di riferimento fissi e sconfiggesse (appunto) il sistema tolemaico tonale per avventurarsi un in universo musicale “relativo” dove ogni punto (ogni nota) ha la stessa importanza (il sistema dodecafonico).
Tutto è conseguenza di una narrazione. Una teoria matematica, una pubblicità della Diesel fatta con modelli di cera, il nostro camminare per le vie cittadine, il rapporto edipico con la madre, la riedizione nostrana delle nuove Brigate Rosse. Ma anche la nostra aderenza (e quindi il nostro voto) a questo o quel partito politico si fonda su una narrazione, la quale ci offre (in varia misura e in cambio del voto) speranza, fiducia, paura, desiderio, comprensione, ascolto e rassicurazione. E, per concludere, anche l’acquisto di un prodotto è oggi il frutto di una narrazione.
L’uomo deve aver inventato lo stratagemma delle narrazioni proprio per indursi a credere almeno in una cosa: che il mondo ha un ordine, e quindi un senso.
Ecco, forse questo il loro fine ultimo: estrapolare ordine dal caos primigenio. Cioè, le narrazioni sono importanti perché attraverso la loro mediazione, noi riusciamo a costruire la nostra identità e il nostro equilibrio: chi siamo e com’è il mondo attorno a noi.
Ecco. Scrivo in questo blog perché mi piacerà, nel tempo, parlare dei racconti che ci sono così vicini che magari noi non li riconosciamo più come tali.
Perché le narrazioni hanno questo di particolare: quanto più ci appartengono, tanto più ci sembrano “vere”, appartenenti automaticamente all’ordine profondo del mondo. Quello naturale.
Di questo mi vorrò occupare.
Parlare di narrazioni e di storie e collegare queste storie con un territorio, il mio.
E cercare di capire se, perché, dove e come si colloca l’identità di questo nostro territorio. Più propenso a accogliere narrazioni “straniere” che a credere nelle proprie.
Marco Franzoso

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