Centomila per la politica

Una manifestazione di centomila persone ha fatto cadere il governo. La grande adunata vicentina contro l’allargamento della base Dal Molin di Vicenza ha innescato una reazione a catena che si è conclusa con la clamorosa bocciatura al senato delle proposte del ministro D’Alema. E’ la democrazia. Poteva andare diversamente, ma nessuno può dirsi stupito.
Ogni giorno centomila persone cliccano diligentemente il sito di Beppe Grillo. A volte il suo blog offre qualche spunto comico; più spesso mette sul piatto proposte ruvide. Di recente ha chiesto (anche a mezzo stampa) che gli azionisti di Telecom lascino il campo e si dedichino a altro. Nessuna ripresa ufficiale da parte della politica che conta. Nessun rilancio. Anche questa è democrazia (non c’è nessun motivo che la richiesta di un comico diventi agenda di governo); è che il silenzio lascia perplessi.
Fra una manifestazione e il post di un blog ci sono un sacco di differenze, questo è certo. Le manifestazioni sono una dichiarazione esplicita di consenso (lo dice la parola stessa), mentre leggere un blog non significa necessariamente aderire alle richieste di chi scrive. E’ anche vero, però, che l’antiamericanismo di Vicenza è minoranza nel paese e, probabilmente, non meritava la fine di un governo; per contro, esiste un consenso piuttosto diffuso sull’inadeguatezza (eufemismo) di un gestore delle comunicazioni che spiava potenti più o meno famosi.
Ma il punto è un altro; ha a che fare con il modo in cui una classe politica comunica con il suo elettorato e con la società civile. Ho l’impressione che la politica nostrana sia asfittica non solo perché perpetua schemi ideologici da guerra fredda, ma soprattutto perché non riesce minimamente a rinnovare le forme della comunicazione. Vuoi fare passare una linea politica? Fai una manifestazione, preferibilmente “contro”, conquistati il tuo spazio sul tg (magari anche una diretta) e scatena un bel dibattito a porta a porta o su matrix. Se la pentola bolle (ovvero almeno un paio di polemiche toste con bruno vespa), vai in parlamento e fai un sacco di casino. Non ho niente contro le manifestazioni, sia chiaro. E’ che il rischio di coazione a ripetere è altissimo.
Se guardo la vita politica dal punto di vista dell’economista, il quadro appare stupefacente. Le imprese hanno imparato da tempo che giornali e tv catturano solo parte dell’attenzione dell’opinione pubblica. In rete c’è un mondo che parla, che si esprime, che reclama attenzione. In parte perché i tanti appassionati di motociclette, di fiori, di cucina (e di un sacco di altre cose) si sono organizzati; in parte perché le imprese hanno capito che in rete c’è un sacco di gente con buone idee e con molta voglia di partecipare. Lo hanno capito in fretta le aziende del software che fanno risolvere ai loro utenti i bugs dei loro ultimi prodotti; lo hanno capito anche le aziende più tradizionali che comunicano oggi attraverso siti interattivi e blog aziendali (guardate il caso Ducati).
Nella politica italiana non accade nulla di tutto questo. La convergenza fra i due mondi è lontana. E i rischi sono enormi, soprattutto – mi pare – dal lato generazionale. Gli adolescenti di oggi parlano in chat con i loro compagni di classe, si mandano le traduzioni di latino in email, raccontano nei blog le loro avventure. Per molti di loro partecipare a un evento politico standard (andare in una sezione di partito, volantinare, etc.) è un’operazione stravagante. Guardano i pensionati che organizzano i pullman per le manifestazioni romane un po’ come i giovani Inuit con le loro playstation guardano i loro padri andare a caccia di balena: roba da pazzi. Mondi paralleli.
Qualche segno di svolta forse si intravede. La scorsa settimana Libero.it ha organizzato una chat per far parlare Casini con il popolo della rete. Argomento: i famosi Dico. Il direttore della testata, Alessandro Gennari, ha parlato di un clamoroso successo. Pare che lo stesso Casini si sia divertito come un matto. Magari è un inizio.

Stefano

Share
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

13 Responses to Centomila per la politica

  1. Giampaolo Toso dicono:

    Certamente è importante che la politica riesca a capire quanto sia fondamentale cogliere quali siano i canali che adesso fanno opinione. Non soltanto che la pilotano, ma che realmente creino opinione.
    Credo che l’incapacità da parte di molti ragazzi di esporsi relamente con la propria faccia a una folla di persone e tenere un discorso compiuto in pubblico dipenda anche dalla poca abitudine di questi di esercitarsi. Esercitarsi a parlare, esercitarsi a dare delle risposte non ragionate e articolarle con parole che “non volant”, ma che rimangono. E’ un’ operazione che non è di certo praticata nelle chat.
    Non so quante persone riescano ancora ad avere una dialettica pari a quella dei nostri nonni o genitori. Secondo me una parte di maturità deve essere ricollegata al saper dire oltre che al saper fare. Forse la politica vera è giusto che rimanga prettamente “analogica” e non si trasformi solamente in “digitale”.

  2. Lorenzo dicono:

    Al contrario di Giampaolo, io penso invece che sui blog, e su internet più in generale, la qualità emerga.
    Molti blog, ideati e mantenuti da giovanissimi, esprimono idee compiute, mature e spesso innovative. I blog stimolano al confronto continuo e alla dialettica.
    Certo, questo non abitua a parlare in pubblico.
    Su internet c’è di tutto, ma ci sono molti contenuti di qualità, spesso e volentieri gratuiti: letteratura, musica, idee. Di certo internet presenta le persone come individui, ognuno con le sue idee e personalità e tende ad eliminare il concetto di massa indistinta. Forse per questo piace poco ai politici.

  3. Giampaolo Toso dicono:

    infatti,
    non intendevo assolutamente dire che in internet la qualità degli intervetni sia di basso livello o che ci siano dei format di basso profilo anzi.
    Dico semplicemente che la politica e la classe dirigente deve e non può prescindere dal contatto con la gente. Il contatto vero però è tra la gente e non su internet. Mi dispiace, ma già parlando di persona tante volte si fa fatica ad avere una sponda sincera, non so quanto ci si possa fidare di affermazioni “digitali”.
    Per cui Lorenzo stiamo dicendo cose diverse. Io mi concentravo sulle capacità che un politico e qualsiasi persona pubblica deve avere e non sulla qualità delle informazioni di internet questione che meriterebbe un capitolo a parte!

  4. Approdo a questo post dopo la mail di Marco che parla di “nuovi modelli di costruzione del consenso”, ed è quindi su questo che vorrei dire la mia.
    io credo che i giovani siano disinteressati alla politica perchè l’idea che sta dietro a questo mondo è quella di un cancro impossibile a debellarsi fatto di favori e amicizie collocati in un mondo in cui la bella vita la fa da padrone e l’unica cosa capace di frenare gli ideali è il denaro, stesso fattore che unisce quasi sempre i parlamenti rendendo verdi in toto le luci delle votazioni, simpatico effetto ottico che significa accordo su tutto il fronte, peccato non accada mai quando i temi sono quelli veri.

    L’arte oratoria è forse in declino ma io trovo molto più grave il saper raccontare una bugia rispetto al non saper (o poter dire) la verità. I nostri politici parlano tanto e l’esordio “la ringrazio per la domanda” è di certo esempio di stile e arte della parola, purtroppo però parlano di tematiche inconsistenti, rincorrendo burocrazie che portano all’agonia le decisioni importanti, e il giorno dopo si chiedono perchè il paese è lento.
    Ecco dove sono i giovani quando si parla di politica, sono nei forum e nelle chat, ma anche nelle strade e in piazza (a bere un aperitivo al posto di manifestare), dove il confronto avviene a tutto tondo, magari col congiuntivo che scricchiola o la parolaccia ad intercalare il discorso, che alla fine però, è quello che conta. Ecco perchè a mio avviso oggi il giornale si legge su oknotizie dove si possono trovare gli estremismi più esasperati e le falsità più ottuse, ma anche verità limpide ed analisi sagaci che da un pò non si vedono più sui giornali, servi di un obiettivo che, per quanto sotteso, guida linee editoriali e direttori che si professano liberi mangiando sullo stesso piatto dei politici. E facendo la media tra le notizie urlate si evincono realtà molto migliori delle notizie prestampate sui giornali.

    Non saper raccontare è un demerito, ma anche non saper leggere la realtà lo è, nel primo caso è giusto urlare perchè la propria opinione è bello esprimerla, ed è bellissimo poterla far conoscere a tanta gente. Nel secondo caso il silenzio gioverebbe, abbiamo già sentito troppe volte lo stesso “la ringrazio per la domanda..”

    Perchè nessuno ragiona mai su:

    – quanto risparmierebbero le amministrazioni pubbliche passando a software open? Il sudafrica l’ha fatto.

    – Perchè tutti si riempiono la bocca parlando di ricerca ma nessuno capisce che la ricerca è il motore per muovere la macchina italia? Non abbiamo bisogno di meccanici che la riparino, servono motori che la spingano

    Questi e mille altri temi sono quelli di cui vorremmo sentire parlare..

  5. sf dicono:

    Prima del come viene il cosa.
    Cosa vuol comunicare la classe politica agli elettori? Perchè la Ducati qualcosa di concreto da offrire ce l’ha: la moto. Almeno nelle attese promette di cambiare la vita a chi la compra. La missione in afghanistan piuttosto che l’anti o filoamericanismo non incide minimamente negli ambiti vitali di milioni di cittadini del nostro paese. Nella politica locale tutto questo si capovolge perchè i cittadini ti chiedono proprio qualcosa di concreto, che migliori le condizioni della vita collettiva. A volta sono richieste banali, il famoso lampione, altre importanti, la scuola, l’ospedale, i servizi all’impresa.
    Nel mercato della politica nazionale, mi si passi il pessimo economicismo, si offrono oggi dei beni cui gli elettori sono pochissimo interessati, se non come intrattenimento. Ed è proprio di questo che si occupano tv e giornali, di fare intrattenimento. Quindi la questione riguarda si le modalità della comunicazione ma anche il suo contenuto. Lo stesso dicasi per le nuove modalità digitali di comunicazione: vogliamo aprire un blog sulla missione in Afghanistan?
    Infine una provocazione: dei settecento iscritti al centro ricreativo anziani del mio comune nessuno usa internet. Che faccio apro un blog sulle politiche sociali per gli anziani?

  6. Marta Meo dicono:

    Animo le attività di un blog politico e ne frequento ormai abitualmente altri. Lo scorso anno sono stata molto vicina alla più grande operazione di creazione di un politico attraverso un uso massiccio di internet che si sia fatta in Italia che è Ivan Scalfarotto, candidato dal niente alle primarie del 2005, portò a casa 26000 voti, lo 0,6 %. Un risultato straordinario e deludente allo stesso tempo.
    Straordinario perchè qualunque politico sa che prendere 26000 voti da zero nel giro di due mesi ha qualcosa di straordinario, deludente perchè i sondaggi fatti in rete lo davano al 5% secco. Proprio per via dei vecchietti del centro ricreativo che non rientrano nel sondaggio fatto in rete, non generano traffico, non vellicano le manie da statistica degli accessi di noi blogger, ma per fortuna votano, ma non solo.
    Oggi il web è utilissimo per fare politica, per costruire la propria opinione, ma stiamo attenti perchè i blog (anche i più importanti) in realtà sono frequentati sempre dagli stesse persone che passano le loro giornate a saltare da un blog all’altro per vedere che si dice in giro.
    Altro aspetto: chi naviga in rete e i blogger frequentano quasi sempre blog di area omogenea alla loro e quindi difficilmente internet può servire a scoprire, a capire, quel che si dice in casa degli “altri”.
    I politici si stanno accorgendo dell’importanza di coltivare queste comunità e alcuni di loro (indubbiamente i più curiosi e votati a innovare il proprio modo di lavorare) hanno cominciato a curare dei blog, parlo di Gianni Cuperlo, della senatrice Magda Negri, ma anche di partiti, come la margherita che ha un suo blog, Margot, con cui gestisce il dibattito con i blogger. Si capisce quindi che internet è utilissimo e irrinunciablie per il politico moderno, ma che le comunità che fanno riferimento ai blog sono molto più piccole e impermeabili di quanto non possa sembrare.
    Marta Meo

  7. Giancarlo dicono:

    Tra le manifestazioni di piazza e i dialoghi nei blog ci sono molti altri strumenti di comunicazione politica: ad es. i sondaggi, che riprendono chiaramente i metodi del marketing, oppure le riuioni di partito che – perché no? – potrebbero rientare nella categoria dei focus groups. Il problema, secondo me, non è la tecnologia di comunicazione, ma se la politica ha qualcosa da comunicare: idee nuove, progetti collettivi, orizzonti di senso, soluzioni possibili a problemi comuni. Ma è questo, oggi, il registro della comunicazione politica in Italia? E’ sufficienre guardare ai rituali della crisi di governo in corso – sfilate di delegazioni di partiti e partitini dal capo dello stato, dichiarazioni vuote rilasciate con enfasi, soluzioni legate per lo più a formule autoreferenziali – per farsi prendere dallo sconforto. Cosa c’è dunque da comunicare? L’unica forma di vita intravista in questi riti stanchi è stata l’idea di Prodi di fissare subito un’agenda essenziale di temi non negoziabili. Ma è una scelta tardiva, quasi disperata e, comunque, insufficiente. Perché la sua realizzazione richiederebbe un quadro politico ben diverso da quello attuale. Insomma, se mancano coraggio e immaginazione, cosa comunica la politica? Non sono molto convinto che i blog migliorino la situazione, sempre che non contribuiscano a selezionare un nuovo gruppo dirigente. Il quale, però, ad un certo punto, deve uscire dai blog e presentarsi con la propria faccia davanti a chi vota. La vicenda Scalfarotto non è stata molto incoraggiante. Aspettiamo fiduciosi il prossimo giro.
    Giancarlo

  8. Lorenzo G. dicono:

    Napolitano ha appena dichiarato di non accettare le dimissioni di Prodi che tornerà alle Camere per la fiducia.
    Personalmente non credo che il governo sia caduto per la manifestazione di Vicenza, ma per cause meno gloriose:
    1) il centro-destra ha clamorosamente deciso di non sostenere una missione militare che aveva lui stesso promosso; in pochi ne stanno parlando, ma è un comportamento da Repubblica delle banane;
    2) alcuni a sinistra hanno pensato che “la corda per quanto la tiri alla fine non si spezza mai”;
    3)alcuni senatori a vita erano ammalati.
    Il bolg è uno strumento di comunicazione sempre più influente, ma sono daccordo con Giancarlo che ad un certo punto se si vuole incidere realmente bisogna uscire dal blog con una lista di idee chiare, ragionate e coerenti. credo che manchi più la convinzione su cosa fare, che i mezzi per comunicarlo.
    L’esperienza dei neo-conservatori americani è secondo me illuminante: un gruppo di intellettuali ha elaborato una visione del mondo ben precisa e ne ha specificato le implicazioni a livello di azione politica; dopo l’11 settembre tale elaborazione è sembrata l’unica (purtroppo) in grado di riempire un vuoto di idee che spaventava persino il buon George W.
    Stanno nascendo centinaia di associazioni per il futuro Partito Democratico, ma se pur il numero di incontri e “cineforum politici” è in grande aumento non vedo grande elaborazione programmatica. Beppe Grillo a suo modo elabora di più.

  9. Matteo dicono:

    L’altro giorno ero di rientro dall’Austria quando ho sentito per radio della crisi di Governo. Ero stato ad un convegno Interreg III sulle energie rinnovabili, e stavo facendo i miei calcoli mentali su quanti pannelli fotovoltaici e termici avrei potuto installare con i nuovi provvedimenti del Governo (talmente appetibili che il vero limite alla dimensione dell’impianto è la superficie di tetto disponibile, non il capitale finanziario o i tempi di rientro). Sì perchè, almeno per quanto riguarda i temi che seguo, questo governo si stava muovendo davvero bene e, novità assoluta, in maniera intelligente: un ministro dell’industria che dialoga con gli ambientalisti, e un ministro dell’ambiente che dialoga con gli industriali, nonchè un manager di successo (Pistorio) a capo di una task force per lo sviluppo di un’industria ambientale italiana. E invece zac, la notizia mi ha colpito come una mazzata in testa. Il primo pensiero è stato: emigro, me ne torno in California, questo paese è irrecuperabile.
    Concordo con molte cose dette nel post e nei commenti. Aggiungo che questa crisi ha per me due cause scatenanti: la principale è una legge elettorale sciagurata che ci ha consegnato un Governo debolissimo, che deve ricorrere ai senatori a vita, che non sono stati votati dal popolo. E nemmeno tutta la compagine del Senato è stata scelta direttamente dai cittadini, bensì dalle segreterie di partito. Si tratta di un vuoto di rappresentanza preoccupante. Penso anche alle primarie di Milano, dove Dario Fo è stato boicottato dalla sinistra che poi ha perso la sfida con la Moratti candidando un ex prefetto.
    Ma c’è, credo, una causa più profonda, che è in capo direttamente a noi. Com’è possibile, ad esempio, sopportare la presenza in parlamento di 25 condannati in via definitiva, di cui due addirittura in commissione antimafia (Pomicino e Vito), responsabili degli stessi reati su cui devono vigilare? Di politici che sono quasi il braccio destro della Chiesa in uno stato “laico” (vedi Andreotti, DICO e Afghanistan)? Di esponenti della sinistra radicale che quando sono all’opposizione gridano al regime berlusconiano e quando sono al governo lo fanno cadere per riconsegnargli il paese? Di leghisti che un giorno sì e uno no riaprono il parlamento padano e passano a pulire i treni dove si sono seduti extracomunitari, e poi mettono zii e cugini al parlamento europeo a 12000 euro al mese?
    Mi viene da pensare che ogniuno di questi rappresentanti ha una base di elettori che lo supporta e ai quali, alla fine, deve dar conto. In queste condizioni non si può sperare troppo in una politica che guardi lontano, che pensi all’interesse del paese, quando molti chiedono solo il proprio tornaconto. La politica italiana, sono d’accordo, è principalmente una politica dell’occupazione dei posti e delle cariche (poco importa se vieni elettto per rappresentare il paese e non sai chi è Mandela), ma è il popolo italiano che se la costruisce in questo modo. E, mi vien da dire, se la merita.
    A Vicenza non c’erano solo antiamericani, ma anche persone stanche di non sentirsi rappresentate. Non erano contro gli USA, ma contro un’operazione che li ha tenuti all’oscuro di tutto fino all’ultimo (e sulla quale questo governo non aveva grandi colpe, se non la troppa debolezza per dire di no). Sono le stesse (compreso il sottoscritto) che affollano i palazzetti e i teatri per andare a sentire Beppe Grillo e ridere amaramente per due ore del proprio paese, un paese semilibero (http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=251&year=2006) dove un comico che fa tour da 500.000 persone l’anno, antipa di anni crolli di borsa e crac finanziari, viene nominato tra i dieci personaggi dell’anno dal Time, pubblicizza innovazioni come Skype o il Wi-Max prima degli altri, non passa in tv e sui giornali, ma viene spiato dalla Telecom e diffidato dalla Consob che scambia una class action per “turbativa dei mercati”. Siamo davvero una repubblica delle banane.

  10. marco dicono:

    La separazione molto netta tra quanto accade nelle aule parlamentari (o a porta a porta) e quanto accade in rete mi preoccupa. Il punto non è tanto aprire o non aprire un blog ma iniziare un dialogo (ed un ascolto) con segmenti dell’elettorato (e della popolazione) che oggi sono molto distanti delle tradizionali forme di costruzione del consenso (mass media, manifestazioni). La rete è uno spazio un po’ disordinato e incoerente ma è ricca di idee, punti di vista, opinioni, che, seppure appartengono ad una nicchia, credo valga la pena recuperare ed immettere nel circuito politico. E’ poi compito del politico cercare di sintetizzare queste posizioni con altre che si formano in altri contesti cercando un terreno comune o iniziative in grado di costruire una convergenza.
    Oggi questa distanza è enorme. Molto spesso mi sembra di abitare in due Italie diverse: quella del dibattito asfittico televisivo-parlamentare-manifestaiolo e quella che vivo quotidianamente fatta di incontri di persone in carne e ossa e di dialoghi in rete. Guardo con angoscia al sistema politico e vedo pochissime capacità (e volontà) per cercare una riconciliazione tra questi due mondi. Non so sia un problema soltanto di classe dirigente, come dice Giancarlo. Credo che sia la politica così come la conosciamo oggi ad essere in grave difficoltà. A quando un upgrade per la nostra politica?

    Marco

  11. Stefano dicono:

    Per una di quelle coincidenze che coincidenze poi non sono L’espresso di questa settimana parla di onorevoli in versione “myspace” http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/02/22/onorevole-myspace/.
    Aggiungo che il Sole 24h dedica una pagina intera ai “blog della protesta e dell’orgoglio” proponendo alcuni fra i commenti più virulenti sul duo Rossi/Turigliatto.
    Fa piacere sapere che non siamo i soli a discutere dell’argomento; rimane il dubbio – leggendo i pezzi che ho citato – che chi scrive non percepisca fino in fondo la portata del cambiamento. I blog non sono solo la cassa di compensazione per i malumori del momento. La rete, più in generale, è lo spazio in cui riorganizzare la progettazione della politica e la produzione del consenso.
    SF si chiede cosa deve comunicare la politica. Porrei la questione in termini “interattivi”. La politica ha la sua agenda: si apra al confronto, parli con la gente attraverso il web. Ci sono scelte difficili da affrontare? Ci si confronti in rete per verificare punti di vista diversi. Per quello che ho potuto sperimentare nelle aule universitarie, un dibattito on line è un’ottima base per mettere in moto una discussione reale. Non credo a una democrazia senza partiti, ma solo un demente può credere che i partiti potranno continuare a sopravvivere così come sono organizzati.
    Giancarlo dice che non è un problema di tecnologie. Non ne sono convinto. La grande rivoluzione politica degli anni ’90 in Italia è stata gestita da un imprenditore che conosce profondamente le tecniche e le logiche della televisione (in senso lato, con sondaggi e focus group annessi). La politica di oggi, di destra e di sinistra, ha bisogno di passare dal paradigma della comunicazione di massa al paradigma del Web 2.0. E’ un pezzo importante del processo di modernizzazione del paese.

    Stefano

  12. sb dicono:

    Italy’s “magnificent seven” elderly senators hold key to political future.
    Così titolava ieri il Financial Times a pagina 2, in un articolo che commentava la recente crisi. Il titolo mi pare riassuma perfettamente le contraddizioni della nostra politica.
    Scommetto che i “magnificent seven” non sanno cosa sia un blog, un forum o una community. Credo anche che non siano tenuti a saperlo. Loro la politica vera la hanno fatta quando gli strumenti di comunicazione erano altri, quando il computer non esisteva e quando le mobilitazioni di piazza erano il vero strumento attraveso il quale la base elettorale esprimeva la propria forza e faceva sentire la propria voce. Le manifestazioni e le adunate di piazza si facevano in occasione di particolari eventi, e solo in quei momenti era possibile percepire le dimensioni della protesta, guardando alle dimensioni della manifestazione.
    Adesso credo che la situazione sia diversa. I modi di comunicare e di creare manifestazioni sono molto cambiati. Blog che affrontano i temi più rilevanti per la vita politica e sociale sono tantissimi e molti di loro contano migliaia di contatti al giorno. Molto più che in una manifestazione, nei blog le idee si incontrano, si confrontano e si rafforzano. Qualsiasi cosa accada nel mondo, in rete viene affrontata, discussa e commentata in un tempo molto più breve di quello necessario per pensare anche solo ad organizzare un manifestazione.
    Mi pare le cose siano molto cambiate, ma i “magnificent seven” sono ancora li, a decidere cosa vada bene e cosa no.

  13. renzo dicono:

    Leggendo il post di stefano e rileggendo vari commenti, mi sembra che in parte alcuni di noi non abbiano resistito. Stefano a partire da uno spunto (la attuale crisi di governo) poneva il tema del rapporto tra politica e comunicazione, lamentando amplificazioni, silenzi, divisioni e incomprensioni tra il mondo di internet e dei blog e quello dei politici e dei media. Molti di noi invece sono finiti a parlare di cosa oggi vuol comunicare la politica, sui rapporti tra oratoria politica e verità, fino a produrre valutazioni di carattere essenzialmente politico dell’operato di tizio o caio. Non credo sia questo il punto.
    Personalmente credo che il problema del rapporto tra comunicazione e politica sia il sintomo di una crisi più profonda che riguarda il problema del rapporto tra politica e partecipazione e quello sulla attuale agone politico.

    Rapporto tra politica e partecipazione. Due aneddoti.

    Alcuni anni fa un collega tedesco mi chiese perché mai in Italia a seguito della decisione del governo di allora di inviare truppe in Iraq, erano state fatte più di 1500 delibere comunali (mi citò un articolo che aveva letto) in favore o contro quella decisione. Dopo che io mi ero lanciato in una analisi politica del problema, lui mi bloccò immediatamente e mi disse una cosa del tipo “No. Non hai capito. Quello che io non capisco è come mai i comuni ne abbiano fatto materia di discussione. Da noi la politica estera è materia della camera dei Lander e non certo un argomento delle municipalità.”

    Pochi mesi fa, spinto da mamme e nonne preoccupate, mi occupai nel mio comunello di una faccenda riguardante alcuni alberi improvvisamente tagliati, che facevano ombra nell’area giochi del parco dove mio figlio d’estate passa i suoi pomeriggi (che così ora si ritroverà sotto pieno sole). Per prima cosa cercai di fare chiarezza sull’argomento, approcciando la questione da cittadino. Subito un grande polverone da parte degli amministratori/politici locali: Chi ero? Per conto di chi mi stavo muovendo? Quale era il mio obiettivo politico? Dopodiché, quando fu chiaro a tutti che mi ponevo da semplice cittadino, mi si rispose che gli alberi erano stati tagliati perché “alloctoni” e non “autoctoni” (lo giuro), che il fatto dell’ombra non era pertinente, e che comunque questa era una decisione presa dalla giunta su un progetto fatto da tecnici esperti (facendomi notare che io non lo ero). Chiuso l’argomento. A seguito di ciò cercai quali potevano essere i meccanismi democratici che potevo mettere in moto capire per rimettere in discussione la faccenda (ovviamente era più che altro una curiosità, dal momento che degli alberi tagliati non puoi rimetterli in piedi aggiustandoli con il vinavil). Scoprii così (basta leggere lo statuto, che sorprendentemente trovai su internet) che per farlo avrei dovuto muovere un referendum coinvolgendo fin da principio più del 50% degli venti diritto al voto, fino a concludere che comunque, ammesso che raccogliessi la maggioranza, alla fine il consiglio comunale poteva, motivandola meglio, riaffermare la propria decisione.

    Perché parlo di queste due cose così distanti tra loro, addirittura così ridicolmente distanti?
    Perché quello che quotidianamente percepisco nella politica nostrana è innanzi tutto la mancanza di “ambiti di partecipazione”. Non nel senso che non ci sia la possibilità di esprimere la propria opinione, manifestare il proprio sentire, dire ad alta voce ciò che si pensa, ma nel senso che sembra non ci siano luoghi dove poter capire e confrontarsi seriamente tra cittadini e politici/amministratori sui diversi problemi.

    La nostra è una democrazie deliberativa fondata sulla delega, nel senso che le decisione vengono prese da rappresentanti di cittadini, che da questi hanno avuto una delega – tramite il voto -. Funziona così. E’ decisamente difficile pensare a qualcosa di diverso. Ma quello che non mi va sono:

    A – l’indefinibilità delle questioni;
    B – le asimmetrie informative;
    C – la delega a vuoto.

    Per definire un “ambito” qualsiasi (di discussione, potere, decisione) devo infatti circoscriverlo.

    Prendiamo ad esempio Vicenza.
    Indefinibilità: cosa è in discussione a Vicenza? L’ampliamentoe o meno di una caserma, la pace, la politica americana o cos’altro? E’ un problema di rilevanza amministrativa locale o nazionale, o entrambe? E se sono entrambe, come si separano i diversi livelli di discussione e decisione e le diverse responsabilità? La definizione dell’ambito è importante perché a Vicenza non si capiva più niente: si mescolavano il disagio locale per l’impatto di una grande infrastruttura, l’ambiente, la vita associata, l’antimilitarismo e l’antiamericanismo.

    Asimmetria informativa: per dirla come me l’ha detto alcuni giorni fa Luca a proposito di Vicenza “Sai ho cercato di capire di che cosa si sta parlando, qualcosa che mi spiegasse realmente in termini semplici e neutri il problema, ma non l’ho trovato da nessuna parte. E non certamente sui giornali.” Più che di informazione, tutti parlavano e si scambiavano accuse (dai giornali nazionali alle tv locali) di “disinformazione”. In questo stato di cose, manipolazioni e strumentalizzazioni nei confronti dei cittadini sono sicuramente uno sport veramente troppo, troppo facile.

    Delega a vuoto: chi deciderà su Vicenza? Ha deciso un parlamento, deciderà una giunta comunale. Esistono meccanismi diversi? No. E’ tutto in mano a chi è stato eletto, senza possibilità di appello. Lo abbiamo capito. Un eletto, tra due elezioni, può fare quello che vuole, compreso approvare ciò che i suoi elettori non avrebbero mai approvato.

    Chiunque può rifare l’esercizio prendendo a spunto altri argomenti.
    In questo paese, ogni questione diventa minestrone senza capo, né coda (se ci pensate, in effetti perché fare 3000 delibere destinate a produrre un bel niente; io il mio sindaco l’ho eletto perché si occupi, ad esempio, del parco giochi di mio figlio), non c’è modo di capire (praticamente non esistono ambiti informativi condivisi e consultabili da un cittadino, sia che si tratti di una base militare, che di alberi i un parco giochi) e tanto meno di esprimere da cittadino un pensiero che possa avere un qualche peso.
    E’ dappertutto così? No.

    L’esempio più interessante in cui mi sono battuto è quello francese, dove un’apposita legge sulla “democrazia di prossimità” ha imposto un dibattito pubblico quando debbono prendersi decisioni che riguardano grandi collettività locali.
    “Per assicurare l’imparzialità della discussione, la procedura è affidata a una autorità indipendente, la Commission nationale du débat public, composta anche da parlamentari e di rappresentanza degli utenti e delle associazioni oltre che di giudici. Questa, direttamente o indirettamente, assicura lo svolgimento di ricerche indipendenti, garantisce che tutte le informazioni di cui dispone l’amministrazione siano fornite ai privati, organizza i dibattiti locali, verifica che le decisioni tengano accurato conto delle risultanze della consultazione” (cito l’articolo di terza pagina del Corriere della Sera del 18 febbraio scorso “Più democrazia ma senza Soviet” di Cassese).
    La Commissione cura periodicamente rapporti visibili su internet http://debatpublic.fr/docs/rapport_annuel/rapport_activite_2005.pdf

    Scusate se sono stato lungo. Ma il fatto è che solo adesso credo di poter compiutamente esprimere il mio pensiero in modo comprensibile.
    Io credo che internet ed in particolare il web2.0 possano costruire ambiti molto utili di partecipazione, ma credo che ciò sarà possibile solo dopo che la democrazia deliberativa italiana avrà definito istituti e procedure utili perché ciò questo avvenga, al di là dei soliti referendum che alla fine sono uno strumento in ostaggio ai partiti (e comunque io potrei farvi l’esempio di quesiti referendari che ancora ad oggi non sono riuscito a capire).

    Solo allora sarà possibile per i cittadini discutere e non più soltanto manifestare. Solo allora sarà possibile discutere ed eventualmente anche manifestare, sapendo per che cosa lo si sta facendo e senza il rischio di essere strumentalizzati.
    Ma ciò può avvenire solo se ci sono precise determinazioni in materia sugli oggetti (da noi invece soggetti ed oggetti di discussione si confondono in continuazione e senza via di scampo), le procedure, i diritti dei partecipanti, gli obblighi delle amministrazioni in rapporto agli ambiti partecipativi espressi.

    Se ad oggi l’e-democracy in Italia sta fallendo, è per questo motivo.
    Non conosco ad esempio un solo Comune che abbia rivisto il proprio statuto, per poter dare uno spazio serio a questa possibilità partecipativa.

    Ci vorrebbe più coraggio. Da qui il problema dell’agone politico.
    Alcuni sostengono, ed io sono d’accordo (ebbene sì, anch’io alla fine esprimo un pensiero politico), che il problema attuale non sia destra o sinistra quanto il confronto tra riformismo e massimalismo, che peraltro attraversa i due schieramenti.
    Se vogliamo, anche il tema di rifondazione della democrazia deliberativa si inserisce naturalmente con un elenco corposo di cose da rivedere, rifondare, riformare.
    Il problema è che se a parole i riformisti sembrano essere più dei massimalisti, in realtà questi ultimi hanno sovente la meglio. Qui mi fermo.

    Un ultima cosa, per farvi sorridere: http://www.youtube.com/watch?v=5xRR2iDfvoE&eurl=http%3A%2F%2Fwebeconoscenza%2Eblogspot%2Ecom%2F
    quando lo racconto tutti pensano che sia uno scherzo, e invece è vero.
    Di Pietro fa periodicamente il resoconto del Consiglio dei Ministri su YouTube.

    Di Pietro spiega su YouTube la crisi del governo dal suo punto di vista:
    http://www.youtube.com/watch?v=vXMQNvbVbX4

    Grande! Il mio non è certamente un giudizio politico, ma civile.
    Per intenderci: grande come Casini che chatta.
    Chiaro: siamo ancora lontani da tutto quanto quello che ho prima detto. Ma è consolante che qualcuno stia provando a comunicare in modo diverso. Ogni tanto mi piace essere stupito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *