Terrore del nuovo

Dopo i fatti dei giorni scorsi ospitiamo un doppio post sul tema del terrorismo.

Terrore del nuovo

La scorsa settimana abbiamo appreso che il terrorismo brigatista, che molti davano per morto, covava ancora, minaccioso, sotto le ceneri di un passato lontano, che si ostina ancora a bruciare. Il passato, che questi terroristi tardivi vorrebbero imbalsamare in un presente perenne, è quello dei grandi conflitti sociali, della contrapposizione fra capitale e lavoro, dell’antagonismo di classe. Probabilmente, è anche per questo che l’ambiente organizzativo in cui si sentivano meglio ospitati era quello della Fiom Cgil, una delle poche grandi organizzazioni di rappresentanza dove queste vecchie contrapposizioni trovano ancora una qualche cittadinanza ideologica. Il che, intendiamoci, non significa affermare che fra terrorismo e sindacato, per quanto radicale, ci sia continuità. Ma non possiamo nemmeno ignorare come il terreno in cui certe idee nascono e maturano possa essere comune. La questione centrale rimane, comunque, la resistenza ad ogni ragionevole riforma che si ponga l’obiettivo di affrontare le nuove contraddizioni sociali, sempre meno legate al conflitto storico fra capitale e lavoro e sempre più interne, invece, allo stesso mondo del lavoro: fra lavoratori precari e garantiti, fra outsider e insider, fra giovani e anziani, fra immigrati e locali. Soprattutto, fra quei lavoratori che assumono su di sé i rischi dell’innovazione e chi, invece, vede nel cambiamento solo minacce e frustrazioni. Il lavoro è oggi attraversato da queste fratture, che rompono l’antica solidarietà di classe e rendono necessarie regole nuove, capaci di riportare equilibrio in un sistema di welfare ingiusto e inefficiente. Ecco perché nel mirino dei brigatisti c’è sempre un economista o un giurista del lavoro coraggioso – Ezio Tarantelli, Gino Giugni, Giovanni D’Antona, Marco Biagi e, oggi, Pietro Ichino – che si sforza di dare risposte concrete ai nuovi problemi, riconoscendoli per quello che sono e non per ciò che un’ideologia vecchia e sepolta vorrebbe che fossero. Ma è anche per questo che Padova e il Nord Est continuano a rappresentare un area così fertile per il terrorismo brigatista. Perché qui più che altrove i vecchi conflitti di classe sono stati superati dall’affermazione del capitalismo personale, e dove la vera “autonomia operaia” si è sviluppata con l’imprenditorializzazione del lavoro, veicolata sia dalla diffusione delle piccole imprese industriali e di servizio, ma anche da nuovi rapporti di lavoro salariato. Tutto questo non ha affatto cancellato i conflitti distributivi, né ha reso meno necessaria la rappresentanza di interessi collettivi. Ma ha spostato in avanti la frontiera dei bisogni, sempre più legati ad una domanda di conoscenza come condizione per accrescere il potere di mercato del singolo lavoratore e, allo stesso tempo, dare significati espressivi al proprio lavoro.
In tale contesto, aggrapparsi alle vecchie ideologie non aiuta a vedere i nuovi problemi, né perciò a trovare le soluzione adeguate. Crea, semmai, quel senso di rabbia e frustrazione in chi si sente ai margini della storia, e in chi ricerca con disperazione un senso che con lo sguardo rivolto al passato non potrà mai trovare.

Giancarlo

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Terrorismo nel veneto

Perché di nuovo il Veneto? I recenti arresti nel padovano di esponenti dell’ala movimentista delle Brigate Rosse hanno riportato sulle prime pagine dei giornali la vecchia immagine del Nord Est culla di radicalità politica violenta, di estremismo terrorista o fiancheggiatore. Senza dubbio Padova ha una lunga storia di tensioni e violenza politica, a partire dagli anni settanta: dalle gambizzazioni di docenti universitari alle “notti dei fuochi”, agli arresti del sette aprile. Umberto Curi, sulle colonne del Corriere del Veneto, ha cercato la spiegazione di queste derive nella struttura del consenso politico territoriale. Dal dopoguerra ad oggi il Veneto è stato dominato dalla destra, passando in blocco dalla Democrazia Cristiana di Bisaglia alla Lega e Forza Italia. La sinistra storica, che sarebbe tradizionale produttrice di collanti sociali, è sempre stata minoritaria e sostanzialmente ininfluente. Di qui, secondo Curi, il fiorire di derive eversive e “antisistemiche”. La lettura squisitamente politica non sembra però capace di esaurire la questione. E’ ormai noto che l’identità collettiva si costruisce sulla base di linguaggi, scambi simbolici, narrazioni condivise, per dirla con Lyotard. Quali le narrazioni condivise, nel Veneto? Quali le forme identitarie che producono inclusione o esclusione? E quali, infine, i modelli rispetto ai quali si aderisce o si rifiuta? Impossibile tentare qui un’analisi con pretese di completezza. Citerò solo alcuni temi generalissimi. Il valore dell’intrapresa individuale o familiare, la rimodulazione dell’etica del sacrificio, l’eclissi del lavoro dipendente. Molto altro si potrebbe aggiungere. Di certo anche in questa direzione bisogna guardare, per capire cos’è accaduto.

Romolo Bugaro

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