PMI: le star dell’innovazione

Venerdì scorso (2 feb) si è tenuto a Padova un convegno sull’innovazione high tech. Mi aspettavo un po’ la solita solfa: l’Italia investe poco in innovazione, non ci sono le grandi imprese che fanno R&S, laureiamo pochi ingegneri, ecc. Invece la discussione ha preso una piega inaspettata. Il merito spetta ad Ezio Andreta, presidente dell’agenzia per la promozione della ricerca europea, che nella sua keynote propone un punto di vista spiazzante. Secondo Andreta l’innovazione poggia su quattro pilastri: cultura del rischio, imprenditorialità, dimensione locale, visione (progettualità di lungo periodo). L’assunzione: l’innovazione la fanno gli imprenditori – rischiando – all’interno di sistemi locali in grado di far maturare le idee più promettenti. Sono le PMI i veri motori dell’innovazione, le grandi imprese sono molto più conservative e spesso preferiscono fare shopping di tecnologie elaborate da altri. Ce ne sarebbe abbastanza per fermarsi e discutere. Ma Andreta prosegue, imperterrito. Le tecnologie attuali, anche quelle che pensiamo più avanzate (microelettronica, fotovoltaico, ecc.), hanno raggiunto il capolinea, sostiene. Ora è necessario un cambio di marcia. Innovare significa progettare nuovi mondi e nuovi prodotti, non ottimizzare soluzioni tecnologiche preesistenti. Bisogna rispolverare un approccio interdisciplinare, rinascimentale, abbandonando la linearità illuministica e l’eccessiva specializzazione. L’uomo e la società devono essere al centro del processo di innovazione. Abbracciare l’economia della conoscenza, richiede soprattutto un nuovo modo di pensare il rapporto tra ricerca e industria, dove è la prima a trascinare la seconda e non il contrario. Per l’Italia è una bella notizia.
Dalla discussione durante il convegno sono emersi tre spunti interessanti. 1. maggiore cultura del rischio all’interno delle istituzioni e delle società. Chi fallisce è oggi socialmente stigmatizzato e penalmente perseguibile. Dobbiamo essere più tolleranti verso chi rischia e anzi pensare a meccanismi di incentivo. 2. nuovi sistemi di finanziamento. I venture capital non funzionano bene in Italia. Alessandra Perrazzelli, di Intesa-San Paolo, spiega che i meccanismi di finanziamento devono essere maggiormente flessibili: si discute con l’imprenditore e si condivide il suo progetto fin dall’inizio, valutandone le potenzialità, non le garanzie reali. 3.il ruolo delle università. Mario Carraro, richiama una maggiore propositività del mondo accademico. E’ nelle scuole di dottorato o nei dipartimenti che nasceranno gli imprenditori del futuro. Non più formazione specializzata dunque, ma spazio a nuovi percorsi interdisciplinari (tecnico-umanistici) sul modello del nuovo politecnico. Abbiamo un potenziale da spendere. Più che seguire modelli a noi lontani dobbiamo valorizzare le nostre caratteristiche all’interno di una visione condivisa. Con coerenza e senza paura.

Marco

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