Distretti in movimento

Ad Arezzo si è tenuto lunedì 29 gennaio un importante convegno nazionale sulle politiche per i distretti industriali a cui hanno partecipato studiosi e operatori economici, esponenti del governo nazionale (fra cui il ministro dell’innovazione Luigi Nicolais) e delle amministrazioni regionali. L’occasione era importante per capire come il tema dei distretti viene oggi considerato nell’agenda di politica economica del governo e delle diverse regioni. Com’era prevedibile, la risposta del governo è stata interlocutoria: i distretti industriali non sono in cima alle priorità politiche ma non sono nemmeno stati dimenticati. Piuttosto che dedicare loro una specifica politica – che, per altro, rimane competenza delle singole regioni –  i distretti si trovano di fatto a rientrare in molte altre misure economiche, soprattutto in quelle di sostegno all’innovazione e al made in Italy. Questa ambiguità non è, tuttavia, solo frutto di tatticismo. In realtà, è il tema stesso dei distretti a risultare oggi più sfuggente, e il convegno di Arezzo è se non altro servito a mettere a confronto le diverse posizioni interpretative sull’argomento. Semplificando un po’ possiamo individuare due fronti: da un lato chi difende il tradizionale distretto manifatturiero quale caratteristica fondamentale e difficilmente modificabile del paesaggio industriale italiano; dall’altro chi considera i distretti dei sistemi locali dell’innovazione, dove i processi di cambiamento, differenziazione e apertura internazionale costituiscono fattori di forza del modello, anche se questo può portare a mutare in profondità l’originaria natura manifatturiera del distretto. Queste due posizioni hanno corollari di politica economica molto diversi. Nel primo caso, i distretti vanno riconosciuti e tutelati alla stregua di “campioni nazionali”, usando politiche industriali dedicate e, se necessario, anche specifiche politiche commerciali, come nel caso della richiesta di dazi per contrastare la concorrenza asimmetrica della Cina verso il made in Italy. Nel secondo caso, invece, i distretti costituiscono un insieme di iniziative in movimento, che si costruiscono in base alla volontà delle imprese e delle forze locali di riconoscersi su strategie comuni di sviluppo e alla capacità di creare filiere innovative. In questa seconda accezione, un ruolo importante è svolto dalle imprese leader, che possono diventare interlocutori privilegiati per le iniziative di rafforzamento del tessuto produttivo locale. Nel convegno di Arezzo sia il Governo nazionale che le Regioni hanno fatto capire di scegliere questa seconda direzione. Il ministro ha infatti parlato dell’importanza di accompagnare le imprese distrettuali nelle nuove catene del valore, e di favorire il processo di crescita dei servizi innovativi come condizione per mantenere il controllo sui processi industriali. Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno dal canto loro dimostrato di non essere affatto indietro, e di potere svolgere in questa operazione di rinnovamento delle politiche industriali un ruolo di battistrada. Si tratta di una buona notizia, sia per i “nuovi distretti” che stanno nascendo all’interno e all’esterno di quelli tradizionali – come il packaging e la meccatronica, la bioedilizia e il safety sport, i cluster tecnologici, i parchi alimentari e le città della moda – sia, più in generale, per l’economia italiana. Parlare di “campioni nazionali” riecheggia, infatti, una linea di politica industriale che ha fatto il suo tempo e molti danni. L’Italia non ha bisogno di protezioni ma di dare spazio a nuovi sistemi imprenditoriali, capaci di produrre beni e servizi di qualità per i mercati in espansione dell’economia mondiale. Come sta avvenendo in altri paesi moderni, i distretti possono avere un futuro se sapranno diventare strumenti per stimolare gli investimenti in innovazione e, soprattutto, se saranno in grado di attirare capitale umano e creativo specializzato. Altrimenti, diventeranno presto materia per i libri di storia. Una storia gloriosa, ma oramai finita.

Giancarlo

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