15 megabyte di notorietà

Per una settimana la home page del sito Diesel è stata requisita da due bellocce di nome Heidi che, dopo aver rapito tale Juan venditore di intimo (ovviamente Diesel), hanno dettato le loro condizioni di fronte a cinque web cam piazzate nella camera di un anonimo alberghetto. Heidi 1 e Heidi 2 avevano le idee chiare: volevano diventare modelle di Renzo Rosso e conquistare la loro fetta di notorietà. Non il quarto d’ora di cui parlava Andy Wharol; macché. Volevano i 15 megabyte di video che ormai non si negano a nessuno. E ce l’hanno fatta.
Per una settimana chi è cascato sulla home page di Diesel ha potuto guardare in diretta le efferatezze perpetrate delle due Heidi sul malcapitato: prima ammanettato al letto, poi depilato senza pietà, poi coinvolto in battaglie di cuscini, infine protagonista di una terrificante mascherata in cui le due, vestite da panda, se la prendono contro di lui in versione dinosauro rosa. Per chi non fosse riuscito a sintonizzarsi live, tutto questo straordinario materiale documentale è stato archiviato nei soliti youtube.com (per i video) e flikr.com (per le foto).
Non so se l’operazione possa essere chiamata un successone. I download dei video sono stati tanti, è vero. Ma se cercate “heidies” e “diesel” su technorati.com (il motore di ricerca dei blog per eccellenza) troverete una settantina di post che hanno rilanciato la notizia. Un po’ pochini per tanta sortita mediatica. Nemmeno i siti che riprendono al volo questo tipo di incursioni nel guerilla marketing (cito fra tutti disruption) si sono scaldati per l’esperimento di Diesel. Eppure si tratta di un tentativo interessante: mescolare il genere più in voga della tv (il reality show) con i nuovi media fai-da-te (dai blog a youtube), per affidare al popolo della rete il lancio di una nuova linea di prodotti.
Forse i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative (nello specifico, credo che gli utenti internet siano meno voyeur degli spettatori televisivi, anche perché possono contare su materiale in abbondanza). Va dato atto a Diesel di aver provato a innovare su un terreno – la “cross-medialità” – che le nostre testate televisive e giornalistiche considerano, nella maggior parte dei casi, un tabù. La materia è complicata, ma vale la pena provarci. Riuscire a trovare soluzioni innovative su questo terreno rischia di annullare, almeno in parte, lo svantaggio con cui molte piccole e medie imprese italiane si affacciano sulla scena dell’affollatissimo mercato globale.
Non siamo stati campioni dell’e-commerce; forse è questo lo spazio per la nostra rivincita in rete.

Stefano

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17 Responses to 15 megabyte di notorietà

  1. Tomas dicono:

    Non so quali fossero le aspettative e quindi se i risultati saranno giudicati come deludenti da Diesel.
    Il dato su Technocrati che citi sembra comunque evidenziare una difficoltà di fondo e cioè che per quanto l’azienda sia nota e aperta a nuove sperimentazioni in tema di interazione e utilizzo dei nuovi canali di comunicazione è difficile emergere in rete con iniziative spot.
    La vastità dell’offerta è enorme e la rapidità con cui le idee diventano obsolete è tale che spesso non si giustificano progetti aziendali di questo tipo. Anche a Fiat ad esempio non era andata meglio con il lancio della nuova 500: pochi partecipanti, poca spontaneità, poca visibilità.
    Diverso è invece il discorso se pensiamo a nuove piattaforme che si specializzano su dei filoni specifici ed innovativi e riescono ad aggregare con continuità utenti interessati ad interagire in modo diverso. E’ stato così con YouTube, CurrentTv e altri casi di successo.
    Chi arriva dopo, copia e soprattutto non da continuità, difficilmente lascia il segno.

  2. marco dicono:

    Un commento al volo sull’operazione Diesel. Tutto mi è sembrato un po’ tarocco, falso, e devo dire anche molto scontato. Hanno preso le solite due gnocche, le hanno messe in una stanza seminude (o semivestite, come preferite) a fare giochetti in stile sadomaso (tutto però molto edulcorato e politically correct), facendo finta di torturare il belloccio malcapitato. Una versione un po’ light ed insapore dell’Internet più libertaria ed esplorativa. Perfino la tv con il grande fratello o con la pupa ed il secchione (la versione hot è stata un successone) ormai osa di più e sembra perfino più credibile (la modella che non sa chi è Dante potrà anche esser un’operazione studiata a tavolino ma è quanto meno verosimile). Siamo distanti dal quel sottile gioco di ambiguità di lonenlygirl15, il fenomeno dei fenomeni di youtube, dove attorno alla figura di Bree c’èra un mondo tutto da scoprire. Nel caso delle Heidies, manca del tutto lo spunto narrativo, il mistero che fa nascere la curiosità e l’interesse. In più Diesel ha (volutamente) sostenuto il progetto in prima persona attraverso il sito Web. Un’operazione marketing dichiarata, che ha tolto forse anche quel minimo retrogusto di buco della serratura modello B movie italiota. A quanto pare non è bastato il mitico binomio markettaro/televisivo, sesso e violenza (o viulenza, alla ecceziunale veramente), per attrarre l’attenzione dell’ormai ampiamente svezzato utente internet. Questa esperienza forse ci insegna che bisogna metterci qualche cosina in più, di contenuto ma anche di stile, per essere incisivi. E che questo nuovo mondo costruito dall’aggrovigliarsi di diversi media sia tutt’altro che facile da intepretare se perfino un’azienda del talento comunicativo di Diesel ha avuto delle difficoltà.
    La strada però sulla quale Diesel ha deciso di cimentarsi è interessante e promettente dal punto di vista dell’evoluzione della disciplina del marketing. Speriamo nella prossima puntata.

  3. Sinceramente, questa comunicazione Diesel sarà pure avanti anni luce rispetto al resto dei media italiani, ma se confrontata con la comunicazione globale (e se vai su Internet e ti chiami Diesel quello è il tuo campo d’azione) non funziona semplicemente perchè è un’idea vecchia.
    Ancora finto reality/finti hackers… uffa.
    Ormai anche il pubblico fuori dagli addetti ai lavori ha capito che parisexposed.com è architettato malamente, e che Sandi Thom faceva sì i concerti in streaming dal suo garage, ma la banda larga la pagava Time/Warner. O il nuovo Freddie Mercury scoperto su MySpace… avrà pure 30.000 friends (onestamente, mica poi così tani), ma il paginone/marchettone su ‘Repubblica’ lo prenota la sua casa discografica a suon di spazi pubblicitari acquistati.
    Ci stiam facendo fregare doppiamente, perchè non solo ci propinano una comunicazione fondamentalmente ‘falsa’ ma, nel farlo, ci torcono contro i mezzi di comunicazione virale che dovrebbero proprio aiutarci a trovare un qualche spiraglio di realtà. E invece scavi e scopri che quel video fichissimo, alternativo, totalmente indie, che fa centinaia di migliaia di hit grazie al passaparola (tu credi), poi risulta essere un prodotto del brainstorming del settore marketing di qualche gigantesco conglomerato multimediale, e ti senti, veramente, all’interno del Truman Show.

  4. Credo che varie realtà italiane ci stiano provando in questo momento. Nuovi formati, nuovi media, guerrilla spesso visto come moda e una “necessità di esserci” che forzatamente cede qualcosa a strategia e pianificazione, soprattutto in virtù del fatto che è possibile lanciare queste iniziative come si lancia un meme (molto in voga tra i bloggers di questi tempi), ma non si sa dove il buzz porterà. Abbiamo avuto diversi esempi di ritorni, talvolta esaltanti (penso a lonelygirl), altre volte veri e propri boomerang (si è parlato fin troppo del finto blog di casa bonduelle). Secondo me questa volta Diesel non ha fatto bingo, e già questo fa notizia, comunque l’estrosità aziendale permetterà a mio avviso reazioni miti ma non scomposte alla nuova iniziativa, che denota comunque la voglia di provarci.
    Forse dobbiamo ragionare sul ruolo della verità in questi strumenti di massimizzazione della relazione, “ti porto in casa la mia azienda” ma “devo anche dirti qualcosa di convincente”, credo che lo stia facendo benissimo FIAT con il blog dedicato a bravo che rappresenta un’innovazione importante. Mi pare che l’azienda torinese puntando sul non convenzionale (e non solo) abbia dato alla propria immagine nuova linfa e la percezione del brand attualmente sia molto migliorata. Sia con 500 che con Bravo Fiat sta generando “Passion-of-pre-launch” molto in anticipo rispetto al prodotto, con un lavoro di pr e pervasività dei nuovi media invidiabile, non mancheranno le campagne stampa e tv (che sono partite in questi giorni) ma di certo questo tipo di comunicazione integrata è molto interessante. Anche il fatto di raccontare qualcosa di interessante, vedere le persone e i luoghi, far entrare in azienda, è di certo una scelta importante in termini di comunicazione. Io credo che la chiave sul web sia “metterci la faccia”, se è qualcuno a parlarti vorrai capire chi è, e se gli darai fiducia lo autorizzerai a una successiva comunicazione (su un livello diverso rispetto ai media tradizinali), l’ambiguità proposta da diesel è un ulteriore fattore di complessità che probabilmente posto sul sito ufficiale non ha dato gli esiti sperati, la curiosità non si è accesa perchè si è capito subito che “c’era qualcosa sotto”, diversamente da quanto accaduto con lonelygirl. C’è quindi una componente aleatoria nella progettazione e implementazione di questi strumenti, bisogna essere sempre “sulla notizia” (molto innovaitva la ragazza del metrò il cui marketing integra on line e off line), portare curiosità, divertimento e mistero, oppure massimizzare la relazione con lavori orientati alla verità in pieno stile fiat, non c’è spazio forse per soluzioni intermedie senza un obiettivo preciso, la rete è particolarmente dispettosa in questo senso

    Giorgio Soffiato

  5. sm dicono:

    Più ci penso e più mi convinco che l’errore di Diesel sia stato puntare sul reality. Il reality è il cavallo di battaglia della tv commerciale, ha preso possesso di metà palinsesto generalista, propaga i suoi protagonisti come virus nelle terrificanti adunate televisive della domenica pomeriggio. Poche intersezioni con il popolo della rete; una distanza culturale e antropologica siderale dal navigatore Internet.
    Forse scommettendo su un altro genere l’operazione “cross media” poteva riuscire. Lost scatena siti e comunità di tutti i tipi. E’ un telefilm. Ottima fiction. Nessuna pretesa di catturare la vita “vera” dal buco della serratura. Magari finanziare una miniserie di giovani talenti da proporre in rete potrebbe innescare qualcosa di diverso. Telefilm da 10 minuti da scaricare via iTunes e comunità di lettori/spettatori che commentano. Forse così funziona. Che dite?

    Stefano

  6. Stefano,

    produrre contenuti artistici di livello sponsorizzati da un brand sembra essere il trend che stanno sviluppando/analizzando adesso le maggiori agenzie di pubblicità: la creazione di significato attraverso la creazione di contenuti (e/o eventi).

    Il finto reality Diesel non funziona perchè mente, dice di voler essere altro (come la messa in scena di Truman Show non è la vita reale ma dichiara di esserlo). E quando il pubblico sente che c’e’ del falso, scappa. Ma se Diesel avesse prodotto una bella sitcom, dichiarando apertamente che era una sitcom, forse il pubblico l’avrebbe apprezzata maggiormente.

    Diciamolo apertamente: siamo stanchi degli spot, siamo stanchi del product placement nei film, dei pop-up e di tutto il resto. Dopo tutti questi anni, i consumatori sono saturi di pubblicità, e siamo tutti diventati troppo intransigenti. L’advertisement per vincere l’attenzione del pubblico deve scontrarsi ad armi pari con tutti gli altri contenuti a disposizione dell’utente. Quando sfoglio una rivista, la pubblicità deve interessarmi più dell’articolo a fianco per decidere di dedicare del tempo a leggerla. E sul web? Pensa a tutti i contenders per l’attenzione del navigatore che vanno contro ad uno spot pubblicitario!

    Che io sappia, la Nike si sta già muovendo in questa direzione, finanziando direttamente dei documentari sportivi al posto di comprarci semplicemente degli spot all’interno. E so anche di un grosso marchio che sta valutando il progetto di costruire una galleria d’arte contemporanea (no, non la Punta della Dogana!) per avvicinare il suo brand a un target specifico di pubblico. Altro che spot e finti reality, o bottiglie di Chinotto, pacchetti di sigarette e telefonini in mezzo ai film!

    Massimo

  7. marco dicono:

    Ho la sensazione che siamo di fronte alla nascita di un nuovo modo di fare comunicazione, in cui l’azienda non deve più o solo limitarsi a fare genericamente rumore (pubblicità, product placement, link a pagamento) ma deve proporre contenuti innovativi e di qualità. Soprattutto in alcuni settori, questa tendenza è molto accentuata. Nella moda così come nello sport, ad esempio, le aspettative che i consumatori hanno nei confronti dei brand sono molto elevate. Si ricerca costantemente l’effetto sorpresa, il particolare in grado di far sognare, regalare un’emozione, di spiazzarti. Non sono delle generiche aspettative per un prodotto industriale, sono meglio qualificabili come aspettative culturali che si proiettano verso il mercato e le imprese. Se queste sono le premesse, è difficile poter soddisfare queste richieste con modelli oggi ordinari che puntano più ad accrescere la visibilità (n. di passaggi, impressioni, ecc.) che a proporre un contenuto originale.
    Penso che i brand debbano diventare (anche) dei promotori culturali, delle agenzie capaci di colpire l’interesse del consumatore con una proposta che vada oltre la dimensione del prodotto. Nike, l’esempio citatato da Massimo, con i documentari ma anche Ferragamo con le proprie vetrine che diventano galleria d’arte contemporanea sono in linea con una nuova idea di comunicazione e di brand. In cui dimensione industriale e culturale sono difficilmente separabili. Credo che ci sia molto da imparare dall’industria editoriale (almeno nei casi più innovativi) dove questo intreccio è congenito. Il successo di Adelphi fa riflettere: una proposta culturale, innovativa (Calasso e la sua idea della letteratura e del mondo), una design editoriale originale (minimal chic), un posizionamento chiaro, ed una capacità di essere presenti a più livelli nei canali distributivi. Che differenza c’è con Diesel?
    So che alcuni storceranno un po’ il naso, ma credo che parte dell’industria più di massa si stia editorializzando. Tanto che forse a termine, è una provocazione lo ammetto, sarà sempre più difficile distinguere tra blasonati editori e brand commerciali. Magari tra qualche anno, in uno scaffale di una tranquilla libreria a fianco dell’ultimo libro di Umberto Eco sarà naturale trovare un paio di jeans di lusso. E’ un male?

  8. vladi dicono:

    Orpo. La proposta di Marco e’ hard core ma credibile. Dovremmo pensarci, ma vorrei tornare al commento di Stefano che secondo me ci ha preso.
    Le dimensioni delle comunità di Lost, Desperate Housewives, 24 danno la misura di un mercato per una cultura pop innovativa. In giro ci sono nuovi generi televisivi – non solo televisivi per la verità – che accomunano l’utente della rete e quello della pay tv (che poi e’ spesso lo stesso). Lost, 24, DH hanno molte caratteristiche in comune: ci sono decine di trame che si incrociano, le storie sono indefinite, lo scorrere delle puntate è uno stillicidio di dettagli ed indizi che verranno usati nei momenti più inaspettati. Le trame sono aperte ad altre narrazioni e media: Locke è Kurtz/Brando, l’America di X files e’ quella parallela di molta teoria del complotto. Tra un episodio e l’altro della famiglia Brady o della dottoressa Gio’ la nostra vita continua, ignara e tranquilla. Tra un episodio e l’altro di Lost o 24 c’è il rischio di mandare in pappa il cervello: si cerca di capire, si rivedono puntate vecchie da reinterpretare alla luce dell’ultima, si fanno ipotesi e teorie in rete ed in ufficio. Sono storie interattive e partecipative, ipertesti nel vero senso della parola, richiedono di conoscere molti testi di complemento e ci invitano a costruire un mondo. E’ come se gli sceneggiatori si divertissero a darci dei blocchi di Lego per farci costruire qualcosa e poi godessero nel distruggere di settimana in settimana le nostre teorie per rimandarci in giro a cercare di trovare soluzioni. La gente a cui mirava Diesel e’ questa, che non sa che farsene di un reality finto pruriginoso. Ecco perchè non ha avuto successo secondo me.
    La TV generalista è quella del qui e ora, della semplificazione. Quella di Lost e’ la tv (e la rete) dell’esplosione dei fili e della co-creazione di mondi. Penso che nel fare pubblicità e comunicazione si debba tenere conto di questo doppio binario. Sul tema c’è un libro molto brillante di Stephen Johnson “tutto quello che fa male ti fa bene”, ve lo consiglio.

  9. renzo dicono:

    Non so se la faccenda sta producendo qualche vendita in più a Diesel.
    Ma anche fisse ho comunque trovato il tutto molto stupido e vuoto.
    Personalmente credo che un minuto della mia vita valga qualcosa… e spenderlo per guardare queste trovate marketing… insomma…., non ritengo ne valga la pena.
    “La vita è breve e il tempo e poco”.

    Sono superficiale? Forse non so guardare all’innovazione della tecnica del messaggio?

    Che peccato! Forse il problema è che più invecchio, più che di tecnica sono alla ricerca di contenuti…O meglio: di contenuti autenticamente innovativi.
    E in questa “trovata”, non sono riuscito proprio a trovarne…

  10. markettara dicono:

    Nei commenti sopra si è detto già abbastanza.
    E mi trovo molto d’accordo con ogni critica fatta.

    Sul blog non ho deciso di parlare di Diesel, è vero. Ma cosa c’è da dire? L’ennesimo caso di insuccesso dovuto al “famolo virale”. Sono tante le aziende, oggi, affascinate dalla visibilità e dal passaparla che le iniziative di marketing non convenzionale riescono a generare. E questo è un bene. Il problema, sta nel credere che sia facile, nella scarsa preparazione, e nella convinzione (correggetemi se sbaglio) che i pubblici del messaggio siano dei “cretini”. Ecco allora che nella corsa al rival marketing (sì, rival, perché si vuole imitare il competitor), gli impreparati improvvisano, scegliendo la strada erroneamente ritenuta più facile: sesso & trash.

    Così facendo, queste brand non producono alcun tipo di contenuto, e l’utente (che è intelligente) fiuta la finta trappola in cui vogliono farlo cadere. In più, oltre alla falsità ed alla mancanza di contenuti, non c’è curiosità e neppure intrigo. In sintesi, nessun motivo valido per comunicare.

    Il risultato? Indifferenza.

  11. Valentina dicono:

    Difficile non concordare con quanto già scritto nei post i risposta; Diesel con questa iniziativa ha sbagliato nei contenuti, ha sbagliato nei modi, ha sbagliato nei tempi.
    Ma di cosa stiamo accusando il buon vecchio renzo rosso?L’ambito in cui ha cercato di inserirsi è molto molto difficile, come molti di voi hanno già detto. L’utente di Internet è disincantato, molto esigente e sommerso da enormi quantità di messaggi tra i quali la pubblicità ricopre l’ultimo posto nella lista dei sui interessi. L’opera era alquanto ardua. Ma è davvero questo che dobbiamo chiedere e pretendere dai nostri imprenditori? Che ogni colpo un morto? Io penso che da tutta questa faccenda la cosa più importante da sottolineare è che Renzo&C, ci provano. Ci provano a essere un azienda interessante anche in rete (considerando che è un impresa essenzialmente off-line, mentre per i vari you tube e dintorni la rete è il luogo principe ma anche unico dove competere per accaparrarsi l’attenzione del popolo cybernautico). Ci provano a riempire di contenuti nuovi, anche se discutibili e magari non originali , il sito.
    Perchè confrontare Diesel con you tube o qualche nuova serie televisiva fa molto new economy e knowldge economy e contaminazione di settori etc etc etc, però è anche un po’ scorretto.
    Perchè è vero che non è riuscita bene nell’intento, ma è vero anche che comunque quello di Diesel è l’unico sito di aziende del Made in Italy più tradizionale e low tech che si aggiorna continuamente cavalcando le onde dei nuovi modi di comunicare e manie della rete.
    Quindi quello che io, e penso qualche altro navigatore, ricorderò di questa vicenda è che comunque Diesel nel suo sito propone sempre qualcosa di nuovo, che cerca di avvicinarsi ai nuovi interessi dei naviganti(come in altre occasioni è già riuscito a fare). E più che “incolpare” Renzo lo indico come esempio a tutti i nostri cari imprenditori e padroncini o presunti tali. Perchè quello che manca a noi in Italia non è tanto qualcuno che ci riesca, quanto proprio qualcuno che, almeno, ci provi.

  12. Sicuramente la complessità del marketing attuale ci porta a provare a pianificare e gestire soluzioni caotiche non pianificabili e non gestibili, al massimo si può lavorare sulle premesse sperando che dal momento del lancio in poi questi “asprianti memi” compiano il percorso all’azienda più congeniale.

    A mio avviso va dato atto a Diesel di averci provato ma la lezione che si può trarre da un’azienda cosi marketing-oriented è anche a livello di fondamenta: non si può lavorare sui target sbagliati. Diesel vende jeans abbondantemente oltre i 100 euro, da tempo ne definiamo il consumatore-tipo come dandy, disincantato, menefreghista, border line, uno insomma che se cerca la donna nuda la cerca più nuda e se cerca l’arte vuole l’arte diversa. Diesel ha comunicato al target dell’oviesse con un reality da bar e un pò di sado-nudo. Ci sta di sbagliare, serve per imparare, sempre meglio dell’immobilità, il problema è che da diesel ci si aspetta di più, oggi un video virale è molto meno creativo di un’affissione.

    Giorgio Soffiato

  13. http://www.marketing-alternatif.com/2007/01/24/diesel-le-buzz-de-la-semaine/

    per correttezza va detto che i francesi parlano in maniera meno negativa di noi del caso diesel, Interessante notare per l’ennesima volta come all’estero il brand diesel sia davvero percepito con una sorta di venerazione

  14. sm dicono:

    Il punto di markettara mi convince: ci si lancia in rete con gli stessi presupposti con cui si affrontano il prime time di rete4 e il settimanale gender. Difficile non cascare nella tentazione di metterci un po’ di sesso per dare una scossa agli accessi. Il risultato è poca cosa.
    Però (e qui sono d’accordo con Vale) il problema di come organizzare questi spazi e questi nuovi dialoghi rimane. Difficile pensare che le agenzie che gestiscono oggi il piano media di una media impresa siano in grado di capirci qualcosa. Manca un libricino, un decalogo di partenza, una qualche indicazione. Certo ci sono i blog, c’è qualche sito con buone idee, molto passaparola. Ma non credo che basti per fissare i presupposti di un vero marketing alternativo.
    Qualche ideuzza per un nuovo manuale?

    Stefano

    ps. non siamo gli unici a pensarci sopra http://www.wired.com/news/technology/internet/0,72633-0.html?tw=wn_index_3

  15. renzo dicono:

    “Affinché un linguaggio operi come linguaggio, cioè come strumento di comunicazione, ci deve essere accordo su quello che dà significato ai suoi enunciati: sulle condizioni di verità o sull’uso, su ciò che li rende veri o su come possono essere riconosciuti come veri.”

    Non l’ho detto io (magari fossi così limpido!), ma Michael Dummet.

    Significa andare oltre il semplice formalismo del pensiero. Se no è così… allora è solo un parlare, parlare, parlare, senza dire nulla (ed in effetti quest’ultimo credo sia uno degli attuali problemi più rilevanti, i giro come in internet).

    Vogliamo parlare di dialogo su web?
    “Qualche ideuzza per un nuovo manuale?”

    Bene…E’ stato più forte di me: mi sono andato a rivedere il “cluetrain manifesto”, 95 tesi delle quali molte mi appaiono – per quanto espresse nel 2001 – ancora fresche, fresche e – aggiungerei – “misconosciute nei fatti” (nel senso che vedo ancora poche cose in giro di consono ad esse… E comunque sia, certamente Diesel non si è collocata lì; vedi in particolare la tesi 4).

    Un buon punto di partenza, credo, magari da rielaborare, ma che già ci ricorda quanto internet possa darci di più di due Heidi bellocce intente a seviziare/giocare con un povero demente (e qui mi fermo perché “già dissi”).

    renzo

  16. Valentina dicono:

    Credo che quella del manuale sarebbe un idea da centomilioni di copie. Scherzi a parte, penso che molti, sia nel mondo dell’imprenditoria che in quello della pubblicità e comunicazione, del design e forse della politica, non vedrebbero l’ora di aggrapparsi a un manuale per l’uso per capirne qualcosa di più sul come guadagnarci in rete. E con guadagnarci intendo non solo in termini di entrate monetarie dirette, ma anche come ritorno di immagine, notorietà e compagnia cantante.

    Il problema a riguardo secondo me ha una duplice faccia. Da un lato infatti c’è poca preparazione riguardo al mondo internet. Ci si approccia ad internet come ad un media tradizionale, come già detto, e comunque pochi addetti ai lavori fanno veramente affidamento su questo mezzo, dal quale in fondo “non ci si può aspettare troppo”.

    L’altra faccia del problema è che effettivamente internet si è dimostrato imprevedibile. Non è forse anche questa sua caratteristica che contribuisce a renderlo tanto interessante? I naviganti si aggirano tra le migliaia di pagine del web alla continua ricerca di qualche nuovo trend, qualche nuova tecnologia da cui farsi stupire, da scaricare, apprezzare e dopo breve tempo sostituire con l’ultima novità. Perché internet è risaputamente la terra non solo dell’imprevedibilità ma anche della velocità di cambiamento, dell’eterogeneità ed essenzialmente la patria dell’effimero. Quando si chiede a quelli che sono riusciti a sfondare in rete la ragione del loro successo, l’impressione è che loro stessi non si siano ancora completamente spiegati perché la loro idea imprenditoriale abbia battuto le altre.

    Quindi, tra le prime “leggi” da consigliare nel manuale porrei sicuramente l’accento sulla preparazione e competenza che sono necessarie per approcciarsi al mondo on-line e sulla flessibilità, per mantenersi sempre pronti a seguire gli utenti nei loro interessi.
    Un buon sottotitolo per l’opera? “Da leggere con cura ma non prendere troppo alla lettera”.

  17. Lorenzo dicono:

    Sarò semplicistico, ma credo che la base del successo di un prodotto sia che chi lo crei ne sia profondamente convinto e che, in definitiva, ci creda.
    In un commento a un post precedente, avevo parlato positivamente del caso Diesel, perchè, l’operazione, ai suoi inizi, aveva tutte le potenzialità per far ben sperare. Invece, dopo poco, tutto è scivolato nel trucchetto e nell’utilizzo banale di format televisivi. Guardare il personaggio Diesel che per ore gironzola in una stanza o suona la chitarra è quantomeno alienante. Risultato? Noia.
    In un mondo in cui il marketing e il prodotto sono sempre più sartoriali e customizzati, è inevitabile che l’utente si abitui alla qualità e diventi esigente. Ho il sospetto poi che su internet si muova anche un’utenza di livello medio/alto, smaliziata, colta ed esigente.
    Per emozionarci ormai non basta da sola la tecnologia o il design, né il social networking o il guerilla marketing; ma prodotti pensati come progetto culturale, proposti da aziende che siano popolate da persone che lavorano con passione, che siano convinte di ciò che propongono, e che riescano a trasmettere non solo creatività e innovazione ma, in definitiva, un’esperienza.
    Non a caso, relativamente a iPhone e a tutti i prodotti Apple, c’è sempre un certo signor Steve Jobs, grande comunicatore senza dubbio, che ci mette ogni volta la sua faccia e si spende in prima persona.
    Può darsi che questa sia un analisi naif, ma senza queste prerogative, casi come Diesel rischiano di diventare esercizi di stile. Con mille scuse a Queneau.

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