Politecnico da inventare

Il rettore dell’università di Padova ha proposto nei giorni scorsi la creazione di un politecnico per il Nord Est. E’ un’idea interessante. Per una volta l’università prova a rilanciare: dopo le accuse di gerontocrazia (Corriere) e di malaffare (L’Espresso), finalmente una proposta. L’università c’è e prova a dire la sua per il rilancio del paese.
C’è un punto che della proposta di Milanesi che merita di essere discusso con attenzione: è il senso che vogliamo dare all’espressione “politecnico”. I nomi contano e, in questo caso, portano con sé una storia importante. In Italia e in Francia, il nome Politecnico (ad esempio la famosa Ecole Polytechnique) equivale a ciò che nel mondo anglosassone prende il nome di Institut of Technology (il MIT fra tutti). Si tratta di istituzioni prestigiose che dall’’800 in poi hanno contribuito allo sviluppo della scienza e della tecnologia in stretta collaborazione con il mondo delle grandi imprese industriali. I politecnici sono le istituzioni che hanno formato i tecnici su cui l’industria moderna ha potuto contare per sviluppare i cicli continui e le catene di montaggio. Anche in Italia: il premio Nobel per la chimica Natta insegna al Politecnico di Milano quando inventa il polipropilene. Le scuole politecniche vanno considerate come veri e propri bastioni della modernità economica: i luoghi in cui prende forma la tecnologia e si consolida la fiducia nel progresso.
Ci serve oggi (anno 2007) una scuola politecnica di tipo tradizionale? Ha bisogno l’Italia di una scuola che rilanci le premesse di un modello industriale basato su tecnologia, grande impresa e economie di scala? La risposta è negativa, e non perché il nostro è un capitalismo di piccole e medie imprese. La formula del politecnico del futuro deve essere necessariamente diversa da quella che abbiamo conosciuto perché il mondo ha cambiato direzione. E’ cambiata la percezione che oggi abbiamo della tecnologia e anche il valore che ad essa attribuiamo. Conosciamo il caso Apple. Il suo successo è legato certamente all’innovazione tecnologica, ma il valore dei suoi prodotti è legato anche a fattori come l’estetica, l’ergonomia, il design. L’innovazione, spiega Steve Jobs, nasce dalla riscoperta della centralità della persona. Non solo funzioni, ma anche valori estetici e rispondenza a richieste sociali (assenza di spreco, riciclabilità). La tecnologia non paga senza un progetto culturale.
Se guardiamo con attenzione, il nostro capitalismo è popolato da imprenditori e manager come Steve Jobs. Moretti Polegato (Geox) o Nerio Alessandri (Technogym), quando raccontano il successo dei loro prodotti, non suonano molto diversi dal loro collega americano. Le tute Alpinestars e Dainese nascono dalle richieste dei motociclisti professionisti: sono belle e incorporano il massimo della tecnologia disponibile in termini di sicurezza. La lista potrebbe continuare. Queste aziende sono oggi il punto di riferimento di un nuovo modo di pensare il Made in Italy su scala internazionale.
Perché non lanciare con queste figure una scuola di nuova generazione, che punti a coniugare in maniera originale innovazione tecnologica e una riflessione culturale più ampia? Una scuola in cui lanciare una linea italiana di studi e di formazione in grado di saldare insieme ricerca scientifica d’avanguardia e elementi di cultura “umanistica”. Insomma un Politecnico di nuova generazione.

Stefano

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