Distretti digitali

Nei giorni 18 e 19 gennaio, Veneto Innovazione ha organizzato a Venezia un convegno internazionale sull’evoluzione dei clusters, ossia di quelli che in Italia si chiamano distretti industriali secondo la dizione di Giacomo Becattini e che all’estero chiamano invece clusters, seguendo il modello – più generale ma meno caratterizzato – dell’addensamento geografico, proposto da Porter (cluster vuol dire infatti addensamento).
Nell’occasione è stato presentato il lavoro di ricerca/intervento fatto all’interno del progetto “e.Cluster” a cui diversi di noi hanno partecipato. Sono arrivati tre funzionari di rango della Commissione europea, e una quarantina di relatori e partecipanti di paesi europei, con un drappello particolarmente nutrito dei paesi diventati “europei” da poco, col recente allargamento dei confini comunitari. C’è stata molta curiosità nel capire e incrociare le diverse esperienze fatte sul campo. Naturalmente le differenze sono state grandissime, ma sono stati soprattutto i paesi non centrali a mettersi in evidenza: Estonia, Finlandia, Danimarca, Bulgaria, Croazia, Spagna (che ormai, per la verità, fa parte del drappello di testa assai più che l’Italia). E poi, ovviamente, hanno raccontato le loro esperienze i paesi centrali (i soliti), e, visto l’argomento, anche l’Italia che fino a poco tempo fa vantava una leadership in termini di distretti, sistemi locali, clusters e compagnia cantando.
Oggi, la curiosità per il modello italiano rimane (molti non capiscono perché ci sentiamo “in crisi”), ma ovviamente scema di molto quando si parla del rapporto tra impresa e territorio sotto il profilo della ricerca, dell’istruzione superiore o delle ICT, tutti campi in cui abbiamo poco da “dimostrare”; mentre diventa acuta quando si comincia a prendere la questione dal un altro lato, che è quello dell’imprenditorialità e della cultura sociale, ossia delle condizioni che molti vorrebbero avere e non hanno (mentre da noi, un po’ misteriosamente, ci sono state e continuano ad esserci). La tesi che abbiamo sostenuto, sulla base della sperimentazione fatta da Veneto Innovazione su tre aziende (dell’abbigliamento, delle calzature e dell’occhialeria), è che tutti i clusters, per sopravvivere nell’economia globale e immateriale, dovranno prima o poi diventare e.clusters, ossia aprirsi a reti di relazioni virtuali, a distanza, e a legami comunitari e dialogici (anche interpersonali) che eccedono grandemente la dimensione locale, per diventare multi-territoriali e transnazionali. E’ un’evoluzione necessaria che è in corso, ma procede lentamente (troppo lentamente). Per accelerarla non serve a niente magnificare le eccitanti e progressive sorti delle ICT, ma serve invece spingere le aziende a fare le scelte strategiche che possono riposizionarle nell’ambiente competitivo, facendole diventare, ogni anno, un po’ più globali e un po’ più immateriali dell’anno precedente. Insomma, non parliamo di e.cluster, se non come modello di arrivo; ma di e.clustering, ossia di un processo dinamico e graduale di apertura al globale e all’immateriale con (maggior) uso delle ICT. Scopriremo che le imprese in parte già lo fanno e in parte gradiscono l’aiuto di chi dà loro una mano ad avventurarsi in questi nuovi continenti.
La tesi è piaciuta, ma all’estero non apprezzano poi molto questo nostro “andare piano”, lasciando che le cose maturino col tempo passo per passo. Un po’ di decisionismo, certo non guasterebbe, ma forse l'”economia dello stormo” (swarm economy), che si auto-organizza, deve rodare molto i motori prima di decollare con i suoi rendimenti crescenti. O almeno speriamo.

Enzo Rullani
P.s. Chi vuole approfondire il tema può scaricarsi Paper

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5 Responses to Distretti digitali

  1. G.V. dicono:

    Questa idea della swarm economy e’ molto di moda al momento…

  2. Giancarlo dicono:

    Dal convegno commentato da Enzo si possono trarre alcuni insegnamenti. Intanto che, a dispetto del dibattito neofordista così in voga oggi in Italia, i sistemi locali di Pmi sono di grande attualità in Europa, soprattutto quando si affrontano i temi dell’innovazione. In questo senso, l’esperienza italiana dei distretti industriali è sempre meno il modello di riferimento. Si sta invece affermando l’idea dei sistemi locali dell’innovazione, in cui il territorio gioca un ruolo importante ma diverso da quello ereditato dalla teoria marshalliana. I territori non sono più solo il deposito di una tradizione, ma luoghi della creatività tecnologica, della condivisione di conoscenze, dell’elaborazione di una cultura produttiva. L’apertura dei distretti alle catene globali del valore significa accentuare questa capacità dei territori di promuovere conoscenze specializzate, da collegare attraverso il mercato, dei progetti di cooperazione e le tecnologie di rete a conoscenze e capacità create altrove. Ma se i territori non sono più solo esternalità ricevute da una storia passata, diventa importante guardare alle istituzioni che regolano la produzione e il rinnovamento dei fattori di vantaggio competitivo. Qui troviamo due problemi da non sottovalutare. Il primo ci riguarda come italiani (e nordestini in particolare): costruire e far funzionare istituzioni formali (Università, infrastrutture di ricerca, servizi pubblici, ecc.) non è proprio il nostro forte: abbiamo perciò poco da insegnare, molto da imparare. Il secondo riguarda più l’Europa, soprattutto l’euroburocrazia: credere che un’istituzione funzionerà perché è scritto in un qualche trattato e ci sono soldi pubblici. Insomma, il pericolo è che si passi troppo rapidamente dal distretto come sistema spontaneo e avverso ad ogni presenza pubblica, a quello del cluster come risultato diretto di una politica industriale, dove c’è tutto tranne che l’impresa e il suo mercato. Nel mezzo c’è molto spazio su cui lavorare.

  3. Eleonora dicono:

    Le conclusioni cui giunge Giancarlo mi sembrano assolutamente condivisibili. Il quadro che emerge dal convegno evidenzia un ruolo di primo piano soprattutto a quelli che Veneto Innovazione chiama facilitatori, soggetti che dovrebbero accompagnare e supportare il processo di aggregazione delle imprese a livello locale, facendo allo stesso tempo fare loro il salto verso l’economia globale. Ad un secondo livello troviamo poi gli attori pubblici che impostano le politiche di supporto ai cluster e che – come risulta dai diversi esempi riportati (i Paesi Baschi o lo Yorkshire) – hanno trovato in Micheal Porter (e in Monitor) una metodologia da applicare per sviluppare i cluster sui propri territori con un consistente margine di potenziale successo.
    Tra i diversi interventi mi ha particolarmente colpito Reinhardt Büsher – Capo unità Politiche per l’Innovazione, DG Imprese e Industria – che pone la questione del rapporto tra cluster e competitività (!), un dibattito che noi conosciamo da tempo. L’Unione Europea ha di recente messo in campo un insieme di iniziative per sviluppare lo studio dei cluster in maniera sistematica e per creare delle reti a livello europeo http://www.proinno-europe.eu/eca.html In particolare il progetto Europa INNOVA ( http://www.europe-innova.org/index.jsp ) vuole mappare in maniera sistematica la diffusionei dei cluster a livello europeo, valutando il rapporto tra esistenza di cluster, potenziale innovativo di una regione e la competitività regionale. Il tutto per sviluppare un nuovo scoreboard che tenga conto dei cluster e che possa consentire di avviare politiche mirate.
    Da questo quadro e dai casi presentati nella conferenza mi sembra però che manchino i veri protagonisti che hanno fatto dei distretti italiani un caso di studio a livello internazionale: le imprese. Non è pensabile infatti unicamente avviare dei progetti top-down immaginando che le imprese aderiscano in modo automatico. E’ necessario invece capire le esigenze e le necessità del mondo imprenditoriale rispetto alle continue trasformazioni del mondo del consumo a livello internazionale, costruendo un quadro semplice ed immediato di supporto. Altrimenti si rischia di avere pochi casi di cluster il cui successo è legato a servizi di accompagnamento estremamente personalizzato (costoso e non replicabile) e una pluralità di imprese che si muovono in maniera autonoma, cercando di competere con le proprie forze e la propria intelligenza.

  4. Renzo Marin dicono:

    Ho trovato molto interessante quanto scritto da Rullani. Concordo pienamente nel fatto che “per sopravvivere nell’economia globale e immateriale” i distretti “dovranno prima o poi diventare e.cluster”.
    Superata l’epoca del delirio new economy in cui, per apparire innovativi e cool, bastava aggiungere una “e” a qualsiasi cosa, mi vorrei soffermare però proprio un momento sul significato di quella “e”. Già cinque anni fa, nel documento sullo sviluppo della società dell’informazione del Veneto, sottolineavo la necessità, a fronte dei processi allora ancora giovani di delocalizzazione produttiva ed internazionalizzazione di impresa, di disporre di nuovi strumenti ICT a misura delle nostre imprese. Il fenomeno della virtualizzazione dei distretti era dietro l’angolo, anche se determinato – nel nostro caso – più dalle necessità del globale che dalle opportunità del virtuale (leggi “sviluppo di internet e delle tecnologie di rete).

    Quando apparve internet e si diffusero le nuove tecnologie ICT di rete, per spiegare a imprenditori e manager a cosa potevano servire, parlavo sempre delle possibilità che aprivano nella generazione di nuovi processi partecipativi di conoscenza e produzione. Immancabilmente qualche nord-estino mi faceva l’osservazione del “Ma noi lo facciamo già, anche senza internet”.
    “OK, d’accordo – aggiungevo – allora significa a maggior ragione che Internet può essere una grande opportunità, per farlo meglio ed essere più bravi ancora”.

    Nella pratica invece, non ne sono ancora derivati grandi vantaggi. Perché?
    Rullani dice “Per accelerare l’evoluzione non serve a niente magnificare le eccitanti e progressiva sorti delle ICT, ma serve invece spingere le aziende a fare scelte strategiche che possono riposizionarle nell’ambito competitivo”.
    Sono d’accordo, ma solo in parte.
    Se l’evoluzione è stata lenta, secondo me, lo dobbiamo anche proprio a causa della mancanza di strumenti ICT adeguati. Non mi riferisco certamente alla tecnologia di base, quanto alla carenza di piattaforme e architetture funzionali al nostro modo di cooperare e produrre.
    Sarò più esplicito. Sul mercato ICT sono disponibili solo soluzioni basate su modelli anglosassoni e/o tedeschi, che rispondono a esigenze di processo e di produzione che poco hanno a che fare con le nostre PMI. Ancora cinque anni fa scrivevo: “Le soluzioni.…. disponibili sul mercato, sono pensate per tipologie di aziende caratterizzate da una dimensione molto maggiore (e di conseguenza troppo complicate oltre che onerose, per la Pmi), una impostazione organizzativa diversa (stile grandi aziende multinazionali, piuttosto che piccole strutture aziendali operanti con logica distrettuale) e da processi di produzione basati su presupposti differenti (produzione manifatturiera a partire da un catalogo prefissato, piuttosto che dalle esigenze dei clienti finali…). Insomma: l’azienda veneta non può adottare soluzioni stereotipate pensate per altri….Ne’ può adattarsi nell’utilizzo di queste soluzioni, pena la perdita della propria originalità, che tanto ha contribuito al suo successo negli anni passati.”
    Da allora cosa è successo? Semplicemente poco o niente. Paradossalmente, se internet doveva e dovrebbe essere una nostra grande opportunità per la creazione di “e-cluster” ancora oggi poco ne è derivato. Il motivo?
    Nel Nord-est ormai non abbiamo aziende ICT interessate e/o in grado di raccogliere questa sfida. Siamo – informaticamente parlando – una colonia: i più preferiscono vendere cose altrui (più o meno adattandole), piuttosto che fare attività di R&D, sviluppare nuovi modelli utili per la PMI e investire nella costruzione di nuovi attrezzi digitali, utili ai nuovi distretti virtuali.

  5. Giancarlo dicono:

    Il tema proposto da Renzo Marin non è nuovo ma non per questo è poco rilevante. La diffusione delle tecnologie di rete nei distretti è stata ostacolata dall’esistenza di una “banda larga naturale”, assicurata da una comunità di linguaggio coesa ed effciente. Ma quando la comunicazione si è dovuta rivolgere all’esterno (delocalizzazioni, nuovi mercati, partner tecnologici, ecc.) ecco che la banda larga naturale non basta più, e servono invece linguaggi più formali. L’osservazione di Renzo è che il limite alla diffusione delle tecnologie di rete più evolute nei distretti è dato anche dall’offerta, che finora si è principalmente rivolta alle grandi imprese. Forse sapete che in Veneto si è formato un distretto dell’ICT: adeguare l’offerta tecnologica ai sistemi locali di pmi potrebbe essere il significato strategico da attribuire a questo distretto.

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