Imparare a raccontare

Torno sul design delle esperienze. Dopo la presentazione di Steve Jobs, il convegno alla Domus Academy, mi capita tra le mani questo saggio di Mark Breitenberg sul designer come homo fabulans. Lo spunto è semplicemente geniale. Merita di essere ripreso.
La narrazione è oggi il tratto dominante del design, sostiene Breitenberg. Le storie ci permettono di dare un senso alle esperienze della nostra vita, ci consentono di capire chi siamo e soprattutto che cosa vorremmo essere. Venuta meno la presa della “grandi narrazioni” del passato (da quelle epiche a quelle ideologiche), ricerchiamo nuove forme di espressione della nostra identità nella cultura popolare ed in quella del consumo. Pochi sono oggi in grado di vedere nell’Ulisse omerico un punto di riferimento, molti di più si riconoscono nel lifestyle di Diesel.
Il designer assume un nuovo ruolo nella nostra cultura. Non come produttore di oggetti più o meno belli ma come generatore di esperienze. Il designer diventa uno story-teller, si confronta con la cultura del consumo e offre un proprio punto di vista, un’interpretazione originale. E’ Steve Jobs quando ci racconta il suo iPhone. E’ Renzo Rosso che ci spiega il suo Jeans. E’ Giorgio Armani con il suo concetto di eleganza e stile. Sono questi racconti che ci intrigano, ci appassionano e che rendono un prodotto interessante. Story first, product second.

Siamo agli antipodi di una rappresentazione caricaturale del designer che, ahinoi, sembra alla base del sistema formativo della professione nel nostro paese. Il disegnatore/artista solitario che nella sua cameretta dà vita a forme imperiture. Il risultato di questa impostazione è che le modalità didattiche sono orientate sulla dimensione del talento e dell’intuizione. Entrambe non si possono insegnare: o si hanno o non si hanno. Il sistema educativo ha quindi principalmente lo scopo di offrire uno spazio adeguato dove poter coltivare e accrescere il proprio genio.
E’ legittimo oggi porsi qualche dubbio sulla reale efficacia di questa impostazione, proprio alla luce dell’evoluzione del concetto di design e di designer. Il passaggio a homo fabulans richiede una nuova impostazione metodologica, più interdisciplinare e meno basata sull’idea di genio, e soprattutto un nuovo set di competenze. La narrazione, per quanto sia una dote innata, è una tecnica che può essere insegnata (recitazione, regia, scrittura, ecc.). La capacità di apprendere e interpretare una cultura fa parte integrante di percorsi disciplinari oggi consolidati (antropologia).
La spazio per un rinnovamento c’è. L’impressione è che su questo fronte sia importante aprire il più rapidamente possibile una discussione. In gioco c’è la capacità del nostro paese di continuare ad essere protagonista in questa nuova fase del design.

Marco

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3 Responses to Imparare a raccontare

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