Le città come leva per lo sviluppo

L’Ocse ha pubblicato nei mesi scorsi un’interessante ricerca sul ruolo delle città nello sviluppo economico. Il rapporto dell’Ocse, dal titolo Competitive Cities in the Global Economy, oltre a presentare un’analisi dei processi di urbanizzazione che stanno caratterizzando la geografia mondiale, propone una lettura sui vantaggi che le grandi agglomerazioni metropolitane possono portare all’economia nazionale. Anche se la ricerca prende a riferimento le 78 città dei paesi Ocse con più di 1,5 milioni di abitanti, non mancano alcuni spunti di interesse per il dibattito sulla metropoli del Nordest. Innanzitutto è da considerare il peso che le grandi città hanno nell’economia delle nazioni più ricche al mondo. In paesi come Danimarca, Olanda, Belgio, Finlandia, Irlanda e Corea, metà del Pil nazionale è creato all’interno delle principali aree metropolitane. Mentre in paesi come Regno Unito, Francia e Giappone, oppure in Norvegia, Svezia e Nuova Zelanda, le capitali concentrano un terzo del Pil nazionale. Per l’Italia la situazione è molto diversa: il Pil della provincia di Milano non arriva al 10% di quello nazionale, mentre Roma è all’8%. Anche considerando insieme le quattro città maggiori (oltre alle due citate, Torino e Napoli), si raggiunge appena il 25%. Il ruolo delle grandi città nell’economia nazionale non è dato solo dal rapporto fra le grandezze del Pil bensì dalla capacità di attirare risorse pregiate (capitale fisico e umano) e promuovere l’innovazione. In altri termini, le città generano esternalità positive che in un’economia dei servizi e della conoscenza risultano decisive per lo sviluppo. Certo, le grandi agglomerazioni non sono prive di problemi, come quelli legati alla congestione, all’inquinamento, alla disoccupazione, alle disparità sociali e, di conseguenza, alla criminalità. Ma non tutte le città sono afflitte nella stessa misura da questi mali. Secondo la ricerca Ocse sembra esserci una soglia oltre la quale i costi marginali dell’agglomerazione (le diseconomie) tendono a superare i benefici. Tale soglia è stata individuata nei 7 milioni di abitanti. Come a dire che in Italia possiamo stare tranquilli: c’è spazio per crescere ancora e, semmai, c’è bisogno di nuove aree metropolitane in grado di generare economie di scala per servizi innovativi e creare ambienti stimolanti e attrattivi. Ma in cosa consiste, alla fine, il vantaggio economico delle agglomerazioni metropolitane? La ricerca dell’Ocse sottolinea un aspetto particolarmente interessante, costituito dal mix fra specializzazione e diversità. Lo spazio metropolitano offre, infatti, condizioni che favoriscono sia lo sviluppo di attività molto specializzate – densità di relazioni, ampiezza del mercato, servizi e infrastrutture dedicate – sia quel grado di varietà necessaria a stimolare i processi evolutivi – fertilizzazione incrociata, ricombinazione di risorse, economie di scopo. E’ un tema su cui in questo blog sono già intervenuti Stefano e Michael Hardt a proposito di Metropoli e Creatività. E rappresenta una prospettiva interessante per guardare alla possibilità di integrare i nostri distretti all’interno di un sistema di relazioni più ampie. Come recita la ricerca: “un notevole vantaggio delle grandi agglomerazioni è la loro economia diversificata che comprende vari cluster specializzati”. Nuovi distretti produttivi e spazio metropolitano, perciò, non sono affatto due modalità alternative di organizzazione dello spazio economico ma possono diventare una combinazione vincente. Così come anche i problemi del governo metropolitano non si risolvono solo tramite un autorità sovra-ordinata: molto spesso la cooperazione fra realtà locali può portare a risultati più efficienti. Tuttavia, la ricerca dell’Ocse sottolinea anche come ci siano due condizioni per dare efficacia ad una politica di area metropolitana: una forte leadership locale e una decisa politica di incentivi nazionali. Qui, ragazzi, il piatto piange! Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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