Management post-moderno

L’Economist di questa settimana propone un improbabile articolo su shopping e filosofia. La tesi, tutt’altro che scontata, è che vi sia un legame fra le nuove regole della distribuzione commerciale e la filosofia del post-moderno. I vari Lyotard, Foucault e Deridda sarebbero – secondo l’Economist – responsabili della nuova organizzazione del marketing e della distribuzione così come li conosciamo oggi. Dopo aver contribuito a “decostruire” le grandi ideologie del ‘900 (comunismo, fascismo, marxismo, capitalismo, etc. etc.), i padri della filosofia francese del ‘900 potrebbero presto diventare, loro malgrado immagino, veri e propri guru del pensiero manageriale.
Nello specifico, i filosofi del post-moderno avrebbero previsto (e influenzato) due grandi tendenze del commercio e della comunicazione: la frammentazione dei bisogni e la capacità dell’individuo di diventare “l’artista della sua stessa vita”. La fine delle grandi narrazioni/ideologie coincide – ci dice l’Economist – con la fine delle logiche che hanno regolato il consumo di massa. Le nuove catene commerciali e il commercio elettronico prosperano cavalcando il trionfo delle nicchie, del prodotto su misura, della personalizzazione e dell’interattività. Gli spazi commerciali stanno cambiando di conseguenza: ci si lascia alle spalle l’ortodossia cartesiana del supermercato tradizionale, le commesse in uniforme, le gerarchie merceologiche. Si torna all’idea di fare acquisti nei mercatini di strada e in supermercati/bazar, alla ricerca di vere e proprie esperienze più che di un catalogo ragionato delle merci. Quanto alla nostra volontà personale di diventare “artisti” – altro cavallo di battaglia dei filosofi del post-moderno – i nostri blog e nostri video su youtube sono lì a dimostrare quanto siamo determinati a fare della nostra vita qualcosa di interessante, da mettere in comune con gli altri.
C’è qualcosa di interessante per noi italiani in tutto questo management post-moderno? Certo che c’è. Noi siamo i campioni delle nicchie, dei prodotti personalizzati, degli oggetti che parlano di noi e che ci aiutano a scoprire chi siamo. Il nostro modo di produrre, così come il nostro modo di consumare, è incardinato ossessivamente sull’individuo (lo stilista, il vinaio, il designer, etc.). Insomma, se capisco bene la tesi economico-filosofica dei nostri amici anglosassoni, noi siamo la quintessenza del management post-moderno. Il che significa che siamo tutt’altro che retroguardia economica e culturale dei paesi avanzati, anzi. Parafrasando Giuliano Da Empoli, noi italiani dovremmo andarcene in giro per il mondo con la sicurezza di capitani coraggiosi, consci di avere sul resto del mondo un vantaggio incolmabile sul fronte di questo nuovo capitolo della teoria manageriale. E invece sentiamo un sacco di illustri commentatori nostrani perorare la causa della grande impresa manageriale, auspicare il ritorno a uno sviluppo dell’economia finalmente governato, indirizzato verso i famosi settori high tech.
Che sia arrivato il momento di prendere consapevolezza della nostra post-modernità?

Stefano

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