Innovazione/riciclo

Torno volentieri sul tema dello sviluppo sostenibile perché credo che la questione ambientale ci ponga di fronte a un nuovo modo di pensare l’innovazione. Fino ad oggi, il tema della sostenibilità è stato legato principalmente alle nuove tecnologie nei campi della produzione di energia, nell’edilizia e nei trasporti. E’ un punto di vista sensato, che ha implicazioni cruciali anche sul rilancio dell’economia italiana (il post di Matteo sugli eco-distretti ne è una conferma).
Sarebbe un errore, però, fermare il ragionamento all’economia materiale. La consapevolezza di risorse limitate incide profondamente su ciò che consideriamo “nuovo”. La trasformazione culturale in atto è visibile e coinvolge in modo consistente la parte immateriale dell’economia, quella legata alla produzione di significati e esperienze. In questo senso i segnali di un cambiamento vengono dal mondo della musica (non è più scandaloso pensare di rimixare all’infinito pezzi di successo), dei media (la rete ricicla praticamente qualsiasi cosa, complici le nuove licenze che limitano parzialmente il copyright), della moda (dopo i primi esperimenti, il caso Freitag ha definitivamente sdoganato il riciclaggio come tendenza). Viene meno il valore di avanguardia in senso stretto; sfuma il concetto di innovazione radicale. Essere innovativi in un mondo eco-sostenibile significa essere capaci di collocare/contrapporre oggetti e significati esistenti in architetture nuove (è il ruolo del design) e in nuove narrazioni (è il ruolo della comunicazione). Sostenibilità è passione per il mondo che ci circonda; innovazione sostenibile è ripensare, anche in forma spiazzante, i rapporti fra cose che esistono dando valore alla varietà, ai contesti, alle diverse forme d’uso. (Consiglio il blog di Kevin Kelly sulla tecnologia: è una riflessione sorprendente sulla sostenibilità sociale dell’innovazione in contesti culturali diversi).
Per essere davvero innovativi nel mondo della sostenibilità ci vuole, mi pare, anche una certa quantità di ironia verso la storia. Per innovare in formato bricolage serve molta leggerezza e molta agilità per muoversi fra i segni che parlano del nostro presente. Qui la nostra cultura mostra chiaramente dei limiti. Il rispetto per ciò che è attorno a noi tende facilmente a trasformarsi in slancio verso la museificazione, anche del recente passato. E’ una tendenza pericolosa: la cultura della conservazione (dei beni culturali, e di un sacco di altre cose) tende a irrigidire il rapporto con la storia e di conseguenza a ingessare il presente. Amare il mondo in cui si vive significa anche accettare la sua trasformazione. Come molti, sono stato educato a pensare che i Barberini a Roma hanno fatto più malanni dei barbari proprio perché hanno riciclato senza incertezza il patrimonio della romanità per costruire i propri palazzi. Magari in un nuovo paradigma ci toccherà rivedere il giudizio.

Stefano

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3 Responses to Innovazione/riciclo

  1. stefano dicono:

    Post Scriptum. Cesare De Michelis mi ha regalato per Natale una copia di un suo saggio del ’99 sul romanzo novecentesco. L’articolo ripercorre le tappe dell’idea di romanzo dalla modernità alla conclusione del secolo scorso: le conclusioni del saggio portano dritto all’idea di narrazione/riciclo.
    Con la crisi degli anni ’70 (la crisi petrolifera, il terrorismo politico, il disastro ecologico, la caduta del muro di Berlino, etc.) cadono uno a uno i miti su cui si è retta la cultura di due secoli: “lo sviluppo tecnologico, l’avanguardia, la rivoluzione, il primato della storia”. Da qui in poi le conseguenze in chiave letteraria: il Novecento, che faticosamente aveva spezzato il ciclo della tradizione per imporre la retta del progresso, è arrivato al riciclo. “Vale anche per il romanzo che, a partire dagli anni Ottanta, è anch’esso riciclato – il Nome della rosa ne è un clamoroso esempio, nel senso che utilizza senza pregiudizi, schemi, modelli, strutture, stereotipi, materiali per rimontarli senza scrupoli filologici, senza fedeltà storicista, anzi con assoluta spregiudicatezza post-moderna.”
    Realizzo di aver riciclato una buona idea sul riciclo.
    Mi limito ad aggiungere che la fase conclusiva della crisi della modernità (i famosi e complicatissimi anni ’70) ha rappresentato una svolta non solo nel modo di scrivere romanzi, ma anche nello sviluppo economico del nostro paese. E’ proprio in occasione di questa fase di crisi che prende slancio il successo dei distretti industriali e delle piccole e medie imprese. L’esperienza industriale italiana mette la parola fine all’idea di one best way nel modo di organizzare le attività economiche (fine dell’idea di progresso come linea retta, nel linguaggio di CDM). Forse dovremmo ripensare questa fase di cambiamento (il famoso Second industrial divide secondo Sabel e Piore) come prima grande operazione di bricolage culturale al servizio dell’innovazione (tradizioni regionali italiane, macchine utensili tedesche, computer made in usa, etc.). Magari, se pensiamo al nostro recente passato come esercizio riuscito di management post-moderno riusciremo a spiegare meglio di quanto abbiamo fatto finora quella rivoluzione economica che ha segnato gli ultimi trent’anni del nostro paese.

  2. Matteo dicono:

    Riprendo a distanza questa interessante discussione, postandovi un capitoletto scritto di getto tra ieri e oggi della mia tesi just-in-time (altro che lean production e produzione flessibile). Come al solito è lunghetto, ma gli impavidi che riusciranno a leggerlo tutto e avranno ancora la forza di postare un commento avranno tutta la mia ammirazione, oltre alla mia gratitudine. Il libro di Rullani citato è La Fabbrica dell’Immateriale; Renner 2000 è “Working for the Environment: A Growing Source of Jobs”, WorldWatchh Institute; Hawken et. al. 1999 è “Natural Capitalism. Creating the next industrial revolution”. Entrambi sono scaricabili in rete, li trovate facilmente con Google. Solo il libro di Enzo è appropriabile solamente per via materiale!!!

    6.3 Globalizzazione, economia della conoscenza e sostenibilità

    L’utilizzo dell’impronta ecologia nella misurazione degli impatti sugli ecosistemi e, in definitiva, della sostenibilità dei sistemi economici nazionali permette di superare eventuali empasse che potrebbero derivare dall’osservare che nelle economie occidentali il peso del settore manifatturiero continua a calare a favore dei servizi. Sottesa a questa osservazione è implicita un’ipotesi secondo la quale il settore dei servizi è caratterizzato da una maggiore immaterialità dei processi, e questo è certamente vero. Ma ciò che conta in definitiva nella misurazione della sostenibilità è il livello di consumo di risorse e di produzione di rifiuti ed emissioni inquinanti. Non esiste una nazione al mondo tra quelle sviluppate che, a seguito della compressione del comparto manifatturiero a favore di quello terziario (ciò che comunemente chiamiamo sviluppo) abbia ridotto la sua improna ecologica. La metodologia dell’impronta ecologica incorpora la quota parte di prelievi di risorse e di produzione di rifiuti e inquinanti che il soggetto misurato (città, regione, nazione) genera pur non producendole nel suo territorio ma in altri paesi (diciamo anche piattaforme produttive delocalizzate), mediante l’inclusione delle importazioni. Quindi, in definitiva, poco importa il livello di materialità di un’economia, quanto piuttosto i suoi livelli assoluti di consumo. Posso vendere un paio di occhiali a dieci volte il suo valore materiale, attraverso un’interpretazione dei significati estetici che esso assume per il mio cliente, e fargli provare un’esperienza indimenticabile nel possedere quel preciso modello, facendo reinterpretare, secondo il senso che per lui e solo lui assume l’oggetto, il processo e la decisione di acquisto (ad esempio sul perché spendere 140 euro per un oggetto che ne vale, franco fabbrica, 7). Ma alla fine conta non solo la quota parte di materie prime, energia e rifiuti necessari alla realizzazione di quel paio di occhiali, ma anche cosa farò di quei 133 euro che ottengo dalla vendita. Tutti i dati ci dicono che vengono reinvestiti, prima o poi, quasi tutti per la produzione di nuovi oggetti.
    Forse, anzi sicuramente, sta crescendo nel mondo il numero di nuovi mecenati, di nuovi filantropi, che investono gli utili del loro lavoro al di fuori del circuito capitalistico di accrescimento dei mezzi di produzione. Ma al momento i principali trend economico-ecologici ci dicono che sono molti di più, e pesano in misura molto maggiore, quelli che continuano ad alimentare la spirale consumo-produzione-consumo. Inoltre bisogna considerare che la base produttiva e la spirale consumo-produzione viene alimentata anche dalla crescita della popolazione – 80 milioni di individui circa, ogni anno. Queste persono, per la gran parte, nascono in paesi le cui economie sono sottosviluppate o in via di sviluppo, e quindi sono caratterizzate da alti tassi di consumo e bassi livelli di efficienza nell’uso delle risorse. Per questo sono importanti i processi di trasferimento tecnologico e quelle politiche che mirano ad impostare fin da subito processi produttivi ad alta eco-efficienza nei paesi in via di sviluppo. Ma anche su questo versante, ad oggi, i dati ci dicono che la situazione è diversa, anzi i paesi in via di sviluppo come la Cina stanno velocemente raggiungendo il primato assoluto nei livelli di consumo di risorse e di produzione di rifiuti ed inquinanti. Osservo anche che, proprio perché diventano piattaforme produttive delocalizzate delle economie occidentali, dove crescono maggiormente i servizi e i contenuti immateriali, questi paesi sono caratterizzati da sistemi economici molto più vicini al modello fordista, o comunque a modelli a forte peso del comparto industriale.
    Come fa notare giustamente Rullani (2004) anche all’interno della manifattura i processi che contano, dal punto di vista economico, sono sempre più quelli immateriale, poiché la trasformazione fisica non è realizzata direttamente dal lavoro ma dalle macchine. E queste sono guidate (Rullani dice anche “alimentate”, ed evidentemente si riferisce ad una metafora) dalla conoscenza del progettista che le ha disegnate, dell’ingegnere che le ha costruite, dell’operatore che le guida, comprendendo anche il retroterra di ingegneria, ricerche e capacità gestionali da cui deriva l’energia impiegata. Conclude che la fabbrica materiale funziona perché c’è un’economia immateriale che l’ha prodotta, generando e propagando le conoscenze utili. E che il lavoro dell’uomo non consiste più nel trasformare fisicamente le cose, ma consiste, ormai per la quasi totalità, nel produrre conoscenze a cui toccherà – attraverso macchine ed energia artificiale – trasformare le cose. Altri autori, come Georgescu Rogen, parlano di organi esosomatici per riferirsi alle machine come protesi del corpo umano nei processi di trasformazione, ma la sostanza del discorso rimane esattamente la stessa. Infatti il problema, dal punto di vista della sostenibilità, non è il contenuto di conoscenza delle tecnologie di cui disponiamo, ma i livelli di distruzione di risorse che queste tecnologie già oggi ci consentono di raggiungere. Non è la tecnologia, la conoscenza o gli operatori specializzati a costituire i fattori scarsi, ma le riserve di minerali, energia, legname, stock biologici. Oggi ancora la maggior parte del settore dei servizi non è un comparto che è in grado di produrre autonomamente ricchezza diminuendo contemporaneamente l’impatto ecologico delle attività umane, ma rappresenta piuttosto ancora un componente di sistemi economici ad alta intensità di risorse – il grasso che lubrifica il sistema industriale (Renner, 2000).
    Allora l’attenzione va concentrata anche sul tipo di conoscenze che dobbiamo creare per riuscire ad effettuare trasformazioni fisiche molto più efficienti dal punto di vista ecologico, che ci permettano di rientrare entro i limiti dettati dalla biosfera. Proprio una serie di studi e ricerche iniziate in Europa negli anni Novanta hanno dientificato opportunità per abbattere il consumo di energia e materiali del 75-90% con tecnologie esistenti. Sul versante americano, Paul Hawken e Amory e Hunter Lovins del Rocky Mountain Insitute osservano che, riguardo all’economia statunitense, solo il 6% del flusso di materiali immesso nei cicli produttivi finisce nei prodotti (Hawken et al., 1999). Gli autori identificano anche diversi esempi specifici di come sia possibile ottenere un salto radicale nella produttività delle risorse attraverso provvedimenti quali migliore design, nuovi materiali, tecnologie di produzione migliorate, utilizzo di software innovativo, e cambio nella cultura aziendale. Ad esempio, nel settore automobilistico, attraverso l’uso di tecnologie esistenti, materiali basati su polimeri compositi, un migliore design aerodinamico e le celle a combustibile, si può ridurre il consumo di una nuova macchina fino all’85%, e tagliare i consumi di ferro e acciaio usati per la sua produzione di circa il 90%, di alluminio del 30% e di gomma del 60%. La sfida è quella di generare posti di lavoro nel settore dei servizi che facilitino il passaggio dalle attuali forme di produzione e consumo ad alta intensità di materiali a sistemi eco-efficienti, a basso tenore di carbonio, energia e materia. Un sistema sostenibile implica un’enfasi sulla “vendita di qualità”, nel quale un commerciale sa come vendere usi intelligenti piuttosto che semplice proprietà (Renner, 2000).
    Rispetto a quest’ultimo passaggio, che ruolo gioca l’economia della conoscenza? Direi un ruolo fondamentale. Infatti, le prestazioni funzionali di un prodotto che contano (per il consumatore) sono quelle associate a significati emotivamente rilevanti: e queste non sono definite esogenamente dalla fisica della natura o dalla biologia delle specie, ma risultano dalla costruzione di un mondo espressivo che rielabora creativamente la natura e rilegge la fisiologia del corpo attraverso la conoscenza. L’economia della conoscenza, che si occupa di questo mondo espressivo, può fornire indicazioni su come orientare il mercato verso stili di consumo che, pur mantenendo alti gradi di libertà nella creazione e nella reinterpretazione del mondo, rimangano nei binari della sostenibilità. Non saranno solo interventi normativi, internalizzazione di costi o applicazione di tecnologie ambientali a diminuire l’impronta ecologica dell’umanità, ma nuovi processi di costruzione di senso.
    Al tempo stesso nemmeno l’economia della conoscenza può permettersi di ignorare il problema della sostenibilità. Rullani (2004) sostiene che il crescente peso delle conoscenze nel circuito produttivo ha favorito, in primo luogo, loi sviluppo di settori (terziari) specializzati nel produrre conoscenze che generano valore senza passare per alcun processo di trasformazione materiale. Porta ad esempio il consulente, il cantante o l’insegnante, che producono utilità col servizio offerto, senza la mediazione di oggetti materiali, o attraverso oggetti banali. Ma gli enormi effetti moltiplicativi e la potenzialità di produzione di valore possedute dalla conoscenza moltiplica anche l’uso di questi oggetti banali. E’ successo così che con la diffusione di Internet il consumo di carta è cresciuto anziché diminuire. Ma soprattutto la conoscenza, usando come mediatori logistici nello spazio e nel tempo persone, cose o bit, accresce il fabbisogno di energia (senza la quale nessuna rete può funzionare) e materie per la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture logistiche e dei veicoli di trasporto. Non è un caso che sia proprio il settore dei trasporti quello che ha accresciuto maggiormente i consumi energetici negli ultimi anni e sia forse il maggiore responsabile della crescita dei gas serra, perlomeno nel nostro Paese. Sottovalutare il problema della finitezza delle risorse e dei limiti ecologici potrebbe rallentare, o addirittura bloccare, i processi di crescita economica garantiti dall’utilizzo della conoscenza. I segnali non mancano. Secondo la società consulenza Gartner, i consumi energetici, nei prossimi cinque anni, saranno responsabili di un taglio dei budget destinati agli investimenti in tecnologie informatiche di ben il 40%. Ma quel che è peggio è che la quantità e la potenza di apparati tecnologici investiti nei centri di raccolta dati in tutto il mondo è in pieno boom: come conseguenza primaria, l’energia elettrica necessaria al loro mantenimento crescerà a dismisura, così come l’esigenza di raffreddare e dissipare tutto il calore sviluppato da microchip e componenti altamente integrati sempre più diffusi. La situazione arriverà vicina al collasso per il 2008, con il 50% dei data center mondiali senza l’adeguata copertura energetico/refrigerante necessaria al loro corretto funzionamento.
    L’economia della conoscenza, come disciplina, nasce per rendere visibili e analizzabili i processi attraverso cui le conoscenze generano valore, passando o meno attraverso la trasformazione materiale (Rullani, 2004). Se è vero, come credo, che la sostenibilità deve diventare un vincolo, aggiungo che le conoscenze generano (o dovranno generare) valore soprattutto evitando la trasformazione materiale di materie prime vergini e di combustibili fossili, e incrementando il riutilizzo e l’uso di fonti rinnovabili. Il risparmio energetico è un processo di creazione di valore economico – che richiede alti livelli di conoscenza di tipo tecnico-scientifico e fortemente dipendente dal singolo caso applicativo – attraverso la diminuzione del consumo materiale, a parità di prestazioni. Forse allora, come in campo energetico si parla di negawatt per riferirsi all’energia risparmiata, il baricentro dell’economia della conoscenza, in paradigmi economico-produttivi sostenibili, è il rapporto tra materiale, immateriale e antimateriale nei processi produttivi, per dirla alla Rullani.
    La relazione tra economia della conoscenza e sostenibilità non presenta solo possibili sinergie e convenienze reciproche, ma anche un probabile cortocircuito di non facile risoluzione. Come si descriverà meglio in seguito, l’eco-efficienza presuppone anche la produzione di oggetti più duraturi nel tempo, di migliore qualità degli attuali, riutilizzabili, aggiornabili e riciclabili. D’altro canto per i consumatori dei paesi sviluppati, gli oggetti materiali sono ormai divenuti sovrabondanti, con un valore al margine sempre più scarso. Se ci decidiamo ad acquistare un altro abito, un’altra auto, un altro carrello di derrate, non è per aumentare la quantità di oggetti che non sappiamo dove mettere, ma perché desideriamo una qualità diversa, differente da quella che già abbiamo. Magari, sostituendo il nuovo oggetto ai vecchi. Anzi, da questo punto di vista, il possesso di abiti, auto, alimenti ancora buoni, che ci dispiace buttare, può diventare ingombrante perché, saturando gli spazi disponibili, impedisce l’accesso a nuove esperienze (Rullani, 2004). Ecco il potenziale cortocircuito, questo processo di distruzione creatrice schumpeteriana che è necessaria ad alimentare la creazione di nuove esperienze, dunque conoscenza e infine valore, ma che, come abbiamo visto, porta alla distruzione degli ecosistemi, che sono alla base di ogni processo di creazione di valore, anche il più immateriale.
    Come uscire da questo cortocircuito? La domanda è impegnativa, ma posso provare a dare due risposte. La prima, più banale, è che non è detto che questo processo di distruzione creatrice debba per forza continuare sempre ai massimi livelli, e che un rallentamento non pregiudica per forza la creazione di valore. Secondo, la distruzione creatrice schumpeteriana può essere sostituita forse con la reinvenzione creatrice: come ha fatto notare Micelli (in questo blog, ndr.), essere innovativi in un mondo eco-sostenibile significa essere capaci di collocare/contrapporre oggetti e significati esistenti in architetture nuove (è il ruolo del design) e in nuove narrazioni (è il ruolo della comunicazione). Sostenibilità è passione per il mondo che ci circonda; innovazione sostenibile è ripensare, anche in forma spiazzante, i rapporti fra cose che esistono dando valore alla varietà, ai contesti, alle diverse forme d’uso. Il riciclo non è una forma di creatività pura – che è tipica del genio di razza – completamente libera da ogni schema e concetto, perché presuppone dei limiti fisici e delle ricombinazioni dei moduli base (ad esempio i componenti di un vecchio pc) in numero finito, ma forse proprio per questo è più appropriabile dalla razionalità limitata che è alla base dei processi tecnico-scientifici che spingono buona parte dei nostri sistemi produttivi. A pensarci bene i limiti econologici ci permettono di affidare i giusti spazi e i giusti pesi ai processi di distruzione creatrice – che non spariranno ma che non potranno continuare all’infinito – e a quelli di reinvenzione creatrice, che hanno guadagni di entropia molto minori (anche il riciclo necessità di energia, ma in misura spesso molto minore di un processo produttivo che parte da materie prime vergini).

  3. Matteo dicono:

    Niente battute, ho visto anch’io che alla fine ho scritto “econoligici”. Forse è un lapsus froidiano, in periodi di scrittura intensiva il corpo chiede alcool per sopperire allo sforzo!

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