Democrazia e cambiamenti climatici

Un mese fa Venice International University ha ospitato un seminario per addetti ai lavori sui cambiamenti climatici. Sui giornali nessun riscontro ufficiale; Beppe Caravita, veneziano in quei giorni, ha scritto un post sul suo blog dal titolo eloquente, “Apocalisse a Venezia”, rilanciando alcuni passaggi dell’intervento di Corrado Clini catturati a una delle cene del gruppo di lavoro. In molti hanno ripreso quel post, criticando a più riprese la mancata diffusione dei risultati dell’incontro.
Giovedì 7 dicembre a Venezia operazione porte aperte: Bernt Ostendorf e Corrado Clini hanno discusso di New Orleans e di Venezia, tra ecologia e difesa del patrimonio culturale. I dati proposti da Clini sono gli stessi discussi un mese fa: nel 2050 Venezia sarà sotto acqua. L’analisi di Clini non si limita ai danni alla città storica; comprende anche l’impatto ambientale su terreni industriali di Marghera (molto simile a quanto accaduto con Katrina nelle aree industriali di New Orleans) e al litorale turistico veneto. Le slide proiettate (finalmente public) sono impressionanti.
Ho fatto una domanda a Clini. Se questo scenario è vero (Tony Blair ne ha fatto una priorità al vertice G8, organismi internazionali divulgano documenti analoghi) perché il mercato immobiliare non risente minimamente di queste previsioni? In altre parole, perché non riusciamo a scontare al presente l’eventualità di scenari che Katrina ha reso assolutamente plausibili? Clini ha risposto che il problema è legato principalmente all’incapacità della società di guardare così lontano nel futuro. Forse siamo convinti che qualche inventore troverà il modo di catturare l’anidride carbonica liberata nell’atmosfera per portarla in forma liquida in fondo al mare. Forse, più semplicemente, gli uomini non sono programmati per vivere immaginando la catastrofe imminente. In fin dei conti la mamma-guerrigliera di Terminator/Shwarznegger aveva previsto la guerra dei mondi, ma tutti la prendevano per matta.
Un’osservazione pungente Clini l’ha fatta a proposito delle implicazioni politiche del global warming. L’unico paese che prende sul serio i rischi per il pianeta è, secondo Clini, la Cina: pianifica a lungo termine e, soprattutto, non è una democrazia. Sfide di questo tipo non sono roba da cicli elettorali. Riuscirà il film del quasi-presidente Gore (e tante conferenze come quella veneziana) a cambiare l’opinione pubblica e a smentire tanto realismo?

Stefano

Scritto da Stefano | December 11, 2006 | in Varie |

12 Responses to “Democrazia e cambiamenti climatici”

  1. Comment by paolo — December 11, 2006 @ 9:10 pm

    Condivido con stefano, se bene interpreto, il sotteso disgusto per un sistema di gestione del potere che di democratico non ha più nulla e, soprattutto, nulla e nessuno rappresenta se non i particolari interessi del satrapo di turno. Ma dove stef vede occasioni di progresso e benessere nello sviluppo delle grandi opere di salvaguardia ambientale, io tendo a riconoscere nei due termini, GRANDE e AMBIENTALE, un ossimoro.
    Auspico pittosto uno sviluppo tecnologico “a levare”, a ridurre lo spreco e ad aumentare l’efficienza per riportare lo sviluppo ad un livello sostenibile per il pianeta. E’ ben vero che il guadagno è meglio percepito se è immediato piuttosto che collocato in un orizzonte temporale lontano, quasi astratto. Nella mia professione convinco a fatica il cliente ad installare un impianto di riscaldamento solare o geotermico a fronte di un costo immediato superiore al tradizionale ma con grandi benefici di risparmio sul medio periodo. A volte i soldi non ci sono proprio. Credo che se parte dei danari destinati al Mose fossero stati impiegati per sovvenzionare le energie alternative avremmo contribuito decisamente a risolvere il problema alla base: abbassamento del livello del gas serra e quindi controllo dell’innalzamento degli oceani, ecc. Lo sviluppo di un’economia “leggera” è, nel nostro paese, quanto mai agli albori. Forse la spinta consumistica degli anni ‘60 in Italia non si è ancora del tutto sopita ed è difficile spiegare a chi si affaccia solo ora ad un mondo di spesa quasi illimitato, grazie al credito delle finanziarie,che è il momento di mollare,che il benessere per figli e nipoti non sarà un divano di Moroso a forma di bocca di Marylin ma un bicchiere di acqua pulita.

  2. Comment by Valentina — December 12, 2006 @ 4:46 pm

    Le slides proposte da Clini sono effettivamente impressionanti. E tuttavia ognuno di noi, anche se non era a conoscenza di questi precisi dati agghiaccianti, era già consapevole, in fondo, che il futuro non riserverà niente di buono, climaticamente parlando. Il problema è che, nonostante questo, niente si muove. L’applicazione del protocollo di Kyoto sembra destinata ad essere rimandata all’infinito a data da destinarsi. Concordo con Stefano sul fatto che queste sfide siano difficilmente risolvibili da governi preoccupati ad arrivare alla fine dei cinque anni. Ma non credo neanche che siano affrontati facilmente in paesi dove la democrazia è ancora solo un miraggio. Se infatti questo tipo di governo permetterebbe di prendere decisioni un po’ scomode e soprattutto di lungo respiro, d’altro canto è vero anche che spesso l’interesse primario che perseguono non è la salute dei loro cittadini nè la conservazione del patrimonio naturale. Ne è conferma il fatto che più di un quarto della Cina è ridotta ormai a deserto e che l’inquinamento è così diffuso, che nessuno si sorprende più nel vedere la “nebbia” di smog che avvolge perennemente Pechino. Secondo me si può sperare solo in una soluzione che venga “dal basso”: una “rivoluzione pacifica” che parta dalla consapevolezza dei singoli abitanti di questo pianeta malato che queste questioni siano urgenti e quindi vadano affrontate al più presto.

  3. Comment by paolo — December 12, 2006 @ 8:34 pm

    Interesante il risvolto rivoluzionario che Valentina intravede per la soluzione del problema ambiente. Direi però che dovremmo coniare una parola per definire il cambiamento radicale perchè questa parola non può essere “rivoluzione”. Mi sembra che tutte le rivoluzioni di successo, ovvero, quelle che sono riuscite a raggiungere gli obbiettivi prefissati a breve termine, non sono state altro che la sostituzione di un sistema economico inefficiente con un altro più redditizio per la classe sociale in ascesa.Una classe che peraltro combatteva per l’interesse dei tanti sui pochi. Non voglio certo dire che altri e più nobili ideali non abbiano agitato i cuori dei firmatari della pallacorda o le giornate dell’ottobre 1917 non abbiano infuso speranza per tutti i popoli oppressi. Ma facciamo pure finta che no. Che nessuno oggi sia spinto ad agire in nome di un futuro migliore e il motto del mondo sia “apres moi le deluge”.
    Non mi sembra facile dimostrare il contrario.
    Ma ammettiamo che alcuni tra i pacifici rivoluzionari cui accenna Valentina (penso alle azioni di Greenpeace ad esempio)si incartino contro la volontà dei più che del mondo fanno scempio. Che fare? altri direbbe. Certo non ci si potrebbe appellare al concetto di democrazia, perchè la Democrazia è il governo dei più che, in ipotesi, sono ostili al cambiamento dello statsu quo. Nè sarebbe lecito agire al di fuori delle regole democratiche che sono ampiamente condivise da chi crede che il pianeta debba essere governato in pacifica concordia (ovvero da tutti i pacifici rivoluzionari). L’unica alternativa sarebbe quella di abbandonare momentaneamente le regole democratiche fino al cessato pericolo per poi tornare sui passi della grande tradizione liberale che è patrimonio del mondo occidentale. Sappiamo che è una strada irta di ostacoli, vedi 11 sett.
    Sperare forse nelle istituzioni che ci governano? Impossibile perchè se, come è vero, la politica è l’arte del compromesso saremmo in partenza spacciati perchè siamo già ad un punto in cui non c’è più spazio di trattativa e, lungi dall’idea di patteggiare, l’ambiente sta già per scaricarci addosso la sentenza definitiva.
    Allora, davvero, che fare?
    Forse ha ragione Beppe Grillo quando dice che l’ultima speranza è un governo dei cittadini uniti nel Web, gente che, insomma, discute, si informa, diffida, dubita. Gli strumenti non mancano, le intelligenze nemmeno. Che aspettiamo? Forse la rivoluzione sta passando sopra le nostre teste e non noi non ce ne siamo neanche accorti.
    paolo

  4. Comment by Vladi — December 13, 2006 @ 12:39 pm

    I commenti di Paolo e Valentina mi paiono stimolanti. Provo a dire la mia. Prima di sancire definitivamente la debacle della politica e parlare di rivoluzioni proverei ad aggiustare il giocattolo. Ditemi ingenuo, ma credo ancora nel ruolo della politica. Il problema è proprio questo: la questione ambientale e’ stata sinora monopolio di partiti di lotta e resistenza, i Verdi. Gli altri schieramenti gliel’hanno lasciata anche volentieri. Male.
    I vari partiti verdi d’Europa e del mondo si pongono come espressione di una “rivoluzione” che a volte pare, almeno a me, un’involuzione. Le posizioni dei partiti ambientalisti sono spesso impregnate di un romantico spirito anti-tecnologico e di richiami al passato, al mondo della natura. Ma, come scriveva Giddens qualche settimana fa su Repubblica, l’esistenza dell’uomo ed il suo effetto sulla biosfera non si possono cancellare. Esistiamo, produciamo, innoviamo, respiriamo e ci muoviamo. Abbiamo impatto sull’ambiente, e tornare ad un mitico passato “naturale” non si può. Si può rilanciare la sfida in avanti, e creare innovazioni per ridurre al minimo la nostra impronta sull’ecosistema. Serve uno sforzo politico profuso e deciso che incentivi l’innovazione in questo senso e che produca consapevolezza diffusa (nel mondo reale, quello dei tanti, e non in quello dei blog e della rete dei pochi che spesso si sovrastimano e si incensano). Per far questo la questione ambientale deve diventare questione di governo, non l’arma di una guerriglia a bassa intensità che vuole bloccare piuttosto che favorire il nuovo.
    Si tratta di fare politiche per l’ambiente. Fare politiche significa, sempre con le parole di Giddens, introdurre diritti ed obblighi ambientali nel più ampio novero dei diritti e dei doveri di cittadinanza. Ciò significa compensare gli effetti negativi dell’attività umana sulla natura con incentivi e disincentivi (chessò fiscali come carbon tax, incentivi per le energie alternative, incentivi per le auto ibride e chissà che altro) e con una seria operazione di educazione tesa a creare un senso di cittadinanza della biosfera. Guarda caso Schwarzenegger-Terminator ha conquistato il secondo mandato di governatore della California grazie a questo tipo di misure e facendo propria l’agenda ambientalista non in senso regressivo, ma piuttosto stimolando la nascita di un’industria del verde. E se correte in auto in California cominciate a vederne gli effetti: centrali eoliche, un sacco di macchine ibride, corsie preferenziali per il car pooling, autobus ibridi e così via. Mica bruscolini. E’ riuscito a far passare la sua politica verde sopra alle lagnanze delle femministe che lo volevano morto e che ora gli voglion quasi bene, basterebbe qualche scusa pubblica per le palpatine giovanili.
    Pare che le energie alternative e le relative tecnologie saranno, in termini di potenziale cambiamento economico e sociale, le prossime IT. Responsabilità di un governo e di una politica seria sarebbe quella di favorire ed accompagnare la nascita di queste industrie anche in Italia, dato che il treno dell’IT lo abbiamo perso da un po’. Lasciare la prerogativa della difesa dell’ambiente ai verdi ed ai loro NO mi pare la maniera peggiore per accompagnare questi sviluppi.

  5. Comment by Matteo — December 13, 2006 @ 3:44 pm

    Chiedo scusa a Vladi, posto il mio commento scritto in treno senza aver letto il suo.
    Quanti spunti interessanti e stimoli provengono da questa discussione! Parto da una riflessione: è veramente duro pensare che questa splendida città che è Venezia, che sto osservando dal Ponte della Libertà in questa mattina finalmente fredda ed invernale, su di una laguna che oggi è uno specchio azzurro sovrastato da un altro specchio altrettanto limpido, e contornato da una corona di montagne innevate (sembra quasi che allungando la mano possa toccare la cima del Monte Cavallo), tra quarant’anni sarà sistematicamente sommersa, devastata, inquinata dal petrolchimico e abbandonata. Credo che con il pessimismo non si muovano le cose, ma lasciatemelo dire in questo spazio, sono pessimista. Perché per invertire il trend ben descritto da Clini, dovremmo tirare il freno a mano all’economia mondiale, fermare quelle due formidabili locomotive industriali lanciate a bomba verso il “progresso” che sono Cina e India, nonché le spaventose macchine dei consumi che sono gli USA e l’Europa, dai quali dipende tanta parte del nostro benessere. Le conseguenze dei cambiamenti climatici non si esauriranno nell’innalzamento dei mari (in uno scenario business as usual si parla addirittura di 6 metri al 2100), che peraltro per l’economia veneta sarebbe già apocalittiche, con perdita totale dell’economia turistica litoranea e (non dimentichiamoci) di buona parte di quella invernale di montagna, di parte del comparto agricolo e di qualche polo e distretto industriale più vicino alla costa. Si tradurranno in avanzata delle zone desertiche (per l’Italia si stima il 30% dell’intero territorio), calo delle produzioni agricole (per i cereali sta già avvenendo), aumento di eventi estremi e siccitosi, diffusione di specie e malattie tropicali, tutti fenomeni che stanno già avvenendo. E non ho citato il problema delle crisi energetiche, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Si fa perfino fatica a far rientrare il tutto in un quadro con un minimo di coerenza. Eppure sono tutte valutazioni scientifiche oramai consolidate.
    Tutti hanno sentito delle stime dell’ex funzionario della Banca Mondiale Stern, secondo cui se non iniziamo ad investire l’1% del PIL all’anno per la salvaguardia ambientale al 2030 dovremo investire il 20% del PIL mondiale per la rimediazione. Ma il 20% del pil significa non recessione economica, significa collasso. Termine questo che cade a fagiolo: aspetto l’intervento di Giancarlo su “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” di Jared Diamond, professore di geografia alla UCLA, ma, pur non avendolo ancora terminato, posso dire che questo formidabile libro ci dimostra che in passato molte delle società più avanzate sono crollate per aver sovrasfruttato l’ambiente. Che da sola la tecnologia, senza sistemi di governance dei beni comuni, non basta ad evitare il peggio, e che quasi tutti i capi di governo nella storia del genere umano non sono stati in grado di guardare al medio termine e garantire la sostenibilità dello sviluppo. Teniamo presente che il libro studia civiltà isolate o che sono vissute su territori tutto sommato contenuti, mentre noi stiamo effettuando il più grande esperimento nella storia dell’umanità, ovvero la modificazione degli equilibri ecologici a livello planetario. Siamo arrivati a punti (ad esempio nella concentrazione di anidride carbonica in atmosfera) mai raggiunti da quando c’è vita su questo pianeta.
    Un’altra riflessione che mi viene in mente è che continuiamo a vedere il mondo e l’economia divisa per continenti e nazioni, senza renderci conto che la globalizzazione è da molto tempo un dato di fatto: ovvero non esiste più un’economia nazionale indipendente dalle altre, per fabbisogno di materie prime, energia, capitali, ecc. Già oggi noi stiamo intaccando a livello mondiale lo stock di risorse che abbiamo a disposizione, ben oltre la capacità dello stesso di rigenerarsi (il sovraconsumo ammonta al 23% secondo il metodo dell’impronta ecologica, è sottostimato ed è in aumento). E’ come essere in pensione, percepire 1.000 euro al mese e spenderne regolarmente 1.230, e avere un da parte solo un gruzzolo di qualche migliaio di euro. Questo, dal punto di vista ambientale e sociale, vuol dire anche che da oggi in poi lo sviluppo di un popolo potrà avvenire solamente a discapito di un altro, perché per mantenere il mio stile di vita ho bisogno di accedere alle risorse di altri paesi (sarò banale, ma la parola Iraq vi dice niente? Altro che esportazione di democrazia). Anche quando pensiamo all’inquinamento cinese, dobbiamo considerare che una parte è stata generata per le nostre importazioni di semilavorati e prodotti finiti. Purtroppo per gli ottimisti a prescindere, l’inquinamento è egualitario, e le emissioni cinesi contribuiscono all’allagamento di Venezia allo stesso modo in cui contribuiamo noi bruciando combustibili fossili (per fare qualsiasi cosa, dal riscaldamento, all’illuminazione, dai trasporti al consumo di prodotti che incorporano energia: pensate solamente che nell’agricoltura intensiva “moderna” per produrre un’unità di energia alimentare si impiegano cinque unità di energia fossile).
    E quindi sovvenzionare con i soldi del Mose le fonti rinnovabili probabilmente non sarebbe servito a nulla: forse il Mose è davvero il male minore temporaneo, e le fonti rinnovabili sarebbero già abbondantemente finanziate (CIP6 e voce tariffaria A3 nelle nostre bollette elettriche) se la solita combine all’italiana non avesso dirottato la maggior parte degli incentivi, oltre il 70%, alle fonti assimibilabili (rifiuti e scarti di raffinazione). In questi giorni l’Autorithy per l’Energia ha avanzato l’ennesimo tentativo di revisione tariffaria di questi incentivi, cercando di indirizzarli effettivamente alle rinnovabili. Risultato: levata di scudi e azioni legali (proprio così, legali) dei principali beneficiari (tra cui alcune compagnie petrolifere), ed ennesimo stallo del processo. A proposito di come le società scelgono di morire o vivere. E vogliamo parlare della guerra tra poveri, al morte di poveri cristi e i furti di rame da linee ferroviarie, di telecomunicazione e perfino dai cimiteri, vista la crescita del prezzo della materia prima per il traino della domanda asiatica? Però Paolo non abbatterti, continua la tua opera di educazione del consumatore, è proprio di questo che abbiamo bisogno. Che la gente capisca che la salvaguardia ambientale ormai vuol dire salvaguardia della propria ricchezza e del proprio benessere. Anzi, spiegaci meglio cosa fai di lavoro, mi interessa molto.
    A proposito del quesito di Stefano a Clini, vorrei dire che esiste un’industria che sta guardando con preoccupazione ai cambiamenti climatici e pensando a strategie di risposta: non il settore immobiliare ma quello assicurativo. Che nel 2005, l’anno più costoso della storia del settore, ha perso la bellezza di 200 miliardi di dollari solo per eventi legati al ciclo dell’acqua (erano stati 145 nel 2004), di cui 60 solo per Katrina. L’ Association of British Insurers stima che in uno scenario business as usual questi costi potranno moltiplicarsi per otto al 2080. Per questi motivi da qualche anno le principali compagnie assicurative chiedono ai loro clienti di adottare piani di riduzione delle emissioni inquinanti e strategie di salvaguardia dagli eventi ambientali estremi. In realtà molti settori si stanno muovendo verso la sostenibilità, credo che avremo modo di riparlarne, ma gli sforzi messi in campo finora sono largamente insufficienti, come si dice da più parti. A parte qualche inquinante, non ci sono segni di miglioramento sostanziali per quanto riguarda le emissioni di gas serra, il consumo di materie prime e di energia, la crescita della popolazione (cavoli! Nella Pianura Padana, una delle sette regioni più inquinate al mondo, il livello delle polveri sottili a Portogruaro è lo stesso di Marghera che è lo stesso di Milano!!!). Molti ancora non hanno compreso la reale portata delle sfide poste nei prossimi anni dai cambiamenti ambientali, e credono che l’ambiente possa essere, al massimo, una buona occasione di marketing per continuare a sostenere il proprio socialmente insostenibile business (mi sto americanizzando nella grammatica!!!).
    Vi chiederete come faccio, con questo pessimismo, a guardare avanti. Molte volte non ci penso, cerco di impegnarmi nel mio piccolo perché il mio stile di vita e la mia professione giovino alla causa della sostenibilità, e spero che sempre più gente si muova in questa direzione. Per questo mi ha fatto davvero molto piacere che in questo blog, che raccoglie secondo me alcune delle menti più brillanti in tema di distretti e sviluppo locale in Italia, Stefano abbia voluto introdurre questo tema, credo prima come cittadino veneziano che come studioso. Magari i suoi figli già si sono innamorati di questa splendida città, lui sicuramente lo è da molto tempo, e sarà doloroso per loro doverla abbandonare in futuro. E questo stimolo forse vale più di qualsiasi considerazione di ordine economico. Meno democrazia per salvare il pianeta? Forse, ma allora tutti i discorsi di Amartya Sen dove vanno a finire? Tecnologie, sistemi produttivi sostenibili, nuove politiche ci salveranno solo se le persone lo decideranno. Per questo sono anch’io dalla parte dei cambiamenti dal basso. Per i più motivati, cercate su google “decrescita”.
    Scusate, come sempre, la lunghezza.

  6. Comment by marco — December 13, 2006 @ 5:17 pm

    Matteo non tutto è perduto. Ho trovato questo interessante articolo di repubblica che parla delle tecnologie già sperimentate e disponibili per immagazzinare l’anidride carbonica nel sottosuolo. Si tratta di una tecnologia utile per farci rispettare (senza modifiche radicali) il protocollo di Kyoto. Non è quindi una soluzione definitiva al problema del global warming ma mi sembra un passo nella direzione giusta. Che altro possiamo metterci vicino?

    Marco

  7. Comment by Matteo — December 13, 2006 @ 7:54 pm

    Ciao Marco
    il sequestro della CO2 nel sottosuolo può essere una soluzione, bisognerebbe valutarne bene il bilancio energetico complessivo (quanta energia richiede) e i costi esatti (che sono ancora incerti, checche ne dicano gli scienziati, che sono sempre innamorati delle loro soluzioni). Ma il sequestro può essere effettuato anche dalle foreste, dalle quali possiamo anche ricavare energia in loco, diversificare l’agricoltura, riqualificare e valorizzare territori marginali o abbandonati (montagna). Se il sequestro nel sottosuolo è usato solo per prolungare la vita utile dei giacimenti petroliferi (come avviene oggi), risolve il problema della CO2 ma lascia intatti tutti gli altri (dipendenza, stabilità, conflitti, rinnovabilità), a differenza delle biomasse. Quindi nelle scelte bisognerebbe cercare di massimizzare il più possibile i ritorno degli investimenti a livello collettivo (questa è la politica che occorre). Comunque sia chiaro, non sono contro queste tecnologie, tutto aiuta alla fine.
    Ad ogni modo, in questo articolo si fa una buona sintesi delle possibilità future (http://www.qualenergia.it/view.php?id=136&contenuto=Articolo, qual’è il linguaggio di programmazione per linkare una pagina nel blog?). Vengono elencati una serie di fattori (efficienza, rinnovabili, nucleare, sequestro), si potranno scegliere diversi mix decidendo se dare maggior peso ad alcuni di questi fattori o ad altri. Tecnicamente si può fare tutto, non è questo il problema. La questione è che i diversi mix comportano diversi pattern di distribuzione dei costi e dei benefici. Io che sono idealista, lavoro in Trentino e ho vissuto sei mesi a Berkeley, sono per un sistema energetico decentrato e democratico, basato su risorse energetiche locali rinnovabili (efficienza energetica, biomasse, termico, minidro, eolico, fotovoltaico, citati in ordine di fattibilità), dove ciascun edificio è anche un modulo energetico ad altissima efficienza, in grado di consumare energia in maniera intelligente (ad esempio quando non ci sono picchi di domanda) e di immetterne in rete nei momenti di maggiore bisogno (quando è anche pagata di più, si può fare con un contatore intelligente, non quello dell’ENEL). Altri preferiscono mega centrali nucleari e impianti offshore, ad alta concentrazione di capitali, ridotto numero di occupati e con un certo impatto. La soluzione finale potrà essere un mix di queste formule (impensabile che una città si produca tutta l’energia da sola, almeno per come è concepita oggi), i cui diversi pesi non saranno indifferenti in termini di redistribuzione di ricchezza e benessere. Insomma, a me pare che serva un nuovo patto tra gruppi sociali e nazioni, per un sistema energetico più efficiente, pulito, equo e democratico (oggi non lo è affatto, e i segnali vanno verso una ancor più marcata concentrazione, almeno nelle fonti tradizionali).
    A questo punto è ancor più chiaro il ruolo che dovrebbe giocare la politica. Ma oggi non esiste una realtà politica con un tale livello di maturità, tantomeno per il governo dei fenomeni globali. Anche perchè mi pare che oggi la politica faccia solo rima con potere, che fa il pari con il denaro.
    Non a caso l’articolo citato chiude così: “L’analisi della Iea mostra come le tecnologie esistenti e quelle emergenti possono condurre il Mondo verso un futuro sicuro e sostenibile, ma ciò «richiederà un impegno finanziario e di politica energetica sia da parte del settore pubblico che privato e una collaborazione senza precedenti tra Paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo». Selezionare le soluzioni che prevedono tecnologie a più basso costo sarà essenziale. Lo studio della Iea conclude che è necessario agire ora per accelerare i miglioramenti possibili d’efficienza, per implementare le tecnologie più efficaci dal punto di vista ambientale e sostenibili dalpunto di vista economico, e allocare sufficienti risorse per far si che rinnovabili avanzate, Ccs e anche una generazione avanzata di nucleare possano giocare un ruolo decisivo per soddisfare i bisogni di energia del Pianeta a metà del secolo.”
    Secondo me solo un movimento dal basso e diffuso, supportato da tecnologie smart e distributed (un po’ come quando si è passati dai mainframe ai pc) permette di aggirare quei nodi indistricabili tra politica e gruppi di interesse che vivono male un cambiamento nei sistemi economici ed energetici di questo tipo. Sembra che in Silicon Valley sempre più persone ci credano.

  8. Comment by Valentina — December 14, 2006 @ 12:32 am

    Mi scuso con Matteo e Marco, ma con questo post vorrei riallacciarmi in particolare al discorso di Paolo e Vladi. La mia posizione infatti, non è poi tanto diversa da quella con cui concludeva il post Paolo. Il termine rivoluzionari infatti credo abbia fuorviato: personalmente ritengo che le azioni di Greenpeace stiano alla causa ecologista come il Gay Pride sta alla causa del riconoscimento di pari dignità alle persone omosex. E cioè, per parafrasare Shakespeare, creano “molto rumore per (ottenere) nulla”. I soggetti propositori a cui volevo riferirmi sono invece proprio quegli instancabili curiosi, navigatori della rete e non, a cui Beppe Grillo spesso si rivolge.
    E da questo punto di vista anche il discorso del ruolo della politica entra in gioco. Perchè i politici si interessano degli argomenti che interessano l’elettorato. Se una sempre maggiore fetta dei votanti si dimostrasse (realmente e fortemente) interessata a intervenire da subito su questo tipo di tematiche, più di qualche politicante si impegnerebbe nell’argomento, se non altro per cavalcare l’onda delle possibili preferenze.
    Quindi, dove Vladi pensa sia necessario uno sforzo politico che produca consapevolezza diffusa io credo invece sia necessaria una consapevolezza diffusa per creare uno sforzo politico.

  9. Comment by Vladi — December 14, 2006 @ 1:22 pm

    E io sono d’accordo su tutta la linea Valentina. La politica chiaramente si dovrebbe far carico di una domanda che esiste gia’ ed e’ rilevante. In aggiunta dovrebbe anche accompagnarla e farla crescere, creando ulteriore consapevolezza.

  10. Comment by sb — December 14, 2006 @ 5:26 pm

    io non sono d’accordo con il punto di Valentina, ripreso da Vladi, e cioè che la domanda esista e sia matura.
    Mi colpisce molto, nel post di Stefano, la risposta data da Corrado Clini e relativa all’incapacità -in questo caso di tutti quelli che continuano a comperare o mantenere casa a venezia- di un’analisi di lungo periodo.
    Le informazioni circa i richi che tutti noi stiamo correndo a causa dell’insostenibilità ambientale del nostro modello economico sono alla portata di tutti. Se non si fanno scelte decise a favore dell’ambiente che si oppongano al modello economico attuale è perchè non si attribusice alla variabile ambientale un valore nella funzione di utilità che guida tutte le nostre azioni.
    Se la domanda per uno sviluppo ecocompatibile fosse forte e matura e i governi dovessero davvero solo indirizzarla e promuoverla i parcheggi non sarebbero pieni di SUV ma di auto ibride, venezia sarebbe vuota, e non ci lamenteremmo che l’inverno non arriva solo perchè abbianmo voglia di tirare fuori gli sci.
    Credo che la strada da fare sia ancora molta, troppa per il ritmo al quale ci stiamo muovendo e per il poco tempo che sembra rimanere.

  11. Comment by paolo — December 14, 2006 @ 8:33 pm

    Ciao vladi, un appunto al tuo ultimo post. Direi che in realtà la domanda esiste ed è matura ma non sa trovare collocazione politica perchè nessuno la accoglie. Il problema è del politico non dell’elettore. Mi pare che nessuno abbia ancora intrapreso una nuova via per la salvaguardia amibentale. L’ambiente non dovrà più essere considerato un punto tra gli altri dell’agenda di un programma ma l’orizzonte comune di tutti i problemi comprese le pensioni e il cuneo fiscale!
    Uno spettro si aggira per l’europa, la consapevolezza ambientale.
    I partiti dimostrano incapacità di gestione del problema. Si tratta forse di rivedere il concetto di politica. In questo senso troverei una sintesi tra le tue posizioni e quelle di valentina dicendo che, certo, è la politica che deve gestire la domanda dal basso, che esiste ed è potente, ma non questa politica.
    Sono d’accordo con matteo che i pannelli solari non salveranno venezia dall’acqua alta ma dobbiamo anche cominciare a pensare che senza un cambiamento radicale venezia potrebbe diventare l’ultimo dei nostri problemi.

  12. Pingback by Sustainability » Ambiente fa rima con Economia — December 30, 2008 @ 10:09 am

    [...] molto tempo, ma sembrano riscuotere poco successo, sul piano concreto. Forse perché l’uomo non è programmato per vivere immaginando la catastrofe imminente, forse perché le leve dei cambiamenti hanno altri nomi, che, magari, fanno rima con Economia. E [...]

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