Lezioni troppo americane (di Alesina e Giavazzi)

Giovedì 23 novembre si è tenuto alla Querini Stampalia di Venezia un affollato incontro con Alberto Alesina, economista italiano da tempo docente alla Harvard University. L’occasione era offerta dal recente libro che Alesina ha scritto con Francesco Giavazzi: “Goodbye Europa”, uscito contemporaneamente in Italia per Rizzoli e negli Usa con le edizioni Mit press. Il libro propone un’analisi impietosa dell’economia europea che, com’è noto, ha vissuto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 una lunga fase di bassa crescita, quasi una stagnazione se confrontata con il forte dinamismo manifestato nello stesso periodo dall’economia mondiale. Fra i dati più preoccupanti proposti da Alesina c’è la variazione del rapporto fra Pil pro-capite dell’Europa e quello Usa. Nell’immediato dopoguerra questo rapporto era pari al 42%. Da allora e fino alla fine degli anni ’80 l’economia europea cresce a ritmi sostenuti, portando il rapporto all’80%. Ma da quel momento in poi l’Europa inizia a perdere terreno, riportando il rapporto al 70% di oggi. Se il trend degli ultimi 15 anni venisse confermato anche nei prossimi 15, il Pil pro-capite degli europei ricadrebbe ad un rapporto con quello Usa del 30%! Mentre nel frattempo altre potenze economiche riuscirebbero ad affermarsi, in particolare quelle del sud est asiatico.
Assunto questo scenario, Alesina e Giavazzi propongono le loro soluzioni, che portano verso due linee convergenti: da un lato all’introduzione di massicce dosi di liberalismo economico nei mercati dei beni, dei servizi e del lavoro; dall’altro ad una drastica ritirata del welfare europeo, accusato non solo di disperdere preziose risorse per la crescita ma, soprattutto, di ridurre gli incentivi ad un uso produttivo delle infrastrutture collettive. Interessante, a tale proposito, l’agenda delle cose che, secondo Alesina e Giavazzi, gli europei non dovrebbero assolutamente fare: investire di più nei sistemi educativi, in incentivi pubblici all’innovazione, in infrastrutture per i trasporti. Secondo gli autori, in queste aree non servono affatto più risorse, ma un uso più efficiente di quelle esistenti. Come a dire che l’agenda per lo sviluppo su cui in Europa si discute da almeno vent’anni, dovrebbe essere di fatto cancellata.
In una certa misura, questa provocazione potrebbe essere presa sul serio. Proviamo infatti a guardare per un momento al sistema educativo e, in particolare, all’Università. Secondo i nostri autori, fra Usa ed Europa la differenza non riguarda tanto la quantità di risorse investite nel sistema (in realtà, ci sarebbe da discutere anche su questo), bensì i canali attraverso cui le risorse arrivano. In Europa è lo stato a finanziare l’offerta, attraverso il meccanismo re-distributivo della fiscalità generale. Negli Usa sono invece le famiglie e le imprese, cioè la domanda, che si fa carico in via diretta dell’onere maggiore. Le famiglie, in particolare, pagano rette di iscrizione all’università molto elevate (ne abbiamo parlato anche nel post sulle lezioni americane1), ma in questo modo sono molto attente alla qualità dell’istruzione dei propri figli, scegliendo con attenzione college e Università dove mandarli a studiare. Lo sforzo finanziario può essere compensato attraverso prestiti d’onore o, nel caso di situazioni disagiate ma meritevoli, anche con borse di studio. In questo modo, si incentivano le università a qualificare l’offerta, attivando un meccanismo concorrenziale per attirare gli studenti. Allo stesso tempo, anche le imprese partecipano più attivamente alla vita universitaria, sia finanziando progetti di ricerca e alta formazione, sia con un coinvolgimento diretto nella gestione delle strutture. Ma non finisce qui. Perché anche lo stato è presente con un atteggiamento diverso. Il fatto che metà della spesa Usa in R&D venga dal Ministero della Difesa (facendo due conti, si tratta di 70 mld di $ all’anno, otto volte la spesa pubblica in ricerca dell’Italia!) la dice lunga sul modo con cui si selezionano i temi di ricerca e si chiede il conto dei risultati. Il problema che Alesina e Giavazzi non considerano è che, in questo caso, non siamo tanto di fronte a incentivi di mercato, ma ad un quadro molto ben definito di obiettivi politici.
In ogni caso, pur fornendo alcune utili provocazioni, il libro di Alesina e Giavazzi è basato su un equivoco di fondo. E’ l’idea che il sistema al momento più dinamico rappresenti la one best way da seguire per sempre. Tanto per capirci: dieci o quindici anni fa un libro come questo avrebbe avuto come titolo “Goodbye America”. E, in effetti, non mancavano all’inizio degli anni ’90 diverse opinioni critiche sullo sviluppo dell’economia Usa, che soffriva il confronto concorrenziale sia con il Giappone sia con l’Europa (ricordate i libri di Lester Turow e di Robert Reich?). Ma se si fosse seguito il modello allora “vincente”, l’economia Usa avrebbe fatto poca strada.
In conclusione, Alesina e Giavazzi avrebbero dovuto considerare con maggiore attenzione il concetto di “ciclo istituzionale”, tema ispirato da Mancur Olson, economista americano noto soprattutto per la sua critica alla “logica dell’azione collettiva”, che costituisce una delle principali ispirazioni teoriche dei nostri autori. Secondo Olson, ogni sistema economico alterna fasi in cui prevale la tensione sociale verso la creazione di risorse, e fasi in cui, invece, a prevalere è una logica distributiva. A partire dal dopoguerra, l’Europa (in particolare Germania e Italia) e il Giappone, hanno vissuto per quarant’anni una fase in cui è prevalsa la logica creativa. Invece, Usa e Regno Unito si sono a lungo adagiati su logiche distributive. Ora il pendolo ha cambiato direzione. Cosa può assicurare che la situazione in Europa continentale possa cambiare, e che il consenso sociale torni di nuovo a premiare soggetti e regole capaci di creare risorse?
La risposta è: la qualità della democrazia! Cioè capacità di apprendimento sociale e possibilità di cambiamento istituzionale. Perciò, più mercato è giusto se, tuttavia, non va a discapito della democrazia, senza la quale non è immaginabile un processo di sviluppo economico duraturo. Presto questo tema diventerà attuale anche in Cina: altrimenti, è certo, non mancherà nemmeno un “Goodbye Cina”.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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