La finanza per il design

Il 22 scorso si è tenuto a Milano un seminario su design e innovazione organizzato presso Borsa Italiana da Domus Academy, Kanso e Nova-Sole24Ore. Il luogo è simbolico. Il mercato finanziario è sempre stato lo spazio d’azione del grande capitale, delle grandi imprese e del mangement “come si deve”. L’esatto contrario delle nostre piccole e medie imprese del made in Italy che basano la propria competitività su elementi sfuggenti e immateriali come il design e la comunicazione.
Come mai tanto interesse, ora? Luca Lombardo, direttore segmento piccole e medie imprese di Borsa Italiana, lo ha detto molto chiaramente: le medie imprese hanno tassi di crescita e di redditività ben superiori alle grandi. I dati sono sorprendenti: negli ultimi cinque anni, le medie aziende quotate hanno conosciuto una crescita annuale dei ricavi dell’11%, del valore di circa il 23%, del margine del 16% e degli scambi borsistici del 56%. Le risorse ottenute dal mercato finanziario hanno innescato un circuito virtuoso: hanno consentito agli imprenditori di consolidare la crescita e di effettuare ulteriori investimenti soprattutto sul fronte del design e dell’innovazione.
Gli operatori finanziari lo hanno capito. Dal momento della loro quotazione, le medie aziende sono oggetto di vere proprie corse all’investimento (oversubscription): il loro valore è valutato in media 30 volte l’utile dell’impresa, quando invece le grandi non riescono ad andare oltre il 15. Aziende come Elica, Frau, Geox e Nice, entrate da meno di un anno in borsa, sono già le protagoniste del mercato. Tutte imprese di medie dimensioni, fortemente innovative nei loro settori e profondamente legate al made in Italy. Si tratta di uno scenario incoraggiante per le nostre aziende leader che spesso operano in settori etichettati come “low tech”.
La quotazione in borsa costituisce una prova di maturità per le imprese: richiede strutturazione e organizzazione interna, confronti con gli analisti su base trimestrale, esplicitazione di strategie aziendali, ecc. La quotazione non arriva rapidamente (come capita ad esempio nel mercato americano), ma si inserisce all’interno di un percorso di crescita che le aziende devono aver imboccato autonomamente e da tempo. Nice ad esempio è da anni nella top ten della classifica che Mediobanca elabora a partire dalle più innovative medie aziende italiane.
Il successo conseguito da queste imprese fa riflettere. Soprattutto per il fatto che diverse fonti (Osservatorio TeDIS, Mediobanca, Unioncamere) stimano in circa 3000 le medie imprese leader in Italia che investono esplicitamente in design e comunicazione, innovazione tecnologica e ICT. Come valorizzare questo patrimonio?
Nella discussione del workshop sono stati sollevati due temi: gli strumenti finanziari di accompagnamento alla crescita e la cultura della proprietà intellettuale. Il primo si riferisce alla definizione di nuovi strumenti per sostenere gli investimenti delle imprese in design e innovazione prima che arrivino in borsa. Quelli attualmente disponibili, come i venture capital, hanno dimostrato di essere poco incisivi. Nel primo trimestre del 2006 l’investimento di tutti i venture operativi in Italia è strato complessivamente soltanto di 9 milioni di euro (una cifra irrisoria). Più che copiare, siamo chiamati a studiare strumenti finanziari maggiormente in linea con le necessità del made in Italy. BancaIntesa sembra aver colto questa sfida con il fondo Intesanova dove si propone di finanziare, senza garanzie reali, progetti di innovazione di pmi incentivando un percorso di avvicinamento tra l’impresa ed il mondo della ricerca scientifica. Caro Berseli conferma che attraverso questo metodo sono già stati effettuati circa 900 affidamenti solo nel 2005. La strada sembra quella giusta. Non servono finanziamenti ingenti per le nostre pmi, ma fondi di piccole e medie dimensioni sui quali iniziare un percorso di qualificazione del progetto imprenditoriale.
Il secondo livello riguarda la proprietà intellettuale. Per poter incentivare gli investimenti in design (e convincere gli operatori finanziari a sostenerli) bisogna adottare strumenti di valorizzazione dell’innovazione. I brevetti costituiscono la strada maestra, ma nel caso dei prodotti a forte connotazione estetica diventano armi spuntate. E’ vero che a livello europeo si è cercato di porre argine a questo problema sia a livello legislativo (disegno o modello europeo) che di strumenti di intervento (il database di OAMI ad Alicante). Ma sono comunque forme deboli. La protezione effettiva (soprattutto dalla contraffazione) si può raggiungere con altri strumenti come il brand, la costruzione di canali distributivi proprietari, la comunicazione
Fa piacere vedere che qualcosa sta cambiando. Gli imprenditori, soprattutto quelli di imprese di nuova generazione, sanno che il “duro lavoro” non basta più. Servono risorse finanziarie e processi organizzativi più qualificati. L’incontro tra questi due mondi (finanza e pmi) sembra essere oggi a portata di mano.
Marco

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2 Responses to La finanza per il design

  1. gc dicono:

    Ma dove sono andati a finire tutti quelli che avevano condannato il made in Italy ad una irreversibile crisi competitiva? E che sostenevano che per rispondere alla pressione concorrenziale del Far East era necessario abbandonare i settori “maturi” e cercare di rifugiarsi in fretta nell’alta tecnologia? Dopo di che Gereffi e Ong (nel workshop alla Duke sulle GVC) ci dicono che Cina e India (ma anche il Messico) stanno riposizionando i loro vantaggi comparati nell’Ict e nelle nanotecnologie, e Marco ci mostra che sono proprio le tipiche medie imprese del made in Italy – dell’abbigliamento, della calzatura, del mobile – ad avere gli indici di reddittività più elevati. E’ impazzito il mondo o non sono invece le nostre categorie di analisi economica ad essere inadeguate? Credo sia proprio la seconda che ho detto. Non ci sono settori maturi ma solo imprese mature: sono le imprese che non sanno innovare, migliorare i prodotti, rendere più efficienti i processi, riorganizzare la catena di fornitura, investire nella distribuzione, nei marchi, nei brevetti, nella logistica e, ovviamente, nel design (che è R&D a tutti gli effetti!). Quelle che lo fanno sono premiate dal mercato: sia quello dei consumatori, sia quello dei capitali. E così il gioco ricomincia.

  2. Lorenzo dicono:

    Scrivo questo commento, sperando non sia off topic, non come collaboratore VIU ma come presidente di una pmi (molto piccola e non prossima alla quotazione in borsa) e come membro del cda di Venice Cube (http://www.venicecube.it), consorzio di start up che ha sede nell’incubatore di aziende voluto dal Comune di Venezia.
    Il consorzio conta al suo interno più di venti pmi che offrono servizi creativi e innovativi: una tv digitale, produzioni di film e documentari in alta definizione, progetti sul rapporto tra arte, impresa e nuove tecnologie, comunicazione, pubbliche relazioni, web marketing, grafica, design ed architettura, produzione di software, anche open source, e commercialisti che offrono consulenza alle start up, anche identificando finanziamenti pubblici.
    Il consorzio sta faticosamente passando da una logica di condominio, e di mera convivenza in un unico contenitore, ad organismo che sta definendo una sua vision e mission, per poter offrire un pacchetto unico di servizi ad istituzioni ed aziende. La collocazione a Venezia, in uno splendido palazzo quattrocentesco, con design di interni moderno, è di certo strategica, ma i problemi di cui parla Marco esistono in forte misura anche da noi.
    Il Venice Cube potrebbe sviluppare dei progetti altamente qualificati e qualificanti, che leghino creatività, economia, nuove tecnologie, ma i succitati problemi: finanziamento dell’economia creativa e proprietà intellettuale costituiscono attualmente un blocco.
    Sarei lieto di poter iniziare un dibattito e uno scambio di idee con voi su questi temi.

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