Lezioni Americane II – Innovazione=più ingegneri?

Ancora sul viaggio a Durham. Abbiamo verificato con mano come negli U.S. il problema della formazione del capitale umano sia davvero preso sul serio: non sola in termini di infrastrutture per la conoscenza, come ci hanno raccontato Marco e Giancarlo. Ma anche ponendosi il problema di come orientare i percorsi formativi in modo specifico.
Nel corso del workshop cui abbiamo partecipato, uno dei temi affrontati è stato quella di come la disponibilità di competenze specifiche possa determinare la capacità produttiva del sistema economico. Con il tipico atteggiamento operativo e pragmatico dei nostri colleghi americani, la domanda che la comunità di ricerca (e Duke, ricordiamolo, è un esempio dei migliori delle Università “di ricerca”) si pone è: il processo di outsourcing, che sta interessando in modo clamoroso anche i servizi, e in particolare alcuni servizi avanzati, è così intenso anche perché non possediamo in misura sufficiente le competenze necessarie?
Detto in modo più giornalistico, non sarà che stiamo delocalizzando anche le attività “ad alto valore aggiunto” perché non abbiamo abbastanza ingegneri? Non si tratta di una questione virtuale ma di un dibattito estremamente reale. Gereffi e Ong nella loro presentazione evidenziano un dato impressionate: la Cina ha deciso di investire pensantemente sulla formazione degli ingegneri e nel 2003/2004 ha laureato il triplo degli ingegneri degli Stati Uniti (450 mila contro 140 mila) con un tendenziale in crescita per il prossimo anno.
Il tema è interessante per diversi interrogativi, tutti oggetto di discussione nel corso del workshop:

  1. quanto conta la formazione tecnologica nelle capacità competitive di un Paese?
  2. come confrontare un dato empirico relativo al capitale umano in diversi contesti?
  3. qual è la tipologia di competenze che manca in US ? Che tipo di ingegneri?

Rimandiamo alla presentazione di Gereffi le risposte a questi quesiti. Qui ci interessa la risposta all’ultimo punto. E’ un dibattito che ci è davvero, vorrei dire con un po’ di nostalgia, familiare. Ci sembra infatti di risentire, con parole diverse e in un contesto più avanzato, il dibattito su conoscenza codificata e conoscenza tacita. Conta l’ingegnere in quanto tale o l’ingegnere competente sui processi specifici? Si apre, dalla discussione, un filo di speranza anche per noi: Gereffi e Ong suggeriscono infatti che la vera figura che si sta cercando è l’ingegnere dinamico, contrapposto all’ingegnere transazionale. Una prima reazione è un pensiero sommesso: abbiamo contaminato da lontano il dibattito in USA? Che il pensiero Rullaniano sia fin qui arrivato per canali e sentieri nascosti? Una seconda è la tentazione di guardare in modo un po’ meno pessimistico le statistiche relative all’Italia sul numero di laureati in materie tecniche e in ingegneria in particolare: se c’è spazio per una formazione di ingegneria “dinamica”, possiamo trovare qualche spazio nella creatività e nella fantasia “made-in-Italy” anche nei processi formativi!
A parte queste immediate reazioni, come possiamo riportare la discussione nel nostro contesto? Insomma, cosa ci portiamo dietro da queste sfaccettature del dibattito avvenuto, ed in corso, a Duke? Non certamente, a mio parere, un dibattito sulla opportunità di modificare il corso di laurea in ingegneria o in ingegneria gestionale! (quest’ultimo, detto per inciso, risulta, secondo le statistiche dell’ISTAT, il corso di laurea che permette l’inserimento in assoluto più rapido nel mondo del lavoro). Direi invece uno stimolo più operativo a riflettere davvero su come il nostro sistema abbia davvero un bisogno essenziale di allocare risorse alla formazione del capitale umano e su quali siano i percorsi formativi più adeguati per recuperare, nel lungo periodo, competitività. Apriremo un post successivo sulle modalità con cui viene offerta la formazione nelle Università di ricerca come Duke e in particolare sul tema della integrazione tra didattica e ricerca. Per ora ci limitiamo a considerare come l’investimento in infrastrutture della conoscenza sia strettamente associato, nel caso di Duke, ad una incessante attività di ricerca, anche sulle stesse modalità con cui la conoscenza viene trasmessa nei processi formativi.

Mario

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2 Responses to Lezioni Americane II – Innovazione=più ingegneri?

  1. gc dicono:

    Con la storia che senza ingegneri non c’è crescita economica ci siamo scordati che ingengneri ce ne sono di tanti tipi. E che la quantità non basta. Nemmeno alla Cina, che sforna tanti ingegneri ma – in base all’analisi si Gereffi e Ong – di qualità modesta. Soprattutto, come ricorda Mario, servono ingegneri dinamici, capaci di applicarsi creativamente ai diversi contesti di produzione. Come aiutare questa evoluzione? Una soluzione sarebbe quella di rompere le barriere di accesso alle lauree specialistiche, permettendo a chi ha una laurea triennale in ingengneria meccanica o elettronica di specializzarsi in economia, design, diritto, medicina…. Oggi in Italia questo non è possibile. Ed è assurdo. Una risposta alla domanda di percorsi formativi flessibili è stata data dai master, ma forse si può fare qualcosa di più.

  2. marco dicono:

    Continuo il ragionamento di GC. Mi sembra che Italia abbiamo perso di vista anche il tema delle specializzazioni nei nostri settori di eccellenza: il tessile-abbigliamento, la meccanica leggera, l’arredamento. Che senso ha produrre tanti ingegneri aereospaziali (con il rischio poi di vederli partire per gli USA) quando le nostre imprese si occupano di tutt’altro? Credo si potrebbe iniziare un ragionamento all’interno delle stesse lauree di ingegneria (prima ancora che con una maggiore flessibilità del percorsi di laurea) per avere dei corsi rivolti esplicitamente verso i settori del made in Italy. Nel North Carolina, dove l’industria tessile è ancora importante, l’università – NC State – ha dato vita ad un intero politecnico dedicato al tessile nel quale si sviluppano ricerche, in stretta collaborazione con le imprese, sui materiali, sulle tecnologie multimediali per la progettazione dei tessuti e degli abiti, sulle tecniche di produzione, ecc. Non dovrebbe poi essere troppo difficile incentivare le aziende (ad esempio attraverso le agevolazioni fiscali) a finanziare progetti di ricerca attraverso il meccanismo delle borse di studio a studenti di dottorato. E’ un modo molto più compatibile al modello di innovazione delle imprese del made in Italy: interattivo e basato sulla costruzione di rapporti di fiducia.

    Marco

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