Metropoli e Creatività

Immaginavo che fare il discussant di Michael Hardt (coautore con Negri di Impero) avrebbe comportato un certo livello di conflittualità. Invece la sua relazione su Venezia e la globalizzazione ha percorso luoghi che sono stati ampiamente battuti dalla nostra tradizione di ricerca economica e sociale. Con qualche sorpresa.
Riprendo i concetti chiave della relazione di Hardt: il modello economico della Terza Italia (il territorio dei distretti italiani compreso nel triangolo Nordest, Emilia Romagna e Marche) sta conoscendo una rapida trasformazione da sistema produttivo-manifatturiero a economia dei servizi. Questa trasformazione richiede un nuovo modo di pensare lo spazio urbano e l’organizzazione della rappresentanza politica su scala locale.
Hardt identifica tre caratteristiche della forma città che corrispondono ad altrettanti livelli di complessità: il comune, la singolarità e l’antagonismo. Il primo riflette il livello di base dell’organizzazione sociale: il comune come comunità e come comunicazione in uno spazio di relazioni sociali rinnovato e consolidato quotidianamente. Il secondo livello, la singolarità, riguarda la caratteristica essenziale della città pensata in contrapposizione alla campagna: chi viene in città trova la sorpresa (sul lato umano), l’opportunità (in senso economico), l’intuizione (dal lato cognitivo). La terza caratteristica, l’antagonismo, è costitutiva dello spazio metropolitano in senso stretto: il termine stesso di metropoli, dice Hardt, rinvia a una gerarchia (città vs. colonie nell’etimo greco) e prefigura uno spazio di contrapposizione e di conflitto che può/deve manifestarsi per alimentare confronto e crescita sul piano sociale e intellettuale.
Fino ad oggi la Terza Italia, questa è la tesi centrale del ragionamento di Hardt, è vissuta sulla forza del comune/comunità. Il modello dei distretti ha legato il suo successo alla consistenza di un capitale sociale coeso, capace di tradurre i suoi legami costitutivi in altrettante connessioni produttive. Il passaggio a un modello economico che punta a valorizzare la creatività e lo stile (design, comunicazione, rapporti con l’arte contemporanea) richiede meno “comunità” e più metropoli. Richiede, Hardt aggiunge anche questo, più varietà culturale e più varietà etnica. Le grandi città americane testimoniano dell’importanza di minoranze organizzate che hanno fatto della loro differenza un’arma e uno strumento di crescita culturale (vedi l’esempio della musica hip hop nei ghetti di Los Angeles).
Può Venezia diventare il punto di riferimento per un territorio che sta rapidamente cercando di trasformare se stesso? Venezia ha dalla sua dei punti di forza: è città d’acqua, porto commerciale e capitale della cultura. Ha anche chiari punti di debolezza: è la città del fordismo (Marghera) e ha sistematicamente privilegiato la rendita rispetto a scenari di innovazione.
E’ proprio su questo punto che si sono concentrate le osservazioni di coloro che hanno partecipato alla discussione. A oggi sono pochi i contesti dove il lavoro vivo è messo davanti agli interessi del rentier: il passaggio ad un’economia basata sulla creatività e sull’innovazione richiede che sia incentivata la capacità di rischiare investendo su progetti e connessioni inedite fra soggetti altrimenti dispersi. Un’economia della creatività non insegue l’”errore” come a un bug da eliminare (l’infamia del fallimento in versione anni ’50), ma lo inquadra come materia prima su cui costruire nuovi rapporti sociali e nuovi esperimenti. Per questo è necessario inventare un nuovo sistema di tutele in grado di sostenere la voglia di rischiare degli individui, anche in assenza di una rete di riferimenti parentali e amicali come quelli garantiti dalla comunità di riferimento tradizionale.
Di nuovo la domanda: siamo davvero pronti a tutto questo nella cosiddetta Terza Italia? Siamo davvero pronti a lasciare alle spalle la comunità (quindi l’identità culturale, il welfare familiare, la tutela economica che questa comunità ha garantito) per entrare in un’economia che è anche e soprattutto spazio metropolitano, differenza, e – potenzialmente – conflitto? Per quanto dubbiosi, siamo costretti a rilanciare. Chi ha saputo nel corso degli ultimi vent’anni elaborare un modello di organizzazione economica alternativo al modello della grande impresa burocratica può e deve candidarsi a ripensare le regole di un’economia imprenditoriale su scala più ampia, valutando implicazioni culturali e nuove politiche di riferimento. Si tratta di capire se questo rilancio passa per le regole di un generico laissez faire o se è possibile elaborare modelli di governance economica e territoriale capaci di interpretare le logiche di un’economia imprenditoriale.

Stefano

Share/Save
Questa voce è stata pubblicata in Spazi e metropoli. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

6 Responses to Metropoli e Creatività

  1. gc dicono:

    Diventare metropoli è una scelta. Che diventa possibile (e desiderabile) se non comporta la perdita di ciò che di buono la dimensione locale (il comune, secondo Hardt) ci ha dato e può continuare a darci. La metropoli deve essere un’opportunità. Un modo per aumentare la gamma delle possibilità, per accrescere la scala dei servizi, per fornire stimoli competitivi. E’ anche un modo per rispondere ad un nuovo bisogno di rappresentanza. Com’è possibile che l’Alta velocità sia decisa in base a logiche localistiche? Ma anche le strategie del Marco Polo (ad es. i collegamenti con l’entroterra) non possono dipendere dal comune e dalla provincia di Venezia. Così come la possibilità di andare in bici ad Asiago non può dipendere solo da ciò che passa per la testa al presidente di quella comunità montana. Insomma, noi viviamo uno spazio metropolitano che ha bisogno di essere governato ad un livello adeguato, non come sommatoria di localismi.
    Allo stesso tempo, però, lo spazio metroplitano non è la negazione dei localismi, compresi quelli produttivi (distretti). Certo, il gioco non è solo incrementale. Ma nemmeno sostitutivo. Il conflitto si genera anche da questo confronto.

  2. Marcello Tarì dicono:

    A mio avviso c’è una importante, possibile mi pare, miscomprensione riguardo al concetto di “comune”. Conoscendo un po’ il dibattito attorno a questo termine – utilizzato da molti altri intellettuali ma spesso in senso differente – direi innanzitutto che il comune non si riferisce affatto alla comunità locale. Ed è perciò che invece ha a che fare con la metropoli, la singolarità e il conflitto. In primo luogo, come è affrontato in Moltitudine di Hardt e Negri, il comune è una forma della produzione di cui la produzione di comunicazione è solo la forma più chiara a tutti del produrre in comune il comune (“Il comune viene prodotto e, al contempo, è esso stesso una forza produttiva”). Ma il comune ha anche, certamente, un valore politico: se esso è la condizione odierna (sottolineo odierna) della produzione, esso è oggi anche la condizione tramite cui le singolarità (le soggettività) si organizzano (cioè: “fanno moltitudine”). Io stesso, nel corso della discussione, ho messo in rilievo la questione, già ripresa da Michael nella sua relazione, del reddito sociale proprio in quanto esso è sì il riconoscimento dell’egemonia del comune ma anche quello del valore della singolarità nel processo di produzione in generale. Ma il reddito sociale è anche un elemento di organizzazione politica della lotta della moltitudine intorno alla questione dell’attuale ripartizione della triade salario/profitto/rendita.
    Quindi il comune è sia la base oggettiva della produzione che la base soggettiva, cioè attraverso cui si produce altra soggettività: almeno in parte nel lavoro cognitivo il mezzo di produzione è diventato interno alla soggettività impegnata nel lavoro e ciò significa l’autonomia potenziale del capitale variabile da quello costante e anzi si proietta contro questo. Insomma, il comune è un’attività, un concatenamento macchinico, e non ha nulla a che fare con le relazioni interne a piccole comunità locali. Ci sarebbe poi anche da approfondire il comune come critica del diritto privato e pubblico ma mi premeva giusto cercare di precisare i termini della discussione.

  3. michael hardt dicono:

    Vorrei inzitutto ringraziare Stefano per il bel riassunto della mia presentazione. Non sono sicuro, pero, che l’accordo sui punti centrali è cosi largo e profundo come sembra nel riassunto. Certo che la logica del capitale, e anche la logica aziendale, puo a volte essere progressista, ma a volte non.

    In particolare, è vero che c’è un importante e sostanziale accordo sul’analisi dell’economia contemporanea, l’egemonia della produzione immateriale, ecc.

    Vorrei simplicemente sottolignare due punti di disaccordo (che sono anche in parte presenti nel riassunto).

    1. La necessità della partecipazione sociale degli immigrati e, piu in generale, delle differenze sociali per l’innovazione e la creatività. Il mio argomento, da un punto di vista filosofico e politico, è che senza l’incontro tra differenze non c’è creatività. Finalmente è una questione empirica, e non sono capace di farlo. Ma se è vero cio che dico, sarebbe un punto fondamentale anche per le interesse del capitale. Comunque, non credo che c’è un accordo su questo punto — e in particolare su cosa vuole dire un incontro tra differenze.

    2. Per ogni strategia economica bisogna chiedere chi vince e chi perde. Cioè, la perspettiva dell’azienda non è la perspettiva dei sfruttati — sfruttati e non solo vittimi, cioè attori con una grande potenze, ricchezza che è sfruttato, espropriato. Questo sarebbe certo una questione che si bisognerebbe profondire, ma mi sembra un’altro punto di disaccordo (o almeno differenza di prospettiva). E qui, certo, che nasce il discorso sul antagonismo.

    Non so se questo aiuto o blocca la discussione, ma era la mia prima reazione.

  4. Lorenzo dicono:

    Caro Michael,

    sono molto interessato al dibattito. Sono anche io convinto che, come dice anche Florida, la creatività nasca dalle differenze. certo, bisognerebbe riuscire a vedere le differenze come ricchezza da abbracciare e non solo sfruttare.
    Mi piacerebbe davvero discutere insieme, e riuscire a capire, come si possa instaurare un processo di questo genere anche in Veneto. Immagino ci siano due livelli di difficolta: il primo è far passare il concetto di economia della creatività, argomento di cui si parla perchè è “cool” ma di cui alla fine ben pochi, nel mondo produttivo, si occupano. Il secondo è di certo pensare a come integrare persone portatrici di differenti ricchezze culturali, sociali e di know how in un’economia basata sulla creatività. Non sono un economista e quindi mi rendo conto che il mio discorso potrebbe risultare forse naif, ma sono curioso di capire come si potrebbe iniziare a ipotizzare un percorso del genere, basato non su ipotesi “buoniste” e impraticabili, ma attraverso modalità fattive e economicamente convenienti per tutte le parti in gioco.

  5. Lorenzo Pezzato dicono:

    Cannavaro vince il pallone d’oro 2006, e subito l’imbecille giornalista di turno pone la fatidica questione: >. Segue risposta scontata.
    Veicolare il modello per cui il vincente è uno su un milione, non sembra un buon segnale per la gioventù. Napoli non ha certamente bisogno che alla figura del camorrista di successo si sostituisca quella dello sportivo di successo. Il contesto è diverso, il concetto è il medesimo. È talmente banale che diventa sconfortante: se ci sono cento bocche da sfamare ed una sola coscia di pollo, è evidente che i contendenti saranno disposti a fare di tutto pur di accaparrarsela e non morire di fame. Ugualmente l’esiguità dei “ruoli di successo” scatena una competizione assassina.
    Quello di cui c’è bisogno è una ridistribuzione, e prima ancora che della ricchezza, delle pulsioni, dei desideri e delle necessità. La vera motivazione alla base del successo e della popolarità di un calciatore –e quindi del suo assurgere a modello- è essenzialmente basata sulla propria capacità di attirare profitti per la società con cui è tesserato. Naturalmente questa capacità è proporzionale alla bravura tecnica, ma non sempre questo è vero e comunque è un dettaglio non significante. Ne discende che in realtà costruiamo modelli partendo in ogni caso da considerazioni di tipo economico. Il felice giorno che veline e modelle inizieranno ad accoppiarsi con intellettuali ed artisti anziché con miliardari e sportivi, la nostra società sarà sconvolta irreversibilmente. Le ragazzine seguiranno l’esempio e i ragazzini capiranno che per raggiungere belle donne è necessario lavorare sulla propria formazione culturale, piuttosto che sul proprio portafoglio. Una decina d’anni e il gioco è fatto. Cinico. Forse, ma efficace.
    Ridistribuzione dei valori e degli obiettivi, siamo passati in qualche decennio dal mito del posto fisso a quello dell’imprenditore che si arricchisce in fretta e ad ogni costo. Oggi il posto in banca è visto come un training verso la possibilità di diventare promotori finanziari.
    Ricostruire un tessuto sociale non parte dai riflettori accesi sul ragazzo proveniente da una umile famiglia di Napoli che sfugge allo squallore e arriva in alto, dove tutto il mondo lo può vedere ed applaudire. Così diffondiamo una pestilenza isterica fatta di disgusto per la vita quotidiana, che se attraversata con la testa alta invece presenta davanti agli occhi tutta la sua incontenibile complessità, i riverberi delle possibilità, le magie del lavoro del panettiere, se praticato con passione.

  6. sm dicono:

    Lascio i riferimenti di un librino davvero interessante su città e metropoli di Massimo Cacciari intitolato La Città edito da Pazzini Editore (2004). In 80 pagine si spazia dalla polis alla post-metropoli: in un’ora di treno 2500 anni di storia della città. Il libro è la sbobinatura di un lezione, il che ne fa un testo intenso (come sa essere MC quando parla in pubblico) e chiaro.
    Il difficile è trovarlo..
    sm

    http://www.pazzinieditore.it/pagine_html/al_di_la.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *