Lezioni Americane 1

La scorsa settimana siamo stati a Durham, nel North Carolina, dove abbiamo partecipato ad un seminario sulla globalizzazione dei processi economici organizzato dalla Duke University. E’ gia una notizia: non capita molto spesso che un intero gruppo di ricercatori Italiani venga invitato a presentare – in un workshop internazionale – il proprio lavoro sui quei distretti industriali che oggi non sembrano suscitare grande interesse in patria. Ma non è di questo che vogliamo parlare.
Il viaggio ci ha permesso di confrontarci con una realtà più ampia di quella squisitamente universitaria: lo stato del North Carolina, distante ma allo stesso tempo con molti tratti in comune con l’Italia. Il risultato di questo incontro ci ha colpito e per certi versi sorpreso. Visto da distante il sistema Italia non ha, come è logico, soltanto molti problemi e difficoltà ma anche insospettabili spazi di crescita. Di queste difficoltà e di questi spazi di crescita vi vogliamo parlare in una serie di post che pubblichiamo oggi e nei prossimi giorni.

Capitalizzare il made in Italy

Il nostro viaggio prevede la visita ad una cittadina, High-Point, non molto distante da Durham, dove si concentrano la maggior parte dei produttori americani di mobili: un vero e proprio distretto! Scopriamo ben presto che di produzione nell’area ne è rimasta poca: gli impianti sono stati delocalizzati quasi tutti in Cina. Il distretto da produttivo si è fatto commerciale, ci spiegano, ed è sede di una delle più importanti fiere del mobile al mondo. Una trasformazione visibile nel centro stesso della città dove i palazzi non ospitano più appartamenti, bar, cinema, ecc. ma spazi espositivi gestiti da mobilieri. Con nostra sorpresa, notiamo, passeggiando per il centro, un palazzo che si distingue completamente dagli altri per forma e colore: è lo showroom di Natuzzi, il produttore di imbottiti di Santeramo in Colle in Puglia. Entriamo e scopriamo un mondo: quattro piani tutti dedicati alla pelle, ai divani, alle poltrone, al gusto e allo stile italiano. Si tratta di un investimento (finanziario) notevole che fa riflettere, e molto, sulle modalità con cui valorizzare oggi il prodotto Italiano a livello internazionale.dscn0001.jpg

La distribuzione svolge da questo punto di vista un ruolo cruciale. Principalmente come spazio comunicativo nel quale esprimere le caratteristiche e la qualità della produzione italiana. Il made in Italy non è riducibile alla stretta attività manifatturiera di trasformazione di tessuto, vetro, metallo, ecc. ma è qualcosa di più: il frutto di un processo culturale che imprime valori e significati originali al prodotto. Soprattutto quando si opera a livello internazionale, è fondamentale esser in grado di raccontare ad una platea di consumatori – che non necessariamente condividono le nostre stesse sensibilità – non tanto i prodotti quanto le storie che vi stanno dietro, i percorsi e le esperienze che hanno portato alla loro realizzazione. Molto spesso le aziende italiane hanno fatto affidamento esclusivamente al prodotto in sé come veicolo per comunicare uno stile di vita. Oggi questo non è più sufficiente, abbiamo bisogno di articolare in modo più puntuale la complessità culturale ed estetica del made in Italy. Paradossalmente, la capacità di valorizzare questo patrimonio immateriale passa attraverso la realizzazione di contesti materiali (il punto vendita, lo showroom) nei quali offrire ai consumatori un’esperienza a tutto tondo del gusto e dello stile italiano. Come realizzare questa trasformazione? Gli aspetti principali sono due. Il primo riguarda la disponibilità di risorse finanziarie: senza l’accesso ai capitali diventa difficile poter investire in operazioni di un certo impatto. Oggi c’è un po’ di perplessità da parte del sistema finanziario (banche, fondi di investimento) a investire in iniziative di questa natura. Forse si potrebbe aiutare lo sviluppo di un mercato finanziario dedicato a queste nuove forme di distribuzione attraverso la costruzione di fondi pubblici ad hoc al cofinanziamento dell’internazionalizzazione delle nostre piccole e medie imprese. Il secondo punto riguarda la definizione di modalità innovative di comunicazione del prodotto italiano all’interno degli spazi distributivi attraverso la combinazione tra progettazione architettonica, organizzazione dei layout e nuove tecnologie multimediali. Si possonno così predisporre nei punti vendita percorsi interattivi in grado di far apprezzare ai consumatori la dimensione culturale del prodotto. Potrebbe essere l’occasione per sviluppare un nuovo settore di servizi sofisticati e a grande valore aggiunto in grado di mettere insieme competenze e profili professionali differenti e fortemente specializzati (registi, sceneggiatori, interactive designer, etc.). Proprio su questo fronte l’Italia si potrebbe candidare a svolgere un ruolo di leadership a livello internazionale.

Infrastrutture della conoscenza

Appena si entra nel Campus della Duke University si viene assaliti da una strana sensazione: qui la società della conoscenza non è solo materia per convegni e documenti politici, ma una realtà che si vede, si tocca, si sviluppa attorno. Intanto l’estensione dell’area dedicata al complesso dell’Università, la sua qualità ambientale e architettonica, la sua centralità rispetto alle altre funzioni e ai luoghi della città. Poi la cura degli spazi dedicati allo studio, che non riguarda solo aule, biblioteche e dotazioni tecnologiche, ma che coinvolge anche piazze, bar e giardini circostanti. E, ancora, le numerose facilities sportive e residenziali del campus, a sottolineare come la qualità della vita di chi studia e lavora all’Università costituisce un fattore cruciale di produttività. Inoltre, la funzionalità dell’organizzazione tecnica e amministrativa che – strano ma vero! – sembra lì per aiutare docenti, ricercatori e studenti a fare, al meglio, il proprio lavoro.

foto centro gary
A pensarci bene, la cosa che risulta più sconcertante è la straordinaria normalità di tutto questo. Morale: la conoscenza ha un bisogno vitale di buone infrastrutture materiali e organizzative. Su cui è necessario investire con convinzione, cura, continuità. In Italia abbiamo dimenticato da troppo tempo questo elementare principio. Per capirlo basta fare un semplice esercizio mentale: se un vostro ospite venisse a visitare la città in cui abitate, quale luogo portereste a vedere per primo? Difficile pensare che questo luogo è l’Università oppure un qualche complesso educativo o dedicato alla ricerca. A Durham come a Chappel Hill (NC), a Berkeley (CA) come a Boston (MA), a Cambridge come a Nottingham (UK), e in un numero crescente di città al mondo sarebbe invece proprio l’Università al centro della visita. Solo una questione simbolica? Ma i simboli nei quali ci riconosciamo sono importanti: perché ci dicono cosa sta prima nella nostra vita individuale e collettiva, quali valori contano di più, dove dobbiamo investire con più determinazione per assicuraci un futuro.
Insomma, se non possiamo più avere dubbi sul fatto che la capacità di creare, elaborare e diffondere conoscenza è diventata il fattore centrale dello sviluppo moderno, ebbene, perché facciamo così fatica a prendere sul serio questa straordinaria normalità? Non è chiaro se per poca consapevolezza del problema – che poi è mancanza di cultura – o per meno confessabili interessi: diversamente dalle infrastrutture, le chiacchiere sulla società della conoscenza non costano nulla, perciò non pongono il problema di redistribuire risorse scarse, impiegate per usi alternativi, anche se molto meno produttivi. Attenzione, perché questo problema non riguarda solo il sistema politico, ma anche il mondo delle imprese e le stesse famiglie.
Certo, le istituzioni pubbliche devono cambiare rapidamente le priorità nell’agenda politica: com’è possibile dare ancora metà del bilancio comunitario all’agricoltura? E come possiamo ancora permetterci di mandare in pensione persone che hanno davanti(mediamente) più di trent’anni di vita attiva?
Bisogna investire in capitale umano, sul serio. Ma anche le imprese devono fare la loro parte: investendo di più e meglio in ricerca, assumendo più personale istruito, partecipando con più convinzione al finanziamento e alla gestione delle strutture educative. E le famiglie non possono stare a guardare: se chi studia a Duke può contare su infrastrutture di alta qualità, è anche perché all’Università vengono pagate tasse di iscrizione molto più alte che da noi (che a Duke arrivano anche a 20mila dollari all’anno!). Il risultato è duplice: da un lato ci sono più risorse per l’organizzazione delle attività educative e di ricerca, dall’altro c’è più competizione per attirare studenti. E i possibili effetti discriminatori in base al reddito sono attenuati da borse di studio consistenti, messe a disposizione degli studenti meritevoli con minori disponibilità di reddito. In definitiva, anche il concetto di capitale umano – il fattore su cui si incorpora la conoscenza – deve essere preso più sul serio: per accumulare capitale umano è necessario che qualcuno investa – istituzioni, imprese e famiglie – rinunciando ad un consumo immediato in vista di benefici futuri. Se non facciamo questo passaggio, la società della conoscenza continuerà ad essere da noi tema di convegni. Almeno fino a quando avremo ancora risorse per finanziarli.

Giancarlo e Marco

Share
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

4 Responses to Lezioni Americane 1

  1. matteo quero dicono:

    Trovo particolarmente interessante, utile e innovativo questo “diario di bordo” sulla vs. esperienza statunitense. Mi piacerebbe fosse divulgato con forza sui mass media, in special modo sulla stampa quotidiana. Le vs. riflessioni potrebbero aiutare l’opinione pubblica e i vari imprenditori, piccoli e medi, ad assumere una coscienza diversa in materia di globalizzazione e di formazione. Ovvero vedere questi processi piu’ come opportunità che “disgrazia”. Aspetto con ansia la prossima puntata… Grazie.
    matteo quero

  2. Paolo dicono:

    Ciao a chi legge.
    Sono un ragazzo di buona famiglia che ha fatto il fuori corso abbondante e ora si trova a fare un mestiere che c’entra poco con quello che ha studiato o che non ha studiato:l’imprenditore. Più precisamente l’imprenditore nel settore dei new media.
    Provo ad esprimere il mio punto di vista sulla competitività: ma perché lo Stato (sarà pure un distretto anche quello) invece di aprire innovativi sportelli nelle camere di commercio non apre un’agenzia di consulenza aziendale gratis? Me li vedo i consulenti suonarmi a casa con la stessa puntualità di quello che mi chiede 100 euro per revisionare la caldaia ogni anno. Con lo stesso entusiasmo e zelo dell’assicuratore che ti suggerisce l’affare vendendoti l’assicurazione sulla vita. Poi dovrebbero studiare con attenzione il mio caso aziendale e consigliarmi di mandare tutto a puttane o magari di provarci. Ma in quella direzione lì e non in quell’altra là. .Mi servirebbe. Eccome se mi servirebbe. Mi metterebbe proprio di buon umore ascoltare l’esperto del mio settore che è stato 10 anni in California ed è stato pure selezionato per farlo. Costa troppo? Non ci sono le risorse? Ma per i convegni e le fiere lo stato (le regioni?le università?) non spende niente? Sono malato di assistenzialismo? Ma si dai sarà quello. Comunque converrete con me che gratis è bello.

  3. Pingback: First Draft » Lezioni Americane II - Innovazione=più ingegneri?

  4. Pingback: First Draft » Lezioni troppo americane (di Alesina e Giavazzi)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *