La finanziaria e l’innovazione: tre critiche, tre proposte

Abbiamo deciso di occuparci della finanziaria. Non tanto per affrontare questioni tecniche di ingegneria fiscale e contabile legate al riordino di conti pubblici, quanto per parlare dei presupposti culturali che sono alla base della programmazione economica del governo in materia di innovazione. Abbiamo provato a riflettere su tre ipotesi di fondo che non sentiamo di condividere e che, a nostro avviso, meritano di essere ripensate alla radice.

Una vecchia idea del lavoro e la sottovalutazione delle nuove forme di imprenditorialità. L’equazione fra lavoro autonomo e evasione fiscale che trasuda da questa legge ci pare un pessimo modo di avvicinare la questione delle nuove forme di occupazione. Certo, ci sono categorie professionali da sottoporre a più efficaci controlli fiscali. Facciamolo. Ma nel lavoro autonomo non ci sono solo idraulici e falegnami che si rifiutano di fare fattura. Ci sono anche i risponditori dei call center e i precari che lavorano “a progetto” nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche (soprattutto nella Scuola e nell’Università!). Ci sono anche consulenti e ricercatori che operano nelle nuove tecnologie, professionisti della conoscenza che lavorano con le idee, nuovi imprenditori che devono faticosamente creare il proprio mercato. Questo mondo deve essere riconosciuto, rappresentato e aiutato. Non penalizzato (ottimo a questo proposito il post di Ivan Scalfarotto). E bene hanno fatto, secondo noi, alcuni politici del centro-sinistra (Cacciari e Cofferati, fra gli altri) ad andare in piazza in questi giorni per non regalare alla destra il monopolio politico sulla classe creativa. Piuttosto, dovremmo chiedere a Padoa-Schioppa e a Visco in che mondo vivono: davvero si può oggi pensare che il lavoro sia solo quello dipendente? E’ un problema generazionale ma è, soprattutto, un problema di competitività del nostro sistema economico. Le nuove professionalità creative, quelle che dovrebbero contribuire a rinnovare il nostro sistema produttivo, si organizzano prevalentemente in forma di lavoro autonomo. A questi “atipici” chiediamo, la mattina, di portarci rapidamente in una moderna economia dei servizi (al pari degli altri paesi europei), e la sera di pagare il conto di un paese incapace di fare le sue riforme. Incredibile!

Prima le tasse, poi le riforme. L’attuale maggioranza è andata al governo assicurando agli italiani che la pressione fiscale non sarebbe aumentata. In politica, si sa, bisogna saper essere flessibili. Ma non troppo, altrimenti si rischia di non essere più credibili. Il problema, perciò, non è tanto scoprire che servono risorse addizionali per sanare il bilancio dello stato. Preoccupa, invece, la ripetizione del solito schema: “prima ti chiedo i soldi, poi faremo le riforme”. Negli ultimi dieci anni sono state formulate diverse proposte di riforma della pubblica amministrazione, della previdenza, della sanità, degli incentivi alle imprese. Per non dire delle innumerevoli ipotesi di privatizzazione del patrimonio pubblico non strategico e di liberalizzazione dei servizi di pubblica utilità. Il Corriere della Sera ci ha in questi giorni rinfrescato la memoria sul piano Onofri e le proposte che il primo governo Prodi (1996!) aveva avanzato per il rilancio della competitività del paese. Per questo è incomprensibile lo spostamento al prossimo anno dei progetti per la modernizzazione del paese: non solo le pensioni, dossier molto delicato, ma anche la riorganizzazione della scuola (com’è possibile procedere ad assunzioni di massa senza porre la questione del merito?), e la concorrenza nei servizi pubblici (il pacchetto del ministro Lanzillotta è già stato bocciato e rinviato ad un improbabile dibattito futuro!). Questo atteggiamento dilatorio contraddice anche la determinazione con cui il ministro Bersani aveva avviato il piano di liberalizzazioni di tassisti e farmacie. E contribuisce a consumare quel patrimonio di fiducia fra cittadini e stato che non promette nulla di buono.

Redistribuzione della ricchezza e incentivi alla crescita. Il dibattito sull’innalzamento delle aliquote per i “ricchi” (chi guadagna più di 40mila euro!) ha qualcosa di inquietante. Tralasciamo l’effettivo impatto in termini finanziari. Chi colpisce veramente la misura? Sono davvero questi i “ricchi” che dobbiamo snidare? La domanda da porsi è prima di tutto se il reddito dichiarato è davvero la misura essenziale della ricchezza. Chi guadagna 3.500 euro a Milano dopo aver fatto l’università a Udine e aver avuto la pazza idea di mettere su famiglia (magari anche un paio di figli) senza disporre di una casa comprata da genitori o nonni, senza poter contare su qualche rendita aggiuntiva o senza ricevere un contributo da qualche parente, magari pensionato, non può essere considerato ricco. Spende 1.200 euro al mese per un affitto (o molto di più, se ha un mutuo), paga 400 euro al mese di asilo nido, 300 euro di baby sitter. Il resto per vivere in quattro (a Milano). La verità è che il reddito percepito dice poco della ricchezza degli italiani, dal momento che in questi anni abbiamo conosciuto un rilevante trasferimento di ricchezza verso fattori improduttivi (le rendite immobiliari, i servizi in monopolio, l’inefficienza dello stato). In una società che accetta la sfida dell’innovazione c’è un bisogno disperato di talenti che accettino di trasferirsi da Vibo Valentia a Roma o da Trebaseleghe a Milano. Soprattutto, c’è bisogna di chi investe a rischio su nuove idee, nuovi prodotti e nuovi servizi, creando quella ricchezza aggiuntiva che poi potrà essere, in parte, ridistribuita. Il messaggio proposto da questa finanziaria va nella direzione opposta. Sorvola sui patrimoni (con la timida eccezione della nuova tassa di successione sulla parte eccedente il milione di euro) e si accanisce sui redditi. Stiamo diventando un paradiso fiscale per pensionati e possidenti. Un incubo per chi ha talento e voglia di lavorare. Non proprio un paese rivolto all’innovazione.

Cosa ci sarebbe piaciuto trovare in questa finanziaria? Ce lo siamo chiesti con molta onestà. Proviamo a lasciare all’attenzione di chi legge tre temi che, a nostro avviso, rappresentano i punti essenziali di un’agenda per lo sviluppo del paese.

1. Una profonda riforma del welfare come presupposto a nuove forme di organizzazione del lavoro. Siamo tutti contro il lavoro “precario”, ma non possiamo non riconoscere come, in un’economia della conoscenza e dell’innovazione, rischio, incertezza e precarietà sono caratteri ineliminabili. Se non vogliamo ostacolare un lavoro più “imprenditivo”, dobbiamo immaginare reti di protezione che consentano agli individui di scommettere sul futuro senza l’incubo della disfatta. Il nostro welfare deve costruire queste reti di protezione per tutti i cittadini, lasciando così al lavoro nuovi margini di flessibilità.

2. Ci siamo raccontati fino alla nausea che la sfida dell’Europa è l’economia della conoscenza. Eppure quando si parla di Università e più in generale di produzione culturale si ricomincia con il ritornello dei tagli. Riusciremo mai a pensare una politica dell’Università in una prospettiva di sviluppo? Certo, la crescita deve essere legata a sistemi di incentivazione in grado di premiare chi fa di più e meglio. Gli esempi in Europa e negli Usa non mancano. L’importante è cambiare rotta al più presto.

3. Le infrastrutture per i nuovi sistemi metropolitani. Le nostre città soffrono di un deficit strutturale di competitività rispetto agli altri sistemi metropolitani in Europa, in America, in Asia. L’aumento di scala degli spazi metropolitani costituisce un fattore cruciale per lo sviluppo di un terziario innovativo. Ci mancano ancora sistemi di mobilità all’avanguardia (i nostri sistemi metropolitani sono gli unici a non avere una vera rete metropolitana), nodi efficienti di connessione internazionale (aeroporti accessibili e treni veloci), forme innovative di connettività in banda larga. Lo sviluppo delle città in una prospettiva metropolitana deve costituire per l’Italia una priorità nazionale.

Non crediamo che manchi la voglia dei cittadini di pagare le tasse per contribuire a progetti innovativi indirizzati a una vera modernizzazione del paese. Crediamo, al contrario, che una gran parte del malcontento verso questa finanziaria nasca proprio dalla mancanza di un’indicazione precisa sulle linee per un rinnovamento del paese. La lista delle cose da fare è ovviamente molto lunga. Ma discutere le priorità serve a capire la direzione verso cui si vuole andare.

Giancarlo e Stefano

Share
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

8 Responses to La finanziaria e l’innovazione: tre critiche, tre proposte

  1. sm dicono:

    Segnalo un commento del Corsera che mi sembra utile per capire le implicazioni politiche del percorso sulla finanziaria. http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/11_Novembre/07/divico.shtml
    personalmente concordo
    sm

  2. Lorenzo G. dicono:

    Concordo, ma purtroppo questa finanziaria rappresenta l’ennesimo frutto amaro di un sistema politico sotto ricatto. Urge una riforma di un sistema elettorale assurdo (premio di maggioranza solo alla camera) ed anti-democratico (eliminata la preferenza ai candidati).
    Urge inoltre che le nuove generazioni “atipiche e creative” imparino a sporcarsi le mani ed ad organizzare anche loro qualche pullman con bandiere e striscioni…
    Lorenzo G.

  3. admin dicono:

    Secondo me Giancarlo e Stefano sono stati anche troppo leggeri con la finanziaria. Onestamente era difficile mettere insieme, anche solo volendolo, una tale sequenza di inciampi. Forse a Roma l’ossigeno inizia ad essere rarefatto e, come è noto, i primi a soffrirne sono di solito gli anziani. In mancanza di riferimenti certi e con il fiato corto devono aver fatto ricorso ad una sofisticatissima funzione shuffle – elaborata da importanti centri di ricerca a livello internazionale- per mettere insieme in poco tempo la legge finanziaria. L’operazione non gli deve essere riuscita benissimo, purtroppo con le nuove tecnologie le generazioni precedenti hanno ancora qualche problemino. Eppure all’inizio le cose non sembravano così male.
    Il decreto Bersani sulla liberalizzazioni ci aveva quasi illuso che sul pianeta marte della politica italiana ci fossero forme di vita intelligente. Evidentemente si deve essere trattato di un errore di percorso, corretto tempestivamente dall’esecutivo. Difficile in questo contesto proporre una critica minimamente sensata alla legge finanziaria, sarebbe come cercare di discutere seriamente su una battuta da avanspettacolo. L’invito di Lorenzo a forme di protesta più organizzate e visibili mi sembra una giusta provocazione. Forse designer, grafici, architetti, ricercatori potrebbero almeno rendere i cortei più creativi e innovativi delle tradizionali manifestazioni sindacali. Magari non si ottiene granchè ma almeno il divertimento è garantito.

  4. Eleonora dicono:

    Le indicazioni emerse dall’intervento di Giancarlo e Stefano, largamente condivisibili, sono molto esplicite nell’evidenziare alcune aree di azione possibili.
    Mi vorrei soffermare sul tema dei trasporti e dello spazio metropolitano.
    Come abbiamo discusso anche su questo blog il tema dell’ambiente può avere enormi ricadute in ambito innovativo. Verrebbe da dire guardando al dibattito attuale: “Keep it simple”! Perché dovremmo rinunciare ad utilizzare l’auto – strumento di flessibilità e di libertà – per affidarci a sistemi di trasporto “old economy”? Come possiamo innovare la mobilità dei nostri sistemi locali del lavoro (sempre più ampi peraltro per i tanto acclamati lavoratori della conoscenza….) tenendo conto del diverso modo di lavorare? Un premio per chi non utilizza l’auto che si tramuta in sconti per l’uso di mezzi pubblici (a scala metropolitana però…non solo urbana)? Se l’offerta di servizi di trasporto è rigida, come si può pensare di disincentivare l’utilizzo del mezzo proprio? (chiaramente l’obiettivo è un altro).
    In questo quadro non possiamo tenere disgiunto il ragionamento sull’ambiente, l’innovazione tecnologica e la connettività con il tema della mobilità. Puntare sull’ampliamento delle aree di accesso alla banda larga non solo consente di ampliare l’offerta di servizi oggi gestiti spesso in chiave materiale/fisica (assente oggi da molte aree industriali…), ma anche di facilitare e rendere più flessibile il lavoro accrescendo i gradi di libertà nell’uso dello spazio.
    Lo sviluppo di Ryan Air (il pericoloso competitor della nostra compagnia di bandiera…) ha fatto emergere nuove mete, dato dignità ad aeroporti (e città) considerati secondari nell’epoca fordista delle gerarchie spaziali. Ha portato però anche interessanti innovazioni sul fronte della gestione del trasporto (come la bigliettazione elettronica), spingendo molti utilizzatori ad essere incentivati ad utilizzare le tecnologie per un sicuro beneficio….
    Possiamo immaginare analoghi percorsi per il trasporto delle nostre aree metropolitane?
    Se l’idea di lavoro è ancorata al modello di lavoro dipendente e del pendolare che ha bisogno degli strumenti (presso il datore di lavoro) per poter lavorare allora il problema è puntare su efficienza e sincronizzazione dei trasporti con i tempi del lavoro (mai pensato perché i genitori in una giornata di pioggia e 2 figli da gestire tra asilo e scuola non prendono l’autobus? in Giappone invece costruiscono perfino telefilm polizieschi in cui gli orari dei mezzi di trasporto, treni compresi, sono fondamentali per far cadere alibi imprecisi, tanto sono rispettati…). Se, al contrario, l’idea di luogo di lavoro è più ampia e meno scontata (non solo il lavoro in mobilità, ma anche i luoghi del consumo che sono veri e propri spazi di lavoro per i designer per esempio) anche la geografia degli spazi si modifica e con questo molti dei problemi attuali (come la congestione, che in Veneto conosciamo benissimo) potrebbero trovare diversa soluzione.
    Ci attende un lungo inverno, speriamo che i giorni di pioggia non siano molti così evitiamo forse qualche difficoltà nella mobilità, sempre che con i blocchi del traffico non ci chiedano di usare il bus!

  5. marco dicono:

    Leggendo il foglio online ho trovato un articolo che riprende la questione delle nuove forme contrattuali (i famosi atipici) e che mette ben in luce la partita che si sta giocando nel governo.
    http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=30688

  6. Lorenzo Pezzato dicono:

    In Veneto vince ancora la professione legata alla presenza sul luogo di lavoro per le ore stabilite dal contratto. Un dipendente è tanto più redditivo quanto più tempo trascorre in azienda, e la proporzionalità fra ciò e i fatturati è considerata inequivocabilmente diretta. Spessissimo la regola si applica anche ai titolari.
    Quantità come unica risposta alle necessità di sviluppo, risposta quasi istintiva data da gente che ha voglia di lavorare e non si risparmia impegno e fatica, da sempre. Quando competitività e redditi hanno attraversato la fase di coincidenza con l’alta produttività, allora il Veneto (e il Nordest) è diventato la locomotiva d’Italia, oggi che i fattori non sono più così strettamente legati è arrivata la crisi. Il ridottissimo costo del lavoro per le aziende orientali è stato semplice concausa.
    Il Veneto si ritrova marginalizzato esattamente com’era successo quando la sua economia era agricola ed attorno fiorivano le industrie, un provincialismo imprenditoriale segnato da alcuni tratti caratteristici come l’intreccio impresa-famiglia e l’incapacità di trasformarsi velocemente per adeguarsi al mercato è la nuova fonte di emarginazione. Divincolarsi da questi legacci non sarà semplice, aprirsi a soluzioni alternative richiederà sforzi enormi alle nuove generazioni chiamate a rinnovare coraggiosamente il sistema.
    Serve una classe dirigente che sappia innestare nell’economia regionale una forte dose di sentimento, di fiducia, una scintilla che stimoli una solidale visione del futuro e che sia capace di radunare tutti attorno alla realizzazione di un progetto a lungo termine. Serve anche che la società sia pronta ad accettare i nuovi modelli indispensabili a riequilibrare professione e qualità della vita, perché cittadini costretti all’affanno quotidiano tra code, rigidi orari di presenza in ufficio ed inefficienze della Pubblica Amministrazione, non possono materialmente avere a fine giornata le energie per poter riflettere sulla propria situazione ed immaginare trasformazioni.
    Le nuove tecnologie permetterebbero a migliaia di persone di lavorare tranquillamente da casa esattamente come fossero seduti alla scrivania del proprio ufficio, riducendo gli ingorghi stradali, l’inquinamento, le resse agli ipermercati e l’insopportabile livello di stress. Ma perché questa innovazione sia accettata, i primi a dover fare un salto culturale sono gli imprenditori e i datori di lavoro in generale, magari opportunamente agevolati dallo Stato con il solito meccanismo dello sconto fiscale od altri cui pensare. Bisognerebbe però abbandonare il modello del 51%, dove il socio di maggioranza arriva in ufficio alle sette della mattina e se ne va alle nove della sera, controllando a vista i collaboratori perché convinto che l’occhio del padrone ingrassi il cavallo e che quando il gatto non c’è i topi ballano. Strumenti per controllare se un dipendente da casa lavora quanto in ufficio ce ne sono a decine, escludendo naturalmente tutti quelli lesivi della privacy come telecamere e simili. E poi chi sarebbe tanto stupido da rischiare di perdere –per scarso rendimento- un contratto tanto privilegiato da permettergli di lavorare da casa? Le aziende più all’avanguardia potrebbero addirittura pensare di proporre il telelavoro come benefit per i dipendenti più meritevoli, scatenando probabilmente una corsa al miglioramento.
    Oggi l’imprenditore acuto deve investire ragionando diversamente da mezzo secolo fa non solo in termini di macchinari, comunicazione e strategie di marketing, bensì anche negli strumenti che aiutino i dipendenti ed i collaboratori a vivere una dimensione professione compatibile con quella personale, che riescano a far svolgere in quattro ore il lavoro che prima si faceva in otto, che sgravino dalla pressione di ritmi ormai non più sostenibili. E si sbaglierebbe pensando che questa piccola rivoluzione possa attuarsi esclusivamente con l’utilizzo delle tecnologie informatiche, alle spalle deve esserci una vera e propria diversa filosofia nell’approccio al lavoro, soprattutto quello d’ufficio

  7. Lorenzo Pezzato dicono:

    Il Centrodestra scende in piazza contro la Finanziaria. Sembra che la Politica stia cambiando Polo Nord magnetico, le parti si ribaltano e le differenze tra gli schieramenti elettorali si assottigliano. Ma non è certo questa, superficiale, la considerazione da fare in merito, ne esistono di più serie e più drammatiche.
    Il fatto è che le destre stanno ricalcando il progetto di egemonia dell’opinione pubblica che le sinistre hanno attuato dalla Liberazione in avanti. Fallito il proposito piduista, probabilmente ai leader di quest’area politica è apparso chiaro che solo gli avversari avessero intuito per tempo quale fosse il sistema migliore per garantirsi il controllo delle piazze e della cultura. Allora Forza Italia improvvisamente si accorge di aver costruito un partito sotto una campana di vetro, distante dalla gente ed elitario, e corre ai ripari per aumentare la propria presenza sul territorio e il dialogo con la base. I missini trasformano in senso democratico sé stessi a Fiuggi (ma è storia vecchia). La (ex) Casa delle Libertà cerca l’esperienza di massa e di piazza, da sempre terreno di esclusiva pertinenza delle sinistre. Anche l’apparato intellettuale e culturale viene stimolato a rinascere, dopo mezzo secolo di polvere ed impossibilità di proferir parola.
    Preoccupante, tutto ciò è tremendamente preoccupante. Come quando si assiste alla lotta di due enormi aziende che competono nello stesso settore di mercato soffiandosi clienti reciprocamente e battagliando a livello commerciale con ogni mezzo disponibile, anziché differenziare i prodotti e rendersi riconoscibili. Il rischio che si finisca con il costituire un cartello ai danni del consumatore è elevatissimo, e il consumatore –nel caso della politica- è il cittadino elettore. I Partiti Unici rappresentano, almeno idealmente, un cartello.
    Dalla bolgia del gioco di scambio di ruoli si è tirata fuori l’Udc con mossa politicamente azzeccata, con la lungimiranza di chi sta già pensando a come conquistare la prossima Legislatura sebbene la corrente sia da poco iniziata, con l’occhio vispo del falchetto che con una picchiata mette fuori gioco e fuori uso il piccione presunto leader dello stormo, assumendo la carica di terzo gaudente tra i due litiganti.
    Convergere al Centro tagliando fuori le aree estreme, ecco lo schema del post-bipolarismo, almeno nella testa canuta di Casini, e non solo nella sua. La strada verso i Partiti Unici agevolerà questa strategia, i moderati-cuscinetto non resteranno schiacciati nel sandwich, attutiranno il colpo come la loro formazione li ha addestrati a fare, e dal contatto con chi sta alla loro destra ed alla loro sinistra cercheranno di ottenere il massimo, cercheranno di strappare pezzi, di adescare deputati, di trattenere senatori, per ingrossare le proprie fila e ritornare forti.
    Attraversiamo una stagione transitoria, il sistema politico è fortemente dinamico perché sta cercando in ogni modo una strada per uscire dall’empasse, ma tutta questa frenesia somiglia più agli ultimi colpi di coda del mostro abbattuto, che al vitale scorrere e gorgogliare della sorgente d’acqua limpida, somiglia ad una isterica partita di ping-pong, due racchette agli antipodi del tavolo e la pallina centrista che rimbalza dall’una all’altra. Non manca molto perché i contendenti finiscano al suolo stremati e lascino cadere anche la pallina, speriamo solo siano pronte le nuove, giovani leve.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *